“Volevo solo cantare”, libro-intervista di Emilio Errigo, Generale della Guardia di Finanza, concepito da una conversazione con il figlio Antonio, avvocato e vicedirettore di ALIS

Emilio Errigo: da ragazzo, nato in un borgo di pescatori della Calabria, a Generale della Guardia di Finanza  

L’Amicizia, un valore morale ed etico.
Le definizioni sull’amicizia sono tante, ma ognuno di noi la vive a modo suo.
Mi prendo un po’ di spazio in più. Sarà un articolo un pò lungo, perché parlo di un amico vero,  ricco di valori e passione per il suo lavoro, sempre alla ricerca di una società più giusta.
Il  Generale Emilio Errigo, mio amico da tanto tempo che ci ha accumunati, come spiego nel corso dell’articolo, da battaglie vere, anche se da sponde diverse: da una parte un giornalista, dall’altra un onesto e tenace servitore dello Stato.
Socrate considerava l’amicizia uno dei beni più preziosi e un autentico “movimento dell’anima“. Secondo il grande filosofo greco, il vero amico è colui che ci aiuta a migliorare ed a ricercare la saggezza. Insomma, l’amicizia non nasce semplicemente per un’affinità superficiale, ma dal bisogno reciproco di elevarsi ad un sentimento puro, ben sapendo che bisogna dimenticare ciò che si dà e nel ricordare ciò che si riceve.
Ho voluto parafrasare questi concetti, per dire che da oltre 30 anni ho un’amicizia profonda con Emilio Errigo, un servitore dello Stato,  ai massimi livelli nella Guardia di Finanza.
Ho conosciuto Emilio a Salerno, lui Tenente delle Fiamme Gialle e Comandante del Reparto Operativo Navale del Porto di Salerno. Il sottoscritto era Caporedattore de “il Giornale di Napoli”.
Il senso dello Stato e il dovere civico del Generale Errigo
Ricordo con piacere le operazioni del Tenente Errigo, improntate sempre all’applicazione della legge, nel rispetto anche della giurisprudenza. Errigo era ed è uno studioso del diritto, per cui la sua applicazione vale per i ricchi che abusano del proprio potere o ricchezza c per i “poveracci”. Per il dott. Emilio Errigo, di fronte alla legge, “ siamo tutti uguali ”.
Proprio per questa sua peculiarità, era stimato e voluto bene dai suoi superiori, dai cittadini ed anche da chi subiva le denunzie. Ricordo di una chiacchierato con il suo colonnello, Giuseppe Mango. Per tutto il tempo, non fece altro che elogiare il Tenente Emilio Errigo, preannunciando che, alla festa del Corpo a Torre Angellara, avrebbe fatto lo speaker. Ho voluto ricordare questo aneddoto, perché fu un successo straordinario il suo interloquire, con spiegazioni precise e chiare da vero annunciatore. Sembrava un presentatore, un cronista, un oratore televisivo di lungo corso.  Infatti, illustrava le operazioni effettuate dai suoi colleghi, facendoli sentire orgogliosi del loro lavoro. Faceva vivere ai finanzieri il presente, anche per operazioni ormai datate, procurando loro la pelle d’oca, per l’orgoglio di essere stati protagonisti, proprio grazie al ricordo puntuale dello speaker Errigo.
Il gradito omaggio e il riconoscimento al sottoscritto
Ho ricevuto dall’amico Emilio uno straordinario omaggio: il libro dal titolo “ Volevo solo cantare” – La storia di Emilio Errigo. L’ascesa di un giovane calabrese al cuore dello Stato. Gli ho inviato un messaggio di ringraziamento tramite whastapp.
Questo non solo perché abbia fatto riferimento al sottoscritto, a pagina 111 del volume, ma anche perché è un libro di vita vissuta, all’insegna della giustizia e dei rapporti umano con i cittadini La storia di un uomo straordinariamente innamorato del suo lavoro. E’ un racconto fatto con il cuore in mano: un padre che si “confessa” al figliolo che, per esigenze di lavoro, troppo spesso ha lasciato crescere, vedendolo poco.
Per fortuna, la figura di mamma Concetta  compensava questa assenza importante. kkk
Il ruolo della signora Concetta a fianco del Generale Errigo
Per descrivere il ruolo della signora Concetta, in una casa il cui capofamiglia è un servitore dello Stato e, quindi, molto impegnato, ci si può rifare alla famosa frase di Virginia Woolf: “Dietro un grande uomo c’è sempre una grande donna“, le cosiddette donne “invisibili” che contribuiscono al successo degli uomini celebrati dalla storia. In una società come la nostra, con pochi valori, piena di ostacoli, la vita privata all’interno della famiglia, è per lo più incentrata sul ruolo della donna che diventa il più grande dono per il compagno e il nucleo familiare. Ad essi si dà stabilità e serenità professionale e di crescita, sapendo che la famiglia sta in buone mani. Il fatto che il figliolo Antonio, con tanto affetto ed amore, ascolti il papà Emilio e scriva un libro, è la prova provata del buon lavoro di mamma Concetta.
