Un anonimo sollecita risposte sulla famiglia e sui minori, partendo dalle fragilità famigliari, dimenticando, però, che la realtà sociale deve fare i conti con le Istituzioni, spesso, senza nessun coordinamento

Dibattito o confronto?

Dopo gli articoli del giudice Michele Di Lieto e del professor Mario Ascolese, un anonimo scrive per avere delle risposte sui problemi sollevati dagli interlocutori, proprio sulla fragilità genitoriale.

Avevamo auspicato un dibattito su un argomento così delicato qual è la fragilità genitoriale, in una società che corre, corre, ancora corre, per usare un eufemismo, senza preoccuparsi delle persone e delle famiglie che sono “fermate” per mille motivi, anche per infortuni socio-economico. Purtroppo, i fatti creano problemi che mandano in tilt chiunque: un singolo componente della famiglia, l’intero nucleo o l’intera comunità.
L’autore della riflessione – che qui di seguito pubblichiamo – parla di un minore e la scuola, per costatazione personale e diretta, per cui ha chiesto la necessità di non fare nessun riferimento diretto o indiretto del territorio, per il timore che la famiglia, possa scoprirlo per cui chiede di non fare nessun riferimento neanche alla sua persona.
Ovviamente noi conosciamo la persona ed i suoi legami sociali e culturali con il territorio di riferimento, quindi, volentieri l’assecondiamo, anche perché il dibattito mira proprio a questo, cioè a trovare soggetti capaci di dare una soluzione al problema o ai problemi per loro impegni sociali e istituzionali.
Per la verità nell’articolo di cui fa riferimento l’anonimo, già aveva sollevato le criticità e le problematiche, soffermandosi sul ruolo della scuola e delle istituzioni, evidenziandoli sotto i capoversi:   “Il ruolo della scuola per i minori ed anche per le famiglie” –  “Per le scuole carenza di risorse per il personale e strutture” ed altri riferimenti, ecc., comunque viene riportiamo il link dell’articolo completo:
https://www.giornaleilsud.com/2026/10/17/minori-famiglia-fragilita-genitoriale-e-lentezza-della-societa-centrano-con-lomicidio-suicidio-americano-ne-scrivono-il-prof-mario-ascolese-e-il-giudice-michele-di-lieto/
Naturalmente l’interlocutore anonimo vuole di più e, cioè vuole risposte in merito all’impazzimento di una famiglia nel labirinto istituzionale, ma penso che quando il prof. Ascolese e il giudice Di Lieto, leggeranno la nota difficilmente potranno dare una risposta perché siamo in Italia.
Basta pensare che negli altri Paesi europei le leggi non superano le diecimila, in Italia, siamo ad oltre 200 mila, in merito un motivo ci deve pur essere, per esempio, non può essere che la mano sinistra non deve sapere che cosa fa la desta?
L’auspicio è che un giorno una famiglia in difficoltà o una persona fragile, possa rivolgersi ad un unico ufficio che si occupa di coordinare ogni passaggio necessario e utile per essere funzionale al problema o ai problemi e, qui, il ruolo della scuola, a partire da quella dell’infanzia, diventa fondamentale.
Un anonimo si rivolge al giudice Michele Di Lieto e al professor Mario Ascolese, per avere delle risposte, in merito ai problemi sollevati nei loro articoli.

Ecco la nota:

QUANDO UNA FAMIGLIA CHIEDE AIUTO E LE ISTITUZIONI NON SANNO RISPONDERE
Una testimonianza reale nel dibattito sulla fragilità genitoriale, la tutela dei minori e le responsabilità della società

