L’articolo che qui di seguito viene pubblicato è stato scritto dal giudice Michele Di Lieto che riguarda le società nel mondo. Ormai esse sono invase dall’egoismo molto, ma molto individuale e personale. Il fatto grave è che
oramai si pensa solo all’accumulo di ricchezza, dimenticando che l’essere umano oltre ad avere un corpo ha anche un cervello che si occupa di valori, di integrità morale, di solidarietà e quant’altro riguarda la psiche cioè mente, spirito, anima, personalità, carattere e attività mentale, ossia la filosofia dell’individuo.
In merito suggeriamo di dare un’occhiata anche un altro articolo del giudice Di Lieto, pubblicato su “il Sud” del 12 ottobre 2026: << Giudice Di Lieto: stiamo diventando una società che si sta abituando a tutto, con la perdita dei valori e dell’integrità morale si va alla deriva>>.
Apprendiamo dalla stampa che a Houston, metropoli del Texas (USA), una donna di 35 anni ha ucciso la figlia di quattro anni e poi si è tolta la vita. Secondo le prime indagini la 35enne di origine brasiliana aveva divorziato dal marito nel novembre 2024, e da allora la coppia aveva dato inizio a un’aspra battaglia legale per l’affidamento della figlia. Nell’ultima udienza, avvenuta lo stesso giorno della tragedia, il giudice aveva disposto l’affidamento esclusivo al padre con facoltà per la madre di vederla solo nei (pochi) giorni stabiliti dalla legge e sempre sotto controllo.
Non solo: veniva vietato alla donna di parlare alla figlia nella sua lingua madre, il portoghese, a meno che non fosse presente un supervisore in grado di parlare la lingua. Le veniva inoltre vietato di partecipare a spettacoli scolastici e attività extrascolastiche, alle quali partecipasse la figlia, le veniva ordinato di versare gli alimenti e di coprