

Casualmente, ho incontrato qualche giorno fa il già Procuratore Generale della Cassazione, dott. Vitaliano Esposito, e la sua figliola Milena e abbiamo preso un caffè insieme.
Innanzitutto chiedo scusa, se approfitto del contenuto della chiacchierata con il mio amico Procuratore Esposito, per dire la mia sia sulla sua intervista al quotidiano “l’Altravoce”, rilasciata al direttore Alessandro Barbano, che sulla successiva lettera al direttore editoriale, riferita all’intervista stessa. A scriverla è stato il Prefetto Francesco Tagliente, presidente della Fondazione Insigniti dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana (OMRI). Chiedo, in anticipo, scusa se vado al di là del loro contenuto. Quindi, “butto qualche pietra nello stagno”. Per la stima e l’amicizia che mi legano al Procuratore Esposito, sicuramente mi perdonerà se farò incazzare qualcuno, dicendomi: << Ma che “c’azzecca” con l’intervista e la lettera?>>
Non parlerò del suo libro “DIALOGHI SULL’INGIUSTIZIA”, perché oltre ad alleg
are in Pdf, un mio articolo, segnalo il link del giornale online “il Sud”_ Mezzogiorno d’Italia: https://www.giornaleilsud.com /2025/09/08/la-giustizia-e-malata-vitaliano-esposito-nel-suo-libro-cerca-di-dare-delle-risposte-sulle-luci-e-le-ombre-senza-nascondere-la-cenere-sotto-il-tappeto/
“DIALOGHI SULL’INGIUSTIZIA”: cosa rappresenta?
Secondo me, l’autore, con la pubblicazione del libro così articolato e puntuale, ha voluto mandare un messaggio preciso, su cosa sia la giustizia, oggi, in Italia e in Europa, non solo agli addetti ai lavori, cioè il mondo che gli appartiene, con limiti e pregi, ma anche ai non addetti, per far scoprire un universo o un’umanità, dove regna anche tanta ipocrisia.
Il testo, secondo me, può essere considerato un codice o un manuale, per le giovani leve che incominciano a praticare il Diritto, ma è anche un utile lavoro per gli anziani, per la verifica del proprio operato come giurista ed uomo di legge, nel corso dei propri anni, ed ovviamente per i cittadini comuni, per farsi un’idea di come davvero viene amministrata la giustizia.
Anche perché, come ho evidenziato nel mio articolo, non si tratta di una esposizione tecnica, ma di una sequenza, o meglio, di una chiacchierata con se stesso che lo induce ad una riflessione sui concetti di giustizia e ingiustizia, in modo ampio, umano e razionale.
Il libro è un capolavoro, realizzato come una comparazione tra riflessioni, esperienze vissute e concetti giuridici, resi facili anche per chi non ha una formazione specifica, con un lessico accessibile a tutti. Non parliamo, poi, delle numerosissime note e riferimenti di norme e leggi a corredo, che arricchiscono ancora di più il libro, che consentono di approfondire contesti storici e teorici.
Comunque, si parla di giustizia penale, responsabilità, etica pubblica, ma anche delle “ingiustizie quotidiane” che riguardano, normalmente, le persone comuni.
La straordinarietà della pubblicazione è nel fatto che il dottor Esposito rende partecipi delle sue riflessioni, maturate in anni di servizio, con il grande pubblico, evidenziando il suo sguardo critico, ma sempre deferente verso le Istituzioni.
Ovviamente, non potevamo non parlare dell’attuale stato delle cose che riguarda la società ed il mondo della giustizia; in particolare le ragioni della crisi della giustizia, la cui situazione richiede interventi non solo normativi, ma strutturali, per colmare il divario tra la domanda di giustizia e la capacità operativa degli uffici giudiziari.
Quindi, trascinare in una “gogna mediatica” un lavoro straordinario, utile soprattutto alle nuove generazioni, e che è costato tanti sacrifici all’autore, in uno pseudo dibattito sul prossimo referendum, a favore del SI’ o del NO, a seconda la propria convenienza, attraverso l’ abilità comunicativa, è scorretto, ma soprattutto è immorale. “DIALOGHI SULL’INGIUSTIZIA” aiuta a capire le regole del processo e la differenza del sistema inquisitorio (Codice Rocco) con il sistema accusatorio (Codice Vassalli – Dpr 447/1989), basato su parità delle parti, contraddittorio e presunzione di innocenza. Questo nuovo sistema è considerato epocale. Quindi, un libro che affronti i problemi giuridici, sociali e funzionali al processo, in conseguenza del
risultato di esperienze personali, di una ricerca scientifica o elaborazione tecnica, è utile anche per chi non abbia alcuna competenza nel settore.