Lettera aperta al giudice Michele Di Lieto e al professor Mario Ascolese

Ho letto con profondo interesse le riflessioni del giudice Michele Di Lieto e del professor Mario Ascolese, pubblicate su Il Sud, a proposito della drammatica vicenda americana che ha visto una madre togliere la vita alla propria figlia e successivamente a se stessa.
Un confronto autorevole, ricco di sensibilità umana, di considerazioni giuridiche, mediche e sociali.
Ma, mentre leggevo, una domanda continuava a tornarmi alla mente:
Che cosa accade quando una famiglia, consapevole delle proprie difficoltà, chiede aiuto prima che sia troppo tardi?
Vorrei provare a rispondere attraverso un’esperienza personale, autentica, che riguarda una famiglia italiana e che, per comprensibili ragioni di riservatezza, racconterò senza elementi identificativi.
Non scrivo per cercare colpevoli. Scrivo perché ritengo che la testimonianza di chi vive quotidianamente certe difficoltà possa contribuire a trasformare un dibattito, per quanto autorevole, in una riflessione sulle responsabilità concrete delle istituzioni.
Una famiglia come tante
Immaginiamo una famiglia con più figli, due genitori che hanno dedicato gran parte della propria vita al lavoro, all’educazione e alla crescita dei ragazzi.
Una famiglia che, come molte altre, attraversa nel tempo difficoltà economiche, incomprensioni, tensioni coniugali e problemi educativi.
Nulla che, preso singolarmente, possa apparire straordinario.
Ma quando queste difficoltà si accumulano, quando i rapporti familiari si deteriorano e quando uno dei figli manifesta un disagio crescente, la situazione cambia profondamente.
Il problema non è più soltanto educativo.
Diventa familiare, sociale, psicologico.
E può diventare un problema di sicurezza e tutela delle persone, qualora emergano segnali concreti di pericolo.
Nel caso che desidero raccontare, uno dei figli comincia a manifestare un progressivo allontanamento dalla scuola.
Le assenze aumentano, il rendimento peggiora, il dialogo familiare diventa sempre più difficile.
I genitori cercano inizialmente di affrontare la situazione con gli strumenti che conoscono: il confronto, il richiamo alle responsabilità, il tentativo di ristabilire regole e comportamenti.
Ma non basta.
La situazione peggiora.
Ed è proprio a questo punto che la famiglia decide di rivolgersi alle istituzioni.
Il primo interlocutore: la scuola
La scuola conosce il problema.
Le assenze sono documentate, le difficoltà scolastiche evidenti, il rischio di dispersione concreto.
Si svolgono colloqui, incontri, confronti.
Ma il problema continua.
La famiglia cerca soluzioni, anche attraverso la possibilità di modificare il percorso scolastico.
Eppure, nonostante gli sforzi, non riesce a individuare un progetto condiviso che accompagni concretamente il ragazzo verso il recupero di una regolare frequenza scolastica.
È qui che nasce il primo interrogativo.
La scuola deve limitarsi a registrare le assenze, valutare il rendimento e applicare le disposizioni previste dall’ordinamento, oppure dovrebbe essere parte attiva di una rete capace di intervenire sulle cause della dispersione?
Naturalmente non si può pretendere che gli insegnanti diventino psicologi, assistenti sociali o terapeuti familiari.
Ma si può chiedere che la scuola non rimanga un soggetto isolato, incapace di incidere concretamente su un problema che va ben oltre il profitto scolastico.
Il secondo interlocutore: i servizi sociali
La situazione viene portata all’attenzione dei servizi sociali.
I genitori partecipano agli incontri, espongono le difficoltà, raccontano le tensioni familiari, chiedono indicazioni.
La famiglia viene ascoltata.
Vengono formulate ipotesi, suggeriti approfondimenti, indicati altri interlocutori.
Ma il problema rimane.
A un certo punto viene prospettata la necessità di una valutazione sanitaria del minore.
La famiglia segue questa indicazione.
