Home / Articoli / Bergoglio – Salvini, ma davvero se ne può parlare? Bergoglio non è, forse, il Papa della fraternità, della solidarietà, della misericordia? E Salvini, non è, forse, quello contro i poveracci che muoiono in mare, sotto i portici, nelle stazioni, ecc.? Ma davvero sono tutti stranieri?

Bergoglio – Salvini, ma davvero se ne può parlare? Bergoglio non è, forse, il Papa della fraternità, della solidarietà, della misericordia? E Salvini, non è, forse, quello contro i poveracci che muoiono in mare, sotto i portici, nelle stazioni, ecc.? Ma davvero sono tutti stranieri?

Matteo Salvini. Lo scontro col Papa.

di Michele Di Lieto*

Ho detto: ho finito. Mi sono sbagliato. Non ho parlato ancora di Matteo Salvini e del suo scontro col Papa. Un evento che risale indietro nel tempo, quanto meno ai primi passi di Papa Francesco, ma nel corso della battaglia per le europee ha assunto aspetti nuovi, mai sentiti prima. Ora, è vero che il Papa, come sostengono alcuni, dovrebbe fare il Papa e basta, non scendere in campo come se fosse parte. Anche se il Papa ha fatto sempre politica, a partire dal ’48 e da papa Pacelli, con le sue Madonne piangenti in giro per l’Italia, contro il Fronte e per la Democrazia cristiana. Ma è altrettanto vero che il politico deve fare il politico e basta, non fare comizi col rosario in mano, come se fosse il prete alla messa cantata. Perché, se il Papa ripete la sua autorità dai cardinali riuniti in conclave, non so da chi la ripeta Salvini per difendere le nostre radici cristiane e confrontarsi col successore di Pietro da pari a pari. E’ quello che puntualmente si è verificato tra Matteo Salvini e Papa Francesco, due uomini l’uno e l’altro armati, pronti a scontrarsi, ma disarmati. Uomini diversi per cultura, idee, modo di fare, destinati a scontrarsi per fatto naturale. Papa Bergoglio, figlio di migranti di seconda generazione, origine italiana, è il Papa dei poveri, dei deboli, degli oppressi.  “Occuparsi dei poveri”, dice Francesco, “è un chiaro dovere”. “Chi non si accorge che accanto a sé c’è tanta gente che soffre, chi non si impietosisce per il dolore dei poveri ha il cuore di pietra”. “Amate gli oppressi, non lasciateli soli”. Papa Bergoglio è il Papa della fraternità, della solidarietà, della misericordia. Fraternità che ci viene dalla vita, per tutti un dono di Dio, “dote che ogni uomo, ogni donna  reca con sé in quanto essere umano, figlio di uno stesso Padre”; dono e impegno che sollecita ciascuno ad impegnarsi contro la povertà che indebolisce la vita sociale, e deve indurre “a prendersi cura di ogni persona, specie del più piccolo e indifeso, ad amarla come se stesso, come se amasse Dio”. Solidarietà che contrasta con le comuni logiche di profitto, e non deve limitarsi a mera assistenza, essendo sempre necessario il dono di sé, il sacrificio personale, sia pure con gesti semplici e immediati, “come la carezza che, nella cura dei malati, fa sentire all’altro che ti è caro”. Misericordia, che è nient’altro che il riflesso sull’uomo della misericordia divina. “Date e vi sarà dato” dice il Vangelo, “date e siate generosi nel dare: non siate tasche chiuse”, aggiunge Francesco (non per niente ha celebrato un giubileo straordinario dedicato alla Misericordia). Papa Bergoglio è il Papa delle aperture. Apertura ai diversi, aperture ai divorziati, aperture agli afflitti. Apertura al movimento LGBT e al mondo dei gay (gay friendly), anche se non approva matrimoni gay e pratiche omosessuali, ma chiede rispetto per i gay come si chiede rispetto per ogni essere umano. Apertura (anche quella) di altari e altarini mai scoperti prima (pedofilia), con l’obbligo, anche solo “morale”, di denuncia all’autorità civile degli abusi sessuali commessi da religiosi in danno di minori.  