L’Italia è propria sfortunata: prima il limite strutturale dell’unificazione del Paese, poi, l’improvvisa morte di Cavour, dopo appena 3 mesi di Presidenza nell’Italia unificata. Il liberalismo moderato di Cavour è stato considerato da molti storici come una strategia politica basata su riforme graduali, tant’è che portò all’avvento del “connubio”- tra centro-destra e centro-sinistra. Quello che, più o meno, fecero successivamente Berlinguer e Moro nel 1976 con il Compromesso storico che, poi, si concluse con l’uccisione di Aldo Moro. A proposito, ad ucciderlo furono davvero solo le brigate rosse?
Ritornando a Cavour, va detto che, nella sua visione, andava rafforzato il parlamento ed andava anche responsabilizzato il governo che, comunque, doveva dipendere, sempre e comunque, dal Parlamento.
Con l’Italia unita e la prematura scomparsa di Cavour, tutto questo scomparve dall’agenda politica, con la conseguente disastrosa politica dei “Monarchi piemontesi” che accantonarono la strategia di Cavour, per realizzare una Monarchia Costituzionale Liberale, con un parlamento che garantisse stabilità e progresso, sul modello britannico, I piemontesi, abbandonato questo progetto di stampo liberale, portarono il Paese alla dittatura fascista.
Purtroppo la monarchia Piemontese, dopo aver sanato le proprie casse, anche a spese del Sud, non ebbe una visione di un Paese unito; anzi, con la sua politica ci portò, poi, come accennavo sopra, ai vent’anni di fascismo, cioè a una dittatura atroce che ebbe inizio nel 1922. Ovviamente, il fascismo puntò al dominio assoluto che si concretizzo con l’uccisione dell’on. Matteotti. Ci furono altre uccisioni ( Amendola, Rosselli) ed incarcerazioni ( Pertini, Gramsci e tanti altri), prese poi il controllo assoluto del Paese, che coincise con lo scioglimento di fatto del Parlamento e, quindi, furono aboliti tutti i partiti politici, tranne quello fascista che faceva capo a Mussolini.
Quindi, il potere esecutivo era nelle mani del capo del governo, il parlamento era “un soprammobile”, visto che il potere legislativo era esercitato dal governo stesso. Fu soppressa la libertà di stampa e sciolti anche i sindacati, naturalmente non quelli fascisti. I sindaci eletti furono sostituiti con podestà di nomina governativa.
La magistratura e il fascismo
Per quanto riguarda la magistratura, il fascismo sciolse le associazioni sindacali dei magistrati e impose una rigida gerarchia, subordinando l’ordine giudiziario al potere esecutivo; per cui perse l’indipendenza a favore di una struttura gerarchica allineata al regime. I magistrati divennero funzionari statali. Va anche detto che ci fu anche un’adesione ideologica o per avanzamenti di carriera, da parte di molti dei suoi membri, culminata nell’omaggio del 1939. Il sistema giudiziario aveva dato vita già nel 1926 al cosiddetto “Tribunale Speciale” che divenne uno strumento di repressione dell’antifascismo e di attuazione delle leggi razziali. Non si esclude che ci fossero magistrati che contribuirono allo sviluppo di un pensiero giuridico antisemita.
Come l’Italia non ha mai fatto i conti con il periodo fascista, anche il potere giudiziario, dopo la caduta del regime, non subì una vera e propria epurazione. Molti alti magistrati attivi durante il fascismo rimasero in posizioni di potere nella Repubblica, garantendo una continuità amministrativa e la persistenza di una mentalità autoritaria, con conseguenze anche nell’epoca repubblicana.
La sinistra, il liberalismo democratico e il fascismo
La sinistra italiana e il liberalismo democratico hanno cercato sempre di andare incontro ai fascisti di ieri che, purtroppo, hanno continuato a occupare parte dello Stato repubblicano. Infatti, alcuni di loro non sono andati mai via, ma, come si dice, il “lupo perde il pelo, ma non il vizio”. Dal dopoguerra, hanno cercato in tutti i modi di condizionare e inquinare le regole della Costituzione repubblicana.