Durante le nostre passate chiacchierate, il Generale Errigo, spesso mi parlava della straordinarietà del lavoro che faceva sua moglie per la famiglia.
La famiglia Errigo
Non a caso, Emilio dedica il libro alla moglie Concetta, ad Antonio e alla sorella Marianna.
<<A Concetta, mia moglie, perché qui racconto una vita che solo il suo amore ha reso possibile. Emilio>>.
<< A Marianna, mia sorella, con cui ho condiviso ogni respiro di questa storia. Antonio>>.
La famiglia Errigo può vantare tanti successi professionali ed un’eccellente intimità. Ricordo quando Emilio diceva: “Sono contento perché faccio un lavoro che mi piace tanto, ma la mia serenità  la devo, soprattutto, a mia moglie che cura amorevolmente il focolaio domestico. Il fatto che mia moglie si sia dedicata e preso tanta cura  della la nostra famiglia, in particolare tanta attenzione per i figli, identificando in loro umanità ed atteggiamenti morali positivi, significa che il suo impegno è stato quello di collocare al primo posto i valori e il rispetto altrui, in una famiglia sana. E’ questo il sogno di una vita di coppia e, quindi, di una famiglia straordinaria, che si racconta, attraverso i ricordi e gli aneddoti raccolti in un libro: “Volevo solo Cantare”.
Perciò, non me ne voglia la famiglia Errigo, quando leggerà questo mio scritto, ma desidero riportare, qui di seguito, il messaggio che ho scritto, anche se frettolosamente. Tuttavia, la mente mi ha fornito ricordi lucidi e pieni di affetto verso un amico che è stato un importante servitore dello Stato e delle comunità che hanno usufruito dei suoi servizi.
La cosa  sorprendente, in un mondo “cosiddetto moderno”, la cui società sta perdendo, di giorno in giorno, i valori, dove i figli ascoltano poco i genitori, invece è che ci troviamo di fronte a un figliolo, Antonio, che passa ore ed ore ad ascoltare papà Emilio: parliamo di un giovanotto di circa 40 anni, con tanti impegni professionali. Egli si siede al computer, per ascoltare e trascrivere la vita professionale ed umana del papà. Non è, forse, una cosa meravigliosa?
Il racconto del papà viene arricchito dall’interlocuzione con il figlio Antonio, che consente a papà Emilio di scandagliare tutti i particolari di come la sua vita si è svolta professionalmente e umanamente, ma soprattutto di cogliere l’amore e l’affetto di un bravo figlio che, con tanta premura, cerca di valorizzare il passato del suo papà.
Che cosa fantastica. Se ci fossero tanti casi simili, sicuramente la nostra Italia sarebbe migliore.
Dopo aver ricevuto il libro-intervista, scritto a quattro mani, mi permetto di dire “a otto mani”, perché oltre ad Emilio, il figliolo Antonio, anche la moglie Concetta e la figliola Marianna  hanno stimolato la mente di Emilio a ricordare tanti aneddoti, magari sfuggiti.
L’inizio di un’amicizia da sponde diverse, ma con unico intento
A pagina 111 del libro-intervista, ho letto che c’era qualcosa che mi riguardava: veniva rievocato un ricordo che vedeva protagonista Emilio, come Tenente della Guardia di Finanza, e il sottoscritto, come caporedattore di Salerno de “il Giornale di Napoli”, che portò al titolo di un articolo Coraggio, ancora coraggio.
Nel messaggio whatsapp, ho raccontato all’amico Emilio Errigo qualche retroscena che, forse, non gli avevo mai detto.
Qualche particolare dell’articolo:
Coraggio, ancora coraggio!
La trascrizione del contenuto del messaggio:
<< Caro Emilio,
oggi mi è arrivato il libro-intervista del figliolo Antonio al papà Emilio, un lavoro straordinario che dimostra di trovarci di fronte a un ragazzo eccellente. Purtroppo, oggi, nella nostra società, raramente i figli ascoltano i padri. Quindi, sono molto grato a te e ad Antonio. Se la mente non mi inganna, ricordo di averlo conosciuto quando era ancora un ragazzo. In quella pagina n.111 siete stati davvero tanto generosi verso di me.
Mentre leggevo, mi sono commosso, perché ho ricordato momenti particolari della mia vita, nella qualità di caporedattore di un giornale con pochi mezzi, ma con tanto, tanto orgoglio di fare bene ed al meglio il proprio lavoro al servizio dei lettori, non trascurando mai i cittadini più deboli, cioè quelli senza voce e con pochi privilegi, per colpa dei prepotenti.