Apertura, infine, alle religioni diverse, come quella islamica, chiamata, con tutte le altre, alla lotta per la pace, contro la guerra e il conflitto armato. Una personalità dunque quella di papa Francesco complessa e variegata, una personalità  che rivela una straordinaria cultura, quanto meno una profonda conoscenza dei testi, che trova radice nella Teologia della Liberazione e nelle esperienze dei preti operai, ma viene arricchita di idee più consone ai tempi, tese a combattere l’ingiustizia alla base di tutte le rivendicazioni sociali. Idee che secondo me, e non solo, fanno di Papa Francesco un prete e un Papa di sinistra. Come altrimenti definire un Papa che, a parte ogni altro interesse sociale,  non poteva non essere il Papa degli immigrati? Sono gli immigrati l’esempio tangibile delle idee professate in favore dei poveri, dei diversi, dei diseredati. Sono gli immigrati ad aver bisogno di fraternità, di solidarietà, di misericordia. Sono gli immigrati a dover essere accolti come fratelli, perché siamo tutti fratelli, tutti figli di Dio. E qui lo scontro con Matteo Salvini, che ha fatto della lotta agli immigrati uno dei punti di forza del suo programma politico, non poteva essere meno acuto. Matteo Salvini, ho già avuto occasione di dirlo, è un politico nato. Natali a Milano, il padre dirigente di azienda, la madre casalinga, ha percorso tutti i gradi di una luminosa carriera nella Lega padana (allora Lega nord, poi Lega e basta), prima di diventarne Segretario, prima di farne un partito legato a tutti i partiti di estrema destra europei (fors’anche oltre). Politico nato, giornalista professionista, euroscettico, sa tutto di politica. Di come si fa politica. Di come si diffonde  attraverso i moderni strumenti di comunicazione. Ma, a parte la politica (e chi lo consiglia),  a parte il web e i social net work (di cui è maestro),  Salvini non sembra avere altre conoscenze, tanto più che non ha seguito un corso di studi regolare, abbandonando l’università prima della laurea. In particolare, Matteo Salvini non vanta conoscenze bibliche,  o similari: il che rende ancor più avventato lo scontro tra un uomo politico tutto politica, che limita i suoi rapporti religiosi a preti e suore che gli dicono grazie per le sue testimonianze di fede (ma sarà vero?), e un papa che pure nel nome porta il segno di Francesco, il poverello di Assisi. Soprattutto, Matteo Salvini è il politico anti immigrati per eccellenza, e questo suo credo ha messo in mostra fin dai primi passi di governo: a partire dall’Aquarius, la prima nave respinta dai porti italiani, per finire alla Sea Watch a noi più vicina. Di qui la guerra tra il ministro in terra e il Ministro di Dio. Fatta all’inizio di sole scaramucce, poi di scontri a distanza, poi di vere battaglie: tra comizi e omelie fino al rush finale, da un lato (Salvini) una dedica a Maria, “affido la mia e la vostra vita al cuore immacolato di Maria”, dall’altro un invito pressante a votare non è detto a favore di chi, ma si capisce che è contro Salvini, ed è di papa Francesco (o qualcuno a lui vicino). Ma, prima di addentrarci ancor più nello scontro Papa vero-Quasi Papa, lasciate che spenda, sulle orme di Francesco, qualche parola sulla preghiera e sulla fede. Perché la preghiera, non sorretta dalla fede, non giova: e la nostra fede è sempre poca. Perché la preghiera senza fede è quella di chi mente: e non c’è di peggio che l’ipocrisia. E qui torno a Papa Francesco, alle sue omelie. Per dire che vi sono tanti cristiani, anche praticanti, che credono basti, per la preghiera, andare a messa la domenica mattina, fare donazione del soverchio, mettersi in mostra al pubblico, mentre in privato si sfrutta la gente, si sfruttano i deboli, si sfruttano i migranti. E questo è peccato mortale: non basta pregare in modo che tutti ti vedano, non basta apparire munifici fuori, quando si è taccagni dentro.  