Fu proprio un esponenente di sinistra, un comunista, a stendere un velo sul passato, con l’amnistia, varata il 22 giugno 1946 dal ministro della Giustizia Palmiro Togliatti. Fu un decreto di amnistia e indulto che condonò reati comuni, politici e militari, inclusi quelli di collaborazione con il nemico, commessi durante l’occupazione nazifascista. Obiettivo era la pacificazione nazionale post-bellica, ma causò la liberazione di migliaia di fascisti che tranquillamente ripresero il loro cammino, senza che pagassero per le proprie colpe, per riflettere e riconciliarsi col proprio passato di azioni criminose. Non hanno potuto nemmeno “fare pace con i loro reati” del passato.
Oggi, dopo tanti anni, ancora c’è qualcuno che in nome di quel passato, con tanta nostalgia, sputa nel piatto della Democrazia e dallo scranno emette sentenze ed insulta la memoria di chi ha lottato per consentirgli di fare impunemente questo.
Premierato ed indebolimento del Parlamento
A tal proposito, qualcuno sostiene (è giusto pensarlo?) che l’idea della riforma del Premierato non è una casualità, visto che alla base c’è sempre l’esaltazione di maggiore potere al Presidente del Consiglio. Forse, è una coincidenza, ma nel 1922 il fascismo dà vita alla svolta autoritaria con l’indebolimento, o meglio lo smantellamento, del Parlamento.
Dopo “un po’ di tempo “, sempre dal ‘22, circa un secolo dopo, una coalizione che tratta il cosiddetto “parlamento annacquato”, per le leggi della maggioranza usato solo per il voti di fiducia, con la testa all’indietro. Qualcuno continua a tenere nel suo simbolo di partito la fiammella, un chiaro segnale del post-fascismo e guarda caso, continua a sostenere, con forza, la riforma del Premierato. Proprio questo partito che mira a garantire più stabilità, secondo quanto dichiarato, mira ad avere l’elezione diretta del Presidente del Consiglio, puntando a superare la discontinuità degli esecutivi. Ma è davvero così?
Insomma, mentre il fascismo non prese scorciatoie, proprio per una Monarchia debole, adesso si è scelto un giro più lungo, perché c’è la Repubblica, con i suoi pesi e contrappesi. Si parte con la trasformazione del sistema parlamentare, incidendo sugli equilibri dei poteri, inclusi quelli del Presidente della Repubblica, limitandone il ruolo, poiché è vincolato al risultato elettorale.
In sostanza, i governanti ad incominciare dal presidente del consiglio esaltano altri paesi, anche con spot elettorali, per il loro buon governo, Paesi come l’Ungheria, che è attualmente soggetta a molteplici procedure di infrazione da parte della Commissione Europea, in particolare per violazioni dello Stato di diritto, indipendenza della magistratura, diritti alle minoranze, anche sessuali e di genere, perciò no ai diritti e, quindi, discriminazioni, violenze e no all’inclusione, e ovviamente niente libertà dei media. Anche su questo va fatta una riflessione in Italia. Qui vi è l’egemonia, sulla quasi totalità dei giornali e RadioTv, perché appartengono allo stesso schieramento. Addirittura qualche parlamentare è proprietario di più testate. In un Paese che si considera democratico, così non va bene, perché si falsa sia il dibattito che le notizie che arrivano ai cittadini. Si indirizza così i futuri elettori verso una direzione ben definita.
Maggioranza, opposizione e mass media
I mass media, non in linea con il governo, accusano l’opposizione di essere debole, con un’abitudine diffusa o modo di procedere spesso negativo, perché non si rendono contrappesi efficaci. Le loro proposte sono assenti sul territorio, per cui i cittadini non hanno riferimenti certi a livello locale su tematiche e problemi di cui quotidianamente sono afflitti. E’ pur vero che l’egemonia sull’informazione aiuta a creare una democrazia malata; ma le opposizioni possono continuare a piangersi addosso e rispondere con frasi fatte e non proponendo progetti e soluzioni, anche nella riorganizzazione delle risorse?
Non dovrebbero le opposizioni mettere una pezza alla carenza dei mass media?
Sono molti gli storici che sostengono che il fascismo italiano, del secolo scorso, è l’origine degli altri “fascismi” nel mondo; perché alla fine sono accomunati da autoritarismo, nazionalismo e violenza politica. In merito, una delle tecniche utilizzate nel ventennio fascista era l’infiltrazione, per giustificare successivamente la violenza verso chiunque osava opporsi o avversare. Come mettere una pezza all’egemonia dei mass media? Elaborando un progetto e portando in piazza tra i cittadini, magari risuscitando le sezioni, come i vecchi partiti o circoli culturali, per far parlare e discutere i cittadini dei loro problemi che, magari, ritrovano nel progetto in discussione.
A tal proposito, il Presidente della Repubblica Sandro Pertini diceva: “Tutte le idee vanno rispettate. Il fascismo, no. Non è un’idea. E’ la morte di tutte le idee. L’unico modo di intendere il fascismo è combatterlo“. Anche lo storico Alessandro Barbero, a questo proposito, evidenzia che la violenza è considerata un elemento intrinseco e fondante del fascismo, utilizzato non solo come aggressione fisica, ma come strumento di lotta politica, pedagogia totalitaria e rito performativo per imporre l’ideologia.
Perciò, secondo il prof. Barbero, lo squadrismo ha le radici nella brutalizzazione della Prima Guerra Mondiale, rendendo la violenza un metodo permanente di governo e soppressione dell’opposizione.
Tutto questo mi fa venire alla mente ciò che, in questi giorni, sta facendo l’ICE, un’agenzia federale statunitense “United States Immigration and Customs Enforcement” ( Immigrazione e Dogane degli Stati Uniti), uomini mascherati, aggressivi ed armati fino ai denti, che dipendono dal Presidente Trump. Non a caso, lo stesso ha giustificato falsamente l’atroce delitto di una giovane scrittrice e poetessa di 37 anni nella sua macchina e di un infermiere, sempre di 37 anni, con in mano un telefonino che, per il Presidente, diventa pistola. Quindi, si giustifica tutto anche di fronte all’evidenza di un filmato. Questi uomini violenti ricordano tanto le camicie nere di Benito Mussolini.
Secondo alcuni storici, la crisi italiana ha origine con l’unificazione dell’Italia, perché la “Monarchia piemontese” si preoccupò solo di sanare le proprie casse, vuote da tempo, abbandonando, poi, a se stesso il resto del Paese, in particolare il Sud. A questo va aggiunta “l’invenzione della dittatura”, senza capo né coda, che portò l’Italia nella miseria più totale ed in una guerra devastante. Ovviamente, la megalomania di un dittatore la fece da padrone, addirittura mandò gli uomini in Russia in guerra, senza nemmeno un paio di scarpe decenti per far fronte alla neve.
Oggi, taluni “simpatizzanti” guardano ancora con nostalgia a quei momenti del ventennio che iniziò con leggi, leggine e norme che vedono un uomo solo al comando e la sopraffazione su di un popolo, attraverso prepotenze e colpi di maggioranze. Per questo, oggi, va fatto un momento di riflessione su certe leggi, leggine e passaggi legislativi, come il cambiamento di un comma o di una parola nel Ddl sugli stupri, da “consenso” a “dissenso”. Sembra una banalità, ma così non è, perché la vittima dovrebbe dimostrare la “volontà contraria”. Se questo testo che ci riporta indietro di decenni, diventasse legge, le vittime di violenza sessuale dovrebbero, quindi, dimostrare di essersi opposte e di aver detto no! Perciò, è giusta la mobilitazione della società civile, anche di piazza, affinché il testo venga ritirato o riformato. Ma va anche fatta una riflessione sui cambiamenti che stanno avvenendo nella Costituzione Repubblicana, senza confronto con le altre forze politiche, sociali e di massa, rappresentate a vari livelli, senza un’ampia discussione in Parlamento, ma solo con votazioni con la fiducia. Da questo il Referendum diventa un fatto politico e non solo tecnico-giuridico. Il politichese tutto italiano ci ha insegnato che la provvisorietà porta a situazioni definitive, come è successo con la legge elettorale: oggi, i parlamentari vengono “nominati” e non eletti dai cittadini.