In merito ai prepotenti, quando il giorno dopo lessi la notizia sul mio giornale, nelle pagine non curate da me, che il Tenente Emilio Errigo della Guardia di Finanza e l’intero Corpo delle Fiamme Gialle, aveva preso un abbaglio, ebbi un tonfo al cuore, conoscendo la tua professionalità, scrupolosità e capacità operative. Nemmeno il tempo di fare mente locale. che arrivò la tua telefonata, nel richiamare la mia attenzione su ciò che era stato scritto e che ti avevo fatto fare, in qualità di amico, anche una brutta figura con il colonnello Giuseppe Mango.
Quando, poi, ti informai che non avevo ricevuto nessun materiale dalla Guardia di Finanza, capimmo subito che c’era stato un “imbroglio”. Detto fatto, dopo due ore, mi facesti arrivare in redazione a Paestum ( dove ci eravamo sistemati, dopo essere stati sfrattati da Salerno) un corposo e dettagliato rapporto ed anche tante foto.
A questo punto c’era un problema, visto quello che era successo il giorno prima sullo stesso giornale, cioè quello che non doveva succedere: la falsificazione della verità. Come procedere per ripristinare una realtà diversa?
Tutto quello che era successo aveva una spiegazione: il nuovo direttore era un grande stronzo-nordista che odiava i Meridionali. Era stato nominato direttore de “il Giornale di Napoli”, per un compromesso con il mio editore, che riguardava la trattativa per l’acquisto dell’Ansaldo. Questo signore nonostante odiasse i Meridionali, da buon “servitore del suo padrone” aveva accettato.
Comunque, in passato aveva diretto uno dei giornali proprio dei Baroli-De Agostini.
Comunque, è il caso di ricordarti anche qualche particolare che, poi, rese ridicola tutta la stampa che si era occupatoa del caso, ovviamente restituendo al Tenente Errigo ed a tutta Guardia di Finanza il rispetto dovuto, come Istituzione per il buon lavoro fatto alla comunità.
Per tutto questo, ti ringrazio sempre!
La rievocazione nel libro di un fatto di “mala informazione” ha stimolato la mia mente e, per qualche minuto, mi ha fatto rivivere una cosa – alla fine – bella. Volendo, è possibile non piegare la testa di fronte ai prepotenti. Come sai, caro Emilio, ho sempre apprezzato il tuo lavoro, molto professionale, perché lo esercitavi e lo eserciti, con tanta onestà intellettuale, senza abbassare mai la testa di fronte ai fuorilegge, agli usurpatori ed agli arroganti. Forse, questo è il motivo che ci accomuna, per cui ci vogliamo tanto bene da una vita, anche se ci vediamo raramente.
Cosa accadde dopo… la falsa notizia dei giornali?!
Il nuovo  direttore de “il Giornale di Napoli” la prima cosa che fece, appena arrivato, si scontrò con tutti. I colleghi, preoccupati per le sue minacce di licenziamento, lo tolleravano. Anche a me incomincio a creare problemi, con la richiesta di smantellare tutto, soprattutto la redazione di Paestum, e ritornare a Salerno. Il sottoscritto disse no. Se la sede era stata buona dopo lo sfratto, doveva esser buona  ancora di più ora, visto che non si pagava il fitto e per i tanti riferimenti territoriali, creati nel tempo. Inoltre, eravamo la redenzione che faceva più vendite di giornali. Ma lui, nonostante fosse il direttore, ottenne dall’editore soltanto che ci fossero due redazioni, una a Salerno e un’altra a Paestum. Un modesto risultato, che lo fece “incazzare” ancora di più.
Ovviamente, gli scontri erano, quasi, quotidiani, ma il sottoscritto fece ricorso alla buona educazione per evitare gli scontri diretti. Tenevo conto della gerarchia  e, quindi, lo trattavo con rispetto.
Certamente, in cuor mio, lo consideravo sempre uno dei peggiori nordisti, un cortigiano sciocco, rabbioso verso i Meridionali, che in vita mia avessi mai incontrato. Questo signore era rimasto culturalmente ancora ai tempi dello storico cartello “non si affitta a meridionali” che campeggiava sulle case del Norditalia. Era un abietto che si sentiva superiore. Si esercitava, spesso, a fare battute, molto brutte, con i colleghi, dimenticando che dirigeva un giornale del Sud. Naturalmente, con me non lo faceva, perché le mie controrisposte erano abbastanza feroci, citando proverbi, spesso napoletani, per questo ne usciva, spesso, malissimo.
Nell’occasione del presunto abbaglio del Tenente Errigo e della Guardia di Finanza, alla fine, mi tornò utile, perché quando chiamai il Caporedattore centrale, dopo la tua garbata telefonata, sapeva già tutto, perché aveva ricevuto un fax dalla redazione di Salerno, ed era incazzatissimo per quello che era successo; ma soprattutto del fatto che aveva chiamato tutti i cosiddetti “giornaloni”, per denigrare la Guardia di Finanza. A nulla valsero le osservazioni del grande Luigi, Caporedattore centrale, anche nel merito della notizia e del vero contenuto del documento arrivato al giornale per fax. Il poverino fu minacciato di licenziamento ad horas.