Ora, tornando a Salvini, non sarò io a dire se il capo della Lega sia o meno veritiero, quando chiude il comizio rivolgendosi alla Madonna, non a Pietro, o a chi siede sul soglio di Pietro. Lascio a chi legge esprimere un giudizio: non senza esprimerlo io, questo giudizio, per dire quello che penso, dello scontro, e del grado cui è arrivato: inaudito. Perché lo scontro fra il Papa e il Ministro dell’interno è per me del tutto nuovo, mai sentito prima. Non perché sia vietato istituire un confronto col Papa, non solo in materia di fede, quanto perché, fatto così, in battaglia elettorale, sembra usato per raccogliere voti, contrastare il successo dell’altro. Non sarà male sapere, a proposito di Salvini, che dal 2018, 5 luglio 2018, il leader del Carroccio è il Presidente del Comitato scientifico della Fondazione Giuseppe Sciacca, la onlus catto-sovranista che unisce assieme Salvini, monarchici, militari e nemici del Papa; che Vice Presidente del Comitato è Giancarlo Giorgetti, portavoce, alter ego di Salvini, che lo ha fatto sottosegretario alla Presidenza del Consiglio; che al vertice della Fondazione è il Cardinale statunitense Raymond Leo Burke, primo nemico del Papa (ha sottoscritto la lettera che esprime dubbi sull’apertura ai divorziati risposati); che Matteo Salvini, per quel che si sa, è legato al Cardinale Burke da profonda amicizia; che la Fondazione è piena zeppa di nobili, scaduti o no, ex monarchici e generali, tutti legati a Salvini e alla Lega, tutti nemici del Papa. Perché Papa Francesco, papa di sinistra, ha molti nemici, fuori e all’interno della Chiesa: nemici che, essendo lui di sinistra, non possono non essere di destra. Come Salvini, come la Lega. A questo punto dovrebbe esser chiaro da che parte sto. Contro Salvini, a favore del Papa: pronto a giustificarne gli eccessi, se eccessi possono dirsi reazioni a lungo represse contro chi non vede l’ora che se ne vada. Contro Salvini, a favore del Papa: perché il primo bada al suo tornaconto, il secondo non ha tornaconto personale. Contro Salvini, a favore del Papa: non perché io sia un cattolico praticante, o un uomo religioso come vuole Bergoglio, io sono un miscredente, ma non mi metto in mostra, guardo alla sostanza più che alla forma. Sono dalla parte di Francesco perché sono di sinistra, e papa Francesco è di sinistra. Sono dalla parte di Francesco perché ho sempre preso le difese dei poveri, dei  deboli, degli ultimi non dei primi (almeno ho tentato di farlo). Sono dalla parte di Francesco perché tra migranti salvati nelle acque del Mediterraneo, denutriti, affamati, sconvolti, e giovani ricchi che amano vivere alle spalle dei padri, ho scelto i primi (e chiedo scusa se mi ripeto). Sono dalla parte di Francesco perché non amo Salvini e tutto ciò che è di destra: io non ho votato Salvini, ho votato Di Maio, non potevo immaginare che Di Maio scendesse a patti con l’altro (e chiedo ancora scusa se mi ripeto). Certo, a seguire i sondaggi, Salvini avrebbe preso il posto di Di Maio: un nuovo governo, un nuovo “contratto” nascerebbe a parti rovesciate. Mi auguro che ciò non avvenga: quanto meno non avvenga nella misura annunciata. Il 26 maggio risolverà questo dubbio.  Il 26 maggio ci dirà dove sta Salvini, dove sta Di Maio. Il 26 maggio è il giorno del mio compleanno. Sono nato il 26 maggio 1940. Anni settantanove: sono tanti. Auguri anche per me: per quanto?

*Magistrato d’appello, in pensione ed autore di diversi libri e romanzi  

 

 

 

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