Il Referendum, la politica e la questione NO e SI’
A proposito di Referendum. Molti elettori voteranno NO non perché giudicano l’operato della magistratura eccellente o ottimale e la divisione di carriera sbagliata. Per esempio, io mi chiedo:” Perché non occuparsi non solo della separazione, ma anche della funzionalità della giustizia, con processi più rapidi e con più magistratura, con più accorgimenti, per esaltare la professionalità dei tantissimi magistrati bravi. Ovviamente, un’organizzazione migliore, seria e puntuale sicuramente aumenterebbe la loro produttività, a tutto vantaggio della Giustizia in generale.
L’arroganza dell’esecutivo impone a chi ama la democrazia e la politica , e non il politichese, di esprimere un voto per inviare un messaggio ai prepotenti che, spesso, puntano non solo a più potere, ma anche ad arricchirsi a discapito dei più deboli: non a caso, spesso, tra loro si trovano anche noti evasori fiscali.
Quindi, invece di fare una riforma costituzionale pasticciata che non cambia niente sul piano processuale, anzi qualcosa la cambia creando un gruppo giudiziario autonomo, costituito dai Pubblici Ministeri, con l’integrazione dalla Polizia giudiziaria. Qualcuno avanza l’idea che poi sarà staccata la Polizia giudiziaria dal PM. Quindi, si toglierebbe la direzione delle indagini, così come è avvenuto finora. Comunque è tutto da verificare.
CSM, ruolo dell’autogoverno e la società
Spesso mi sono chiesto: ci sono stati PM che hanno nascosto le prove che erano a discapito degli imputati? E se ci sono stati, quali sono stati i provvedimenti presi dal CSM? E, poi, la responsabilità degli errori giudiziari, non è forse un retaggio storico, mai affrontato seriamente? Il CSM ha esercitato l’autogoverno sempre bene? Quando, in primo grado si viene condannati, con una pena molto severa, e poi, in appello si viene assolti perché il fatto non sussiste, cosa succede? Si cerca di capire perché? Ci sono meccanismi di verifica da parte dell’autogoverno del CSM?
Secondo me, la politica doveva coinvolgere i cittadini e il Parlamento su questi ed altri problemi, come la realizzazione dello svuotamento delle carceri, soprattutto minorili, puntando su percorsi educativi, scolastici e professionali individualizzati, partendo dall’utilizzo di spazi inutilizzati, come quelli delle CASERME ABBANDONATE, visto che la LEVA appartiene al passato.
Tale strutture potrebbero essere utilizzate, anche per i carcerati che devono scontare uno, due o tre anni, come un vero e proprio preambolo sociale, in modo da prepararli all’inserimento nella comunità. E, poi, i tanti che sono finiti in galera, perché erano solo soggetti che si drogavano, non sarebbe il caso di pensare a strutture socio-sanitarie-educative, per superare la dipendenza? Non sarebbe il caso di pensare anche all’utilizzo delle strutture sopra richiamate, pensando ad una gestione mista pubblico-privato, con regole certe e un’applicazione perentoria per chi si macchia di abusi, irregolarità o si appropria indebitamente di qualcosa?
Politica e magistratura
E’ questa la funzione pensante della POLITICA? Sicuramente sì! Ma anche il CSM, organo di autogoverno, deve badare seriamente e concretamente alla libertà del cittadino: non può voltare la faccia dall’altra parte o far finta di niente. Il CSM deve farsi carico davvero della tesi “meglio un colpevole libero che un innocente in galera”. Il giudice deve operare pensando al principio del garantismo penale e la presunzione di non colpevolezza. Il rischio di ingiustizia per un innocente, non dico che non lo debba far dormire, ma di analizzare bene, prima di firmare un mandato di arresto. Insomma, deve, se è necessario, analizzare e rianalizzare le prove, in modo che siano certe, “oltre ogni ragionevole dubbio”, non solo per la condanna, ma anche per l’arresto.
La riforma della giustizia va fatta, soprattutto per renderla più giusta ed operativa verso i più deboli, non a colpi di maggioranza, diventando un “crogiolo” di contraddizioni, solo in favore dei prepotenti. Maggioranza e opposizione avevano ed hanno l’obbligo di discutere e trovare una soluzione comune, su come rendere la giustizia più giusta, senza pensare ad un possibile giudice a Berlino, come auspicava il mugnaio.
Per queste ed altre considerazioni, il libro del procuratore Vitaliano Esposito ci dà delle risposte dirette, soprattutto a chi ama capire i mali della giustizia consentendogli di capire cosa occorre correggere, le assurdità e le ingiustizie, perpetrate nel tempo. Il lavoro avanza anche la necessità di scrivere testi di leggi lineari, ineccepibili, non facendosi condizionare dal burocrate, diventando incomprensibili anche per chi sa bene leggere e scrivere.
Procuratore Esposito, amico mio, ancora perdonami, se ho approfittato della chiacchierata, ma ho voluto parlarti e scriverti, con la mente e il cuore, per dirti davvero quello che penso sui retaggi storici che hanno reso la giustizia italiana un colabrodo che, talvolta, ha partorito mostri giudiziari, come il “caso” Tortora.
In merito, il Procuratore, come dicevo sopra, mi ha parlato anche della sua intervista al Quotidiano nazionale “L’Altravoce”, rilasciata al dottor Alessandro Barbano, direttore editoriale del quotidiano. Un’intervista che ha aperto un dibattito in merito, tant’è che il Prefetto Francesco Tagliente, presidente della Fondazione Insigniti dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana (OMRI), ha ritenuto di scrivere a sua volta al direttore Barbano.
Qui di seguito, riportiamo sia l’intervista al Procuratore Esposito che la successiva lettera aperta del dottor Tagliente.
Intervista del Procuratore Vitaliano Esposito:
Giustizia, Esposito: «La giurisdizione misura la civiltà di un popolo»
di Valentina Marselli
Il Procuratore generale Vitaliano Esposito riflette su giustizia, fairness e
diritti umani: «Un giudice corretto tutela i diritti prima ancora di applicare
la legge»
IlProcuratore Generale Emerito
Vitaliano Espositoè una delle figure
più autorevoli della magistratura
italiana ed ha sempre sostenuto
una concezione della giustizia fondata
sulla terzietà del giudice, sul
rigore istituzionale e sulla sobrietà
del magistrato. Nella sua recente
opera Dialoghi sull’ingiustizia.
Antigone nel labirinto: tra aspirazione
alla pace e propensione alle
guerre (Editoriale scientifica,
2025), Esposito offre una riflessione
profonda sul rapporto fra
diritto, potere e conflitto.
Procuratore, nel suo libro lei parte dalla metafora di Antigone. Che
significa giudice corretto?
«Un giudice che rispetti – lui per primo – il principio di legalità e che nell’applicazione
della legge al caso concreto non adotti una decisione che si
risolva nella violazione di quei diritti fondamentali della persona di cui
dovrebbe essere il primo tutore, come dice la Corte europea dei diritti
umani».
Ma come può un giudice violare i diritti fondamentali della persona
applicando una legge dello Stato?
«Ciò si verifica quando il giudice, nell’interpretare il contesto normativo
applicabile nel caso concreto, adotti una decisione che, pur costituzionalmente
orientata, non risulta convenzionalmente corretta».
Può spiegarsi meglio?
«Il giudice deve, nel caso concreto sottoposto al suo esame, applicare la
legge dello Stato alla luce delle regole, sostanziali e processuali, sancite dalla
Convenzione europea dei diritti dell’uomo, che salvaguardano la dignità
umana nelle sue varie manifestazioni. E ciò deve fare ispirando la decisione
al principio della fairness – della correttezza – e rispettando l’obbligo
giuridico positivo a lui imposto dalla Convenzione di attuare e tutelare i
diritti umani, come quasi quotidianamente ripete la Corte di Strasburgo, la
cui giurisprudenza deve essere rispettata dal giudice nazionale».
Ma come può operare nel nostro ordinamento la ‘fairness’?
«La fairness è uno spirito gentile che, animando il principio della preminenza
del diritto contro l’arbitrio, trascende i confini dei singoli sistemi nazionali
e ha assunto nel contesto europeo – grazie alla Convenzione europea – la
natura di principio ispiratore che permea l’intero ordinamento di uno Stato
democratico. Non più, quindi, solo criterio processuale e sostanziale di legittimità
dell’azione giudiziaria, ma principio etico-giuridico, che tutela la dignità
della persona – minimo comune denominatore di tutti i diritti umani –
e la legittimità stessa dell’azione pubblica nel suo complesso. Questo è l’insegnamento
e il monito che proviene da Strasburgo a tutti noi».
Ma allora, Procuratore, la fairness e l’obbligo giuridico non riguarda
solo il giudice?
«Infatti, la fairness concerne tutti noi e questo obbligo positivo è a carico
dello Stato – unitariamente inteso e nelle sue varie articolazioni – che, come
dice la Corte di Strasburgo, non deve rimanere passivo dinanzi agli obblighi
assunti, ma deve adottare le misure ragionevoli ed adeguate a proteggere i
diritti umani riconosciuti. L’imperativo categorico che discende dall’osservanza
di questo obbligo non vale, quindi, solo per il giudice nel momento
dell’amministrazione della giustizia, ma anche per il legislatore, per il governo,
per l’amministratore e per chiunque ha la disponibilità di un procedimento
in cui venga in discussione il rispetto di un diritto umano, con la conseguenza
che, ciascuno nell’ambito delle proprie attribuzioni e competenze,
deve vegliare a che il provvedimento adottato non si risolva proprio nella
violazione di quel diritto».
E ciò spiega perché il giudice può intervenire per verificare il rispetto
dei canoni convenzionali adottando provvedimenti?
«Esattamente. Questo potere-dovere si manifesta nel momento in cui il giudice
esercita la giurisdizione sul caso concreto sottoposto al suo esame. La
giurisdizione, infatti, non è soltanto una funzione dello Stato, ma – grazie
alla fairness – diventa il termometro della civiltà di un popolo. Essa si fonda
sul principio della preminenza del diritto contro ogni forma di arbitrio, principio
che la Convenzione europea ha elevato a fondamento dell’ordine
democratico, superando l’obsoleto dogma – di kelseniana memoria e
oggetto delle critiche di papa Benedetto XVI nel suo memorabile discorso
al Parlamento tedesco – del primato assoluto della legge (dura lex, sed lex),
spesso espressione della ragion di Stato».
Ma il potere-dovere del giudice non deve essere anch’esso sottoposto
alla fairness?
«Certamente. La Corte di Strasburgo ha sempre sottolineato il ruolo peculiare
del potere giudiziario nella società: esso, in quanto garante della giustizia
– valore fondante di uno Stato di diritto – deve godere della fiducia dei
cittadini per poter adempiere alla propria missione. È per questo che, nell’esercizio
della funzione giurisdizionale, alle autorità giudiziarie si impone
la massima discrezione, affinché sia preservata la loro immagine di giudici
imparziali».
Il giudice può criticare una legge, in virtù della libertà di espressione
garantita dall’articolo 21 della Costituzione?
«Sì, certamente. Tuttavia, tale libertà – pur riconosciuta a tutti – non è assoluta
e, in una società democratica, incontra limiti connaturati alla funzione
esercitata. Per i magistrati, essa si intreccia con il dovere di moderazione e
prudenza. Nella sentenza del 15 dicembre scorso, la Grande Camera della
Corte europea dei diritti dell’uomo ha chiarito che, anche quando partecipano
al dibattito pubblico online sul funzionamento della giustizia, i giudici
devono mantenere un equilibrio ragionevole tra il diritto alla libertà di
espressione (art. 10, §1 CEDU) e il dovere di riservatezza, fondato sull’obbligo
deontologico volto a proteggere la fiducia degli utenti della giustizia
nel sistema giudiziario».
Vi sono limiti al linguaggio utilizzato dai magistrati nell’esercizio della
loro libertà di espressione sui social media?
«Proprio nella medesima sentenza del 15 dicembre (punto 155), la Grande
Camera ha ribadito che tali dichiarazioni non sono esenti dagli obblighi che
derivano ai magistrati dal loro dovere di riservatezza. Richiamando i principali
strumenti internazionali in materia di deontologia giudiziaria, la Corte
ha sottolineato l’obbligo per i magistrati di adottare tono e linguaggio
improntati a circospezione e prudenza, valutando attentamente le conseguenze
che ogni messaggio – pubblicato sui social o in altre forme di
interazione – può avere sulla dignità della funzione giudiziaria. Tono e linguaggio
non devono mai compromettere la fiducia collettiva nel buon funzionamento
della giustizia».
Alla luce di tali limiti e del principio di fairness, come valuta la strategia
comunicativa di Anm sul fronte del No alla separazione delle carriere?
«L’ANM, in quanto associazione rappresentativa della magistratura, ha una
responsabilità particolare: le sue prese di posizione pubbliche non devono
compromettere la percezione di imparzialità dell’intero ordine giudiziario,
né minare la fiducia collettiva nel sistema di giustizia. Da cittadino della
Repubblica, la percezione che traggo da questa campagna – per modalità,
linguaggio e tempistica – è che essa oltrepassi i limiti di prudenza e neutralità
che dovrebbero caratterizzare l’intervento pubblico della magistratura e
delle sue rappresentanze. L’invito esplicito al voto, veicolato da slogan emotivamente
forti e diffuso in spazi pubblici ad alta visibilità, rischia di intaccare
l’immagine di imparzialità della magistratura. Ne deriva una lesione
della fairness del dibattito democratico, intesa come equilibrio tra libertà di
espressione e dovere di riserbo istituzionale».
Lettera aperta del Prefetto Francesco Tagliente
La lettera che segue nasce dalla lettura dell’intervista
a Vitaliano Esposito pubblicata
su L’Altravoce e intende valorizzarne i contenuti
nel quadro del progetto 2026 della
Fondazione Insigniti OMRI dedicato all’etica
costituzionale del servizio pubblico.
“Caro Direttore Barbano,
ho letto con grande attenzione l’articolo pubblicato
su L’Altravoce contenente l’intervista
di Valentina Marsella all’ex Procuratore
Generale della Suprema Corte di
Cassazione, Vitaliano Esposito.
Si tratta di un contributo di raro spessore, che
ho apprezzato non solo per la qualità dell’analisi
giuridica, ma soprattutto per la capacità
di riportare al centro del dibattito pubblico il
nesso profondo tra diritto, istituzioni, responsabilità
e fiducia dei cittadini.
Le riflessioni del dottor Espositomi hanno
colpito in modo particolare anche perché
giungono in una fase in cui la Fondazione
Insigniti OMRI, che ho il privilegio di presiedere,
sta dando attuazione a un progetto
varato per il 2026, dedicato alla promozione
dell’etica costituzionale del servizio pubblico.
Un progetto che intende rivolgersi a tutti
coloro che esercitano funzioni pubbliche –
amministratori, dirigenti, operatori delle istituzioni
e della giustizia, magistrati compresi
– nella convinzione che il buon funzionamento
dello Stato democratico dipenda non
solo dal rispetto formale delle regole, ma
dalla qualità etica con cui esse vengono interpretate
e applicate.
L’idea progettuale prevede la costituzione, in
seno alla Fondazione, di un Comitato consultivo
per la promozione della cultura del
servizio pubblico e dell’etica costituzionale,
nonché l’avvio di un percorso di riflessione
e formazione volto a rafforzare la consapevolezza
del ruolo, dei limiti e delle responsabilità
che accompagnano l’esercizio di ogni
funzione pubblica.
In questo quadro, le dichiarazioni di
Vitaliano Esposito – così efficacemente
valorizzate dal Suo giornale – rappresentano,
a mio avviso, un riferimento di grande valore.
In particolare, esse offrono alcuni insegnamenti
che costituiscono veri e propri
punti di forza per il progetto della
Fondazione:
* l’idea che la legalità, per essere pienamente
legittima, debba accompagnarsi alla correttezza
e alla fairness, intese come tutela effettiva
dei diritti fondamentali della persona;
l’esercizio del potere pubblico deve essere
legalmente corretto, umanamente giusto e
istituzionalmente responsabile, nel rispetto
della dignità della persona e della fiducia collettiva;
* la concezione del giudice – e, più in generale,
del servitore pubblico – come soggetto
chiamato a un surplus di misura, equilibrio,
prudenza e sobrietà;
* il riconoscimento della fiducia dei cittadini
come bene costituzionale da proteggere attivamente,
anche attraverso il linguaggio e la
comunicazione istituzionale;
* l’affermazione della fairness come principio
etico-giuridico trasversale, che non
riguarda solo la giurisdizione ma l’intero
Stato, in tutte le sue articolazioni;
* la visione della giurisdizione, e dell’azione
pubblica in generale, come “termometro
della civiltà di un popolo”, fondata sulla preminenza
del diritto contro ogni forma di
arbitrio. Per queste ragioni ho ritenuto
importante esprimerLe il mio apprezzamento
per il contributo culturale offerto da
L’Altravoce, che con questo articolo ha alimentato
un dibattito alto e quanto mai necessario
sul senso profondo del servizio pubblico
in una democrazia costituzionale.
Con viva cordialità,
Prefetto Francesco Tagliente
Presidente della Fondazione Insigniti OMRI
Giornale IL SUD Mezzogiorno d' Italia