Dopo averlo ascoltato gli dissi: “Luigi, ma possiamo farci trattare così da un nordista di merda?”.
Luigi, a quel punto, mi disse: “Nicola, tu non hai paura del licenziamento, perché sei sistemato meglio di me, ma io ho famiglia, non posso sbagliare”.
A questo punto gli dissi: “Luigi, peccato perché ho in mente già l’articolo che farebbe giustizia pure a te, ma penso che non te lo farà pubblicare, dopo averlo letto”.
Allora Luigi disse che, normalmente, lui le mie pagine non le guardava, perché gli facevano schifo e, ovviamente, nessuno della redazione le guardava, perché diceva di non perderci tempo. Quindi, lui poteva tranquillamente dire che non le aveva viste, come sempre.
A questo punto, concordammo che i computer si erano rotti e, quindi, ci sarebbe stato un ritardo nella trasmissione delle pagine da Paestum.
Tenuto conto che il direttore andava via verso le 21-21.30, le pagine si potevano spedire dopo, invece che alle 18. In questo modo, Luigi era salvo, perché era facile dire che, come ogni sera, le nostre pagine non erano state guardate.
Quando Luigi riferì al direttore che probabilmente avrei inviato le pagine in ritardo, rispose che se non le  avessi mandato era meglio.
A questo punto, scattò il piano. Lui andò via alle 21 e, qualche minuto dopo, arrivò la telefonata di Luigi che mi avvisava. In quattro e quattro otto furono mandate le pagine alla redazione centrale.
La sconfitta dei prepotenti e dei mentitori
Ed ecco che successe un fatto straordinario. Nella pagina precedente, 10 righe riportavano che la Guardia di Finanza aveva preso un abbaglio. Nella pagina successiva, questa volta intera, non solo si parlava in modo dettagliato della buona operazione della Guardia di Finanza, con tanto di foto, ma c’era anche del mio, dove ricordavo degli abusi dei Baroli-De Agostini, dominatori e invasori di un territorio meraviglioso,  attraverso personaggi locali di facili costumi, con una mentalità  non  da cittadini, ma da sudditi, che piegavano la testa di fronte al padrone di turno.
Ovviamente, colsi anche l’occasione di richiamare il fatto del porticciolo che alla Regione era costato 5 miliardi di lire, ma non utilizzabile dai comuni mortali, perché costoro se l’erano chiuso.
Insomma, di fronte a tutto questo, i “giornaloni” ammutolirono, perché avevano fatto una porcheria, il nostro direttore si dimise, perché l’editore non volle licenziarmi.
Il giornale, con la sua direzione, era andato molto male e lui costava tanto, tra stipendio e soggiorno. Intanto si perdevano tanti soldi per il calo delle vendite. Successivamente, mi fu spiegato che con quegli attacchi continui al sottoscritto, mi aveva spianata la strada professionale. Per questo mi fu offerta la direzione del giornale, dopo di lui. Ma non   accettai!
Il Tenente Errigo della Guardia di Finanza divento mio amico, anche perché faceva molto bene il suo lavoro, non guardava in faccia a nessuno, ma soprattutto faceva rispettare la legge. Non esitava a schierarsi con i più deboli, per le ingiustizie sociali dovute alle carenze istituzionali.
Proprio da questo suo impegno, ligio al lavoro ed al dovere, anche contro i prepotenti, che scaturì il titoloCoraggio, ancora coraggio “. Cosa che il generale Errigo faceva molto, ma molto bene.
Amico mio, un riconoscimento così forte, da uno straordinario uomo dello Stato e da un importante professionista-manager, come il tuo figliolo Antonio, è stato davvero troppo. Ciò mi ha reso molto felice.
Un abbraccio a te e ad Antonio – Nicola>>
“Volevo solo cantare”, un libro che racconta un uomo e l’Italia.
Chi lo legge lo divorerà, perché è affascinato dal contenuto. Racconta la storia vera di uno dei tanti meridionali che, con la valigia di cartone, emigravano al Nord Italia, all’estero oppure si arruolavano per servire lo Stato,  contribuendo alla ricchezza del Nord o dei paesi che li avevano accolti.
Oggi, come ieri, si parla di fuga dei cervelli dal Sud al Nord o altrove. Questo significa impoverire sempre di più il Mezzogiorno.
Emilio Errigo è stato un giovane che “con le unghie e con i denti” non ha mai mollato. Adesso ci racconta la sua vita, grazie alla “penna” del figlio Antonio.
Per dare un’idea di cosa è davvero il contenuto del libro, allego l’introduzione e le note degli autori, Emilio ed Antonio Errigo.
Parliamo di uomini ricchi di valori che amano il lavoro onesto, la famiglia in modo viscerale ( non a caso, le dediche del libro sono due una di Emilio alla moglie Concetta e una di Antonio che, a sua volta, la dedica alla sorella Marianna, come ho ricordato sopra).
Ecco il perché sono convinto che il libro è stato scritto a “otto mani”. Infatti molti aneddoti sono stati ricordati da Concetta e Marianna che hanno contribuito ad arricchire il volume.
Se si scorrono le pagine, partendo dalla seconda di copertina, si può leggere:
<< … Questa è la storia di chi ha scelto la divisa senza dimenticare di rendere conto a sé stesso, di chi ha attraversato mezzo secolo di storia italiana restando fedele a parole che oggi suonano desuete: famiglia, lealtà, senso dello Stato, dovere.
Parole fuori moda. Parole necessarie. “Volevo solo catare” è la prova che si può servire senza servilismo, comandare senza arroganza, partire senza mai davvero andarsene>>.
Ancora, nella terza di copertina, si può leggere:
<< Antonio Errigo è laureato in giurisprudenza, indirizzo internazionale. Inizia le sue esperiena professionale come consulente dello studio Libonati-Jaeger e, contestualmente, come international law clerk negli USA presso la sede di New York di Holland & Knight. Attualmente è il Vicedirettore Generale di ALIS – Associazione Logistica dell’Intermodalità Sostenibile. Giornalista pubblicista>>.
Come il papà nel mondo della Guardia di Finanza, anche il figliolo Antonio è molto attivo anche come speaker nelle iniziative organizzate dall’ALIS nell’attività istituzionali pubbliche nelle conferenze e seminari in Italia ed all’estero….
Inoltre si legge nella presentazione: <<… Antonio è autore di tre romanzi pubblicati per i tipi della Gangemi Editore International: Vengo con te (2012), Quartiere Mondo (2013), Carmarìa (2021).
E’ sposato con Giulia ed è padre di Emilio>>.
E, poi, nell’ultima di copertina Antonio chiede al papà:
<< Parli spesso del potere come una tentazione. Ti riferisci a qualcosa di concreto?>>
La risposta è molto articolata, realistica e concreta, ma qui di seguito ne riporto solo uno stralcio:
<<… E’ un morbo sottile che corrode la coscienza. Io ho cercato di difendermi da quella logica, rifugiandomi nella semplicità dei miei genitori e nella mia idea di felicità: una vita sobria, autentica, vicina ai più deboli, libera dalle maschere del potere. L’ambizione è giusta, ma se non la governi, ti divora>>.
La scelta del nome del nipotino Emilio e il ruolo di Giulia
Quando ho letto l’introduzione scritta da Antonio, che riporta il suo pensiero sulla scelta del nome del figlio,  dove meditava anche sulla possibile continuità, nel futuro, del suo papà che tanto ama, in riferimento a quello che è stato ed è per lui (vedi allegato 1), mi sono commosso, al punto che ho dovuto interrompere di scrivere questo articolo. In esso esprimeva non solo il suo desiderio di chiamare il figlio Emilio, ma nutriva tanto amore e affetto per la sua Giulia, che non voleva imporre o esercitare prepotenza nella scelta.
Naturalmente, la straordinarietà sta nel fatto che Giulia, donna intelligente, riflessiva e giudiziosa, a sua volta, aveva intuito che non si trattava solo di una tradizione meridionale, ma di dare continuità ad un “patrimonio di valori” da trasmettere da nonno a nipote.
L’emozione, così forte, è stata completata anche dal fatto che mi è tornato alla mente una cosa personale, quando mio figlio Carmine mi annunciò che avrei avuto un nipote che, se fosse stato maschio, si sarebbe chiamato Nicola. Un Sud  ancora intriso di valori che cerca ancora di recuperare, anche  attraverso piccoli gesti, un patrimonio di valori e di rispetto verso i genitori.
Il finale dell’introduzione di Antonio è davvero straordinario, sempre riferito alla scelta del nome del futuro nascituro, perciò  vale la pena ricordarlo. Rievoca le parole o meglio il modo di pensare, in sinergia, di Antonio e Giulia.
Antonio scrive: << … Questo libro forse nasce da lì, da quella stanza vuota e da quel nome sussurrato tra due futuri genitori. Nasce dal bisogno di guardare oggi mio padre negli occhi e chiedergli di raccontarsi. Di capire come si diventa ciò che si è. E forse, attraverso di lui, capire anche un po’ di più chi sono io. Antonio>>.
Un altro riferimento straordinario si legge nella Nota (Vedi allegato 2) degli Autori (Emilio ed Antonio) dove si legge:
<< … Io pensavo di conoscere perfettamente chi fosse mio padre: l’uomo che mi ha cresciuto, che mi ha mostrato cosa significa il dovere, la rettitudine, la disciplina. Lui pensava di conoscere la propria vita: i fatti, le date, le tappe di percorso che sulla carta sembra impossibile. Un ragazzo nato e cresciuto in un borgo di pescatori in provincia di Reggio Calabria che inaspettatamente diventa via via nel corso della sua vita un fedele e autorevole Servitore dello Stato. …>>.
Il rischio degli articoli troppo lunghi.
Ovviamente, gli articoli troppo lunghi rischiano di non essere letti, ma ho voluto intenzionalmente correre questo rischio per esprimere tutto l’affetto e l’ amicizia ad un uomo straordinario che con il lavoro e l’impegno nelle Istituzioni ha riscattato un po’ di Sud.
Il Generale Errigo: tra passato,
futuro e tanto impegno per i giovani
Infine, voglio richiamare l’attenzione sull’impegno del Generale Emilio Errigo verso i giovani, con le sue lezioni di legalità contro le mafie, tenute nelle scuole. Ovviamente, in quelle occasioni racconta tanti aneddoti, relativi alle sue esperienze di lavoro o impegni istituzionali, incrociando  grandi personaggi, come Giovanni Falcone, Antonio Caponnetto, Nicola Gratteri, Francesco Cossiga, Franco Zeffirelli, Roberto Saviano e tanti altri.
Il suo impegno per i giovani – anche se parliamo di uno straordinario uomo orgogliosamente di origini calabresi – è stato ed è per tutti i giovani d’Italia. Qualche tempo fa, scriveva il collega Luca Crepaldi sul giornale la “Voce di nuova Rovigo.it” che all’Ipsia “Marconi” di Cavarzere (VE), l’intervento-dialogante del Generale Emilio Errigo che parlò della sua esperienza nel 1986, a fianco del giudice Falcone fu davvero molto ascoltato ed apprezzato dai giovani presenti che, con le loro domande, trasformarono il convegno in un grande successo.
In merito all’intervento del Generale Emilio Errigo, il collega Crepaldi scriveva: “…Vorrei ricordare quanto è stato fatto in questi anni per riuscire a mettere in difficoltà le mafie soprattutto nel Sud Italia – le sue parole – un impegno quotidiano fin da quando lavoravo con il giudice Falcone, del quale ricordo la grande professionalità e serietà che metteva nel proprio lavoro e quanto prendesse a cuore il fatto che la legalità venisse sopra ogni cosa. Le leggi dello Stato devono essere rispettate e noi dobbiamo difendere l’Italia anche a costo della nostra vita…”.
Il sindaco di Cavarzere, Henri Tommasi, apprezzò molto l’intervento del Generale Emilio Errigo, ma soprattutto come era stato seguito con attenzione, in religioso silenzio, dai giovani presenti, dichiarando: “ Vorrei sottolineare l’importanza che la legalità ricopre nelle vita di tutti i giorni e che deve essere un esempio di vita per tutti coloro che vogliono vivere in questo paese, dato che per tutti voi ragazzi è essenziale capire quanto sia necessario essere corretti e soprattutto combattere contro coloro che minano queste regole importantissime per il nostro Paese”.
Ho voluto raccontare quest’ultimo episodio, per evidenziare che l’Italia ha bisogno di uomini come il Generale Emilio Errigo che amano l’Italia tutta. Parafrasando i versi, scritti nel 1821, da Alessandro Manzoni:Il cinque maggio”, va detto che per Errigo la Patria Italia va difesa per ogni suo millimetro, partendo dagli estremi, che vanno “dalle Alpi alle Piramidi”. Al dì là del vero significato che ne dava Manzoni.
Emilio, amico mio, grazie!
Ovviamente, per quello che hai fatto e per quello che farai, soprattutto per i giovani, con il tuo perpetuo entusiasmo ed impegno!

                                                                                                                                        Nicola Nigro
Ps
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Reggio Calabria, presentato il libro “Volevo solo cantare”: la storia del Generale Emilio Errigo
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“Volevo so cantare”, qui di seguito l’introduzione di Antonio Errigo
<<Lo ricordo come uno dei momenti più belli della mia vita, e non  ho mai avuto la pretesa che nessuno potesse capirlo davvero, non io. Eravamo lì, in una casa appena comprata e ristrutturata con il nostro primo mutuo. Era ancora intrisa dell’odore del nuovo e del vecchio insieme, di intonaco e sogni impastati con la polvere. Le stanze erano spoglie come una promessa ancora da mantenere. Una di quelle camere, in particolare, aveva solo una vecchia pianola appoggiata a terra e un piccolo divano-letto accostato ad n muro che sapeva ancora cli pittura fresca. Sopra di noi il vuoto di un soffitto senza lampadario.