E qui comincia un percorso che, almeno nell’esperienza raccontata, assomiglia a un continuo passaggio di responsabilità tra strutture diverse.
Il terzo interlocutore: il sistema sanitario
I genitori si rivolgono ai servizi sanitari competenti.
Espongono nuovamente la situazione.
Raccontano nuovamente le difficoltà.
Ripercorrono ancora una volta una storia familiare dolorosa.
Ma non ottengono una risposta che si traduca in un programma concreto di intervento.
Non emerge, almeno per quanto comunicato alla famiglia, una condizione sanitaria tale da determinare l’attivazione di uno specifico percorso terapeutico.
E così il problema viene sostanzialmente restituito alla famiglia.
La scuola ha fatto la propria parte.
I servizi sociali hanno svolto i propri incontri.
Il sistema sanitario ha effettuato le proprie valutazioni.
Ma chi si è fatto carico del problema?
Chi ha coordinato gli interventi?
Chi ha verificato se la situazione stesse migliorando o peggiorando?
Chi ha costruito un percorso alternativo quando le prime iniziative non hanno prodotto risultati?
E, soprattutto, chi ha sostenuto concretamente i genitori?
Il paradosso della prevenzione
Il professor Ascolese richiama giustamente la necessità di una società capace di riconoscere tempestivamente il disagio e di intervenire prima che la sofferenza si trasformi in isolamento.
È un principio che condivido profondamente.
Ma vorrei aggiungere una considerazione.
Non sempre il problema è riconoscere il disagio. Talvolta il disagio è già conosciuto, documentato e ripetutamente segnalato.
Il problema è ciò che accade dopo.
Una famiglia può chiedere aiuto.
Può rivolgersi alla scuola.
Può accettare l’intervento dei servizi sociali.
Può sottoporsi agli approfondimenti sanitari richiesti.
Può collaborare con tutti.
E tuttavia ritrovarsi, dopo mesi, esattamente al punto di partenza.
Con una differenza sostanziale: nel frattempo, la situazione familiare può essere ulteriormente peggiorata.
La fiducia nelle istituzioni diminuisce.
I rapporti tra genitori e figli diventano più difficili.
La stanchezza prende il posto della speranza.
E la famiglia, che aveva cercato aiuto proprio per evitare il peggioramento della situazione, finisce per sentirsi abbandonata.
La fragilità genitoriale: una definizione o una richiesta di aiuto?
Nel dibattito vengono richiamate espressioni come fragilità genitoriale, vulnerabilità, inadeguatezza e difficoltà nell’esercizio delle funzioni educative.
Sono concetti che meritano attenzione.
Ma vorrei porre una domanda.
Quando un genitore riconosce di non riuscire più a gestire una situazione familiare e chiede aiuto, sta dimostrando la propria inadeguatezza oppure sta esercitando responsabilmente il proprio ruolo?
Credo che questa distinzione sia fondamentale.
Un padre o una madre possono commettere errori.
Possono essere stanchi, esasperati, incapaci di comprendere determinati comportamenti dei figli.
Possono attraversare crisi personali, professionali o coniugali.
Ma il riconoscimento delle proprie difficoltà e la richiesta di sostegno dovrebbero rappresentare il punto di partenza di un intervento, non l’occasione per attribuire etichette.
Naturalmente, riconoscere la fragilità di un genitore non significa giustificare comportamenti violenti o lesivi dei diritti dei figli.
Significa comprendere che anche gli adulti possono avere bisogno di essere sostenuti per continuare a esercitare adeguatamente le proprie responsabilità.
Una famiglia non è la somma di singoli problemi
C’è un aspetto che ritengo particolarmente importante.
Quando una famiglia entra in crisi, raramente esiste un unico problema.
La difficoltà scolastica di un figlio può intrecciarsi con una crisi coniugale.
La crisi coniugale può essere aggravata da problemi economici.
Le difficoltà economiche possono determinare assenze prolungate di un genitore per ragioni lavorative.
Le tensioni familiari possono incidere sul comportamento degli altri figli.
Ogni elemento influenza gli altri.