Giulia era seduta, il ventre teso da mesi di attesa. e mi guardava con quella calma che solo chi porta dentro una vita riesce ad avere. Io, in piedi, appoggiato alla parete, mi perdevo in quella strana quiete che precede i grandi cambiamenti. Parlavo di cose semplici: di  quale quadro appendere, di quale mobile acquistare e, soprattutto, di come quella stanza non avrebbe mai potuto essere la stanza di un neonato, perché troppo distante dalla nostra che era dalla parte opposta dell’appartamento. E poi, come accade sempre nei momenti importanti, tutto si fece improvvisamente chiaro. Dentro di me volevo ardentemente che nostro figlio si chiamasse Emilio.
Era un pensiero che mi accompagnava da mesi, non era un segreto. Era  piuttosto un  punto fermo  tra  me e la mia semplice storia. Giulia lo sapeva, naturalmente. Ma lei aveva altri nomi in testa – più moderni, più leggeri forse – e non mi aveva mai promesso che avrebbe accettato il mio. Poi, quasi allo scadere del tempo, in un momento qualunque di quel giorno qualunque, con quella dolcezza che  le  è naturale, senza che io aprissi l’argomento mi ha detto semplicemente: << Va bene, lo chiameremo Emilio>>.
Non stavamo parlando di quello. Niente preamboli, niente discussioni, niente di niente. Solo quella frase, limpida e ferma, come un dono. E io, emozionandomi, ho capito che dietro quella scelta non c’era la semplice resa a un mio desiderio, ma c’era un atto d’amore puro: la sua fiducia silenziosa, la volontà di accogliere una parte di me che affonda le radici lontano, dentro la figura di mio padre. Una volontà che veniva da lei, che il padre lo ha perso troppo presto nel cammino della vita.
Emilio, in quel preciso momento della mia esistenza, non era solo un nome: era un’eredità morale da fissare, un filo invisibile che unisce ciò che siamo stati a ciò che ancora dobbiamo diventare. Non si trattava di tradizione, né di rendere omaggio a un passato familiare come usanza meridionale vuole. Era qualcosa di molto più intimo, più necessario: il bisogno viscerale di dare continuità, non tanto ad un nome e un cognome, ma  ad un preciso modo di stare al mondo, di custodire un senso di gioia e amore per la vita, di giustizia, di dignità, di attenzione agli ultimi, di fedeltà a sé stessi.
Da quel momento ho capito che, prima o poi, avrei dovuto raccontarla la storia di un padre. E farlo proprio con lui al mio fianco, attraverso le sue parole, attraverso un dialogo aperto e sincero. Non per celebrarlo e basta: a quello ci penserà il tempo e chi gli vuole bene. Piuttosto per capirlo. Per attraversare insieme a lui gli anni, le scelte, le battaglie e i silenzi che l’ hanno reso l’uomo che conosco.
Questo libro forse nasce da lì, da quella stanza vuota e da quel  nome  sussurrato tra due futuri genitori.  Nasce dal bisogno di guardare oggi mio padre negli occhi e chiedergli di raccontarsi. Di capire come si diventa ciò che si è. E forse, attraverso di lui, capire anche un pò di più chi sono io. Antonio>>.
“Volevo so cantare”, qui di seguito la nota degli autori
<<C’è voluto tempo per arrivare a queste pagine. Non il tempo che serve a scrivere un libro, ma un tempo più denso, quello che ci è servito per guardarci davvero.
Per capire che tra un padre e un figlio non bastano gli anni vissuti  sotto  lo  stesso  tetto, le parole scambiate a tavola, in  macchina, al telefono, i silenzi compresi a metà.  Che per conoscersi veramente bisogna avere il coraggio di sedersi uno di fronte all’altro fare le domande che abbiamo sempre evitato. Quelle che illuminano. Quelle che fanno male.  Questo libro è nato da quel coraggio. O forse dalla paura – che è poi la stessa cosa, vista da un’altra angolazione – di lasciarci sfuggire qualcosa di essenziale. Quando abbiamo cominciato, credevamo di conoscere perfettamente la storia che stavamo per raccontare.
Io pensavo di sapere perfettamente chi fosse mio padre: l’uomo che mi ha cresciuto, che mi ha mostrato cosa significa il dovere, la rettitudine, la disciplina. Lui pensava di conoscere la propria vita: i fatti, le date, le tappe di un percorso che sulla carta sembra impossibile. Un ragazzo nato e cresciuto in un  borgo di  pescatori in provincia di Reggio Calabria che inaspettatamente diventa via via nel corso della sua vita un fedele e autorevole Servitore dello Stato.
Ma nel momento in cui abbiamo iniziato questo scambio è successo qualcosa che nessuno dei due si aspettava. Le domande hanno cominciato a scavare oltre la superficie, oltre i fatti. E le risposte hanno portato alla luce una verità più complessa, più umana, più vera. Abbiamo osato. Abbiamo scoperto insieme che questa non è solo la storia di una inaspettata e straordinaria carriera o di un riscatto personale e sociale.
È la storia di un uomo che ha capito, molto presto, che per essere libero doveva prima mantenere intatta e rafforzare sempre di più la propria integrità. Che l’onestà e la rettitudine non sono mai un peso  da sopportare ma sono bussole  che  ti  orientano  quando  tutto  intorno  è  nebbia. Che servire la propria famiglia, servire sé stessi, servire lo Stato sono, in fondo, tutti aspetti di un unico impegno.
E in un’epoca come la nostra, dove ogni certezza sembra liquefatta, dove i modelli si sgretolano prima ancora di essere compresi, dove cinismo e furbizia vengono scambiati per intelligenza, questa verità risuona con una forza che ci ha sorpresi entrambi.
Da padre, a sessantotto anni, non ho mai pensato che la mia vita meritasse di essere raccontata così. Sono stato un uomo che ha fatto il suo dovere, niente di più. Ma quando mio figlio Antonio, all’età di  quarantuno  anni, mi ha chiesto di ripercorrere insieme le  tappe  salienti della mia esistenza, ho capito che  forse  non si trattava solo di me. Si trattava di lasciare una testimonianza che, per citare Vittorio Alfìeri, potesse dire a chi verrà dopo: Volli, e volli sempre, e volli fortissimamente volli. Non è retorica, anche se lo so che suona così. È stata la mia unica arma contro un destino già scritto. La  volontà. Quella che ti fa alzare alle tre e mezza del mattino per studiare quando tutti gli altri dormono. Quella che ti fa scegliere la strada più difficile perché sai che è quella giusta. Quella che ti tiene in piedi quando tutto sembra crollare.
Da figlio, per anni, giocando con mia sorella Marianna dentro le caserme di mezza Italia o a ridosso delle banchine dove erano attraccate le navi della Guardia di Finanza, ho guardato mio padre e spesso ho visto solo la divisa, il grado, i ruoli sempre più importanti.
L’uomo che in famiglia non ha mai fatto mancare una nota musicale, un sorriso o un gesto affettuoso ma che incarnava al contempo l’autorità, il rigore, la disciplina ferrea che – specie in età adolescenziale – spesso mi sembrava incomprensibile. Poi, seduto di fronte a lui con le mie domande, ho cominciato a vedere altro. Ho visto il bambino che cantava, la voce che cercava di volare oltre l’orizzonte ristretto di un paesino dove il mare era sempre una promessa. Ho visto il giovane che ha indossato quella divisa non per una ricerca di potere, ma per costruirsi un’ossatura morale che lo sostenesse. Ho visto i lutti improvvisi che hanno squarciato la sua vita, i dolori che non si dicono, le crisi che nessuno conosce. E ho capito che ciò che avevo sempre considerato delle sue scelte erano in realtà forza. La forza quotidiana, ostinata, di rimanere sempre in piedi. Di primeggiare. Di continuare a credere.
Nel fare questo libro abbiamo imparato qualcosa che va oltre la narrazione di una vita. Scrivendo abbiamo silenziosamente riconosciuto entrambi un gesto antico: quello di passarci il testimone del tempo.
Non quello  delle   aspettative  o  delle   ambizioni, ma qualcosa di più prezioso: la consapevolezza che provare ad essere uomini retti in un mondo  storto  non  è  ingenuo idealismo, ma l’atto più rivoluzionario che si possa compiere. Che servire con onestà – che sia lo Stato, la famiglia   o  semplicemente  i  propri  principi  –  è l’unica cosa che resta quando resta quando tutto il resto si dissolve.
Questo libro è nato  da  noi due, ma  non  appartiene solo a noi o al  nostro  nucleo  familiare.  Appartiene a tutti quelli che hanno  bisogno  di  un  appiglio in questo tempo vertiginoso e ondivago. A chi cerca un faro quando tutto intorno  sembra  buio.  A chi  si domanda se valga ancora la pena essere onesti, essere integri, essere testardamente fedeli a ciò in cui si crede.
La risposta che abbiamo  trovato insieme, tra  queste pagine, è semplice come  il mondo: sì,  ne vale la  pena.
Non perché ci sia una ricompensa  garantita, ma perché alternativa è perdersi.
E noi, nonostante tutto, abbiamo scelto di non perderci. Queste sono le nostre voci. Due generazioni, due prospettive. Il figlio che scopre il padre. Il padre che si riscopre attraverso gli occhi del figlio.
E in mezzo, una vita che testimonia solo una cosa: quando vuoi davvero, quando vuoi fortissimamente,  anche l’impossibile diventa solo una questione di tempo…
A quattro mani con tutta la nostra verità
Emilio e Antonio Errigo>>.

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