Eppure, troppo spesso, ciascuna istituzione sembra osservare soltanto il frammento che rientra nelle proprie competenze.
La scuola vede lo studente.
Il servizio sanitario vede il paziente.
I servizi sociali vedono il nucleo familiare attraverso gli strumenti e le risorse disponibili.
Ma chi ricompone questi frammenti?
Chi guarda la famiglia nella sua interezza?
E chi si assume la responsabilità di verificare che gli interventi delle diverse istituzioni producano un risultato?
Prima della tragedia, non dopo
La vicenda americana che ha dato origine al dibattito è terribile.
Non conosciamo tutti gli elementi necessari per stabilire se e come quella tragedia avrebbe potuto essere evitata.
E non sarebbe corretto sovrapporre una vicenda così estrema alle difficoltà che molte famiglie attraversano quotidianamente.
Tuttavia, proprio da quella tragedia nasce una riflessione.
Quando accade qualcosa di irreparabile, ci interroghiamo sulle responsabilità, sui segnali trascurati, sugli interventi mancati.
Ci chiediamo se qualcuno avrebbe potuto accorgersi prima del pericolo.
Ma quando una famiglia manifesta apertamente le proprie difficoltà, quando chiede sostegno e quando segnala di non riuscire più a governare serenamente le proprie dinamiche interne, quale risposta riceve?
È sufficiente indirizzarla da un ufficio all’altro?
È sufficiente suggerire un approfondimento?
È sufficiente concludere che non sussistono le condizioni per un intervento sanitario?
Oppure dovrebbe esistere una responsabilità istituzionale di coordinamento, accompagnamento e verifica?
La prevenzione non può essere soltanto un principio da richiamare dopo una tragedia.
Deve diventare una pratica riconoscibile quando la tragedia non è ancora avvenuta.
Una domanda al magistrato e al professore
Vorrei concludere rivolgendo direttamente una domanda ai due autorevoli protagonisti di questo dibattito.
Al giudice Michele Di Lieto, che conosce la complessità delle decisioni riguardanti i minori, e al professor Mario Ascolese, che ha richiamato la responsabilità etica e sociale delle istituzioni, vorrei chiedere:
Quale percorso concreto dovrebbe essere garantito a una famiglia che, prima ancora di trovarsi in una situazione di grave pericolo, segnala ripetutamente le proprie difficoltà e chiede aiuto senza ottenere un intervento coordinato e risolutivo?
Chi dovrebbe assumere la responsabilità di quella presa in carico?
Quali strumenti dovrebbero essere attivati?
Quali tempi dovrebbero essere rispettati?
E quali possibilità ha una famiglia quando, pur avendo collaborato con tutte le istituzioni coinvolte, continua a non ricevere risposte adeguate?
Non pretendo che esistano soluzioni semplici.
So bene che la complessità delle relazioni familiari non consente risposte automatiche e che nessuna istituzione può garantire il successo di ogni intervento.
Ma credo che si possa e si debba pretendere qualcosa di diverso dalla semplice successione di colloqui, valutazioni e rinvii.
Perché una famiglia che chiede aiuto non dovrebbe essere lasciata sola a dimostrare, ogni volta, quanto sia diventata difficile la propria situazione.
E perché, quando il problema riguarda dei minori, la mancanza di un intervento efficace non può essere considerata una questione che riguarda esclusivamente i loro genitori.
Questa testimonianza non nasce dalla volontà di accusare qualcuno.
Nasce dalla speranza che il confronto avviato dal giudice Di Lieto e dal professor Ascolese possa compiere un passo ulteriore.
Passare dall’analisi delle fragilità alla verifica delle risposte.
Dalla riflessione sulle responsabilità alla definizione degli interventi.
Dalle parole ai fatti.
Perché il momento giusto per aiutare una famiglia non è quando la sua storia diventa una notizia di cronaca.
È quando quella famiglia, ancora in tempo per essere aiutata, trova il coraggio di chiedere aiuto.
Un padre Testimonianza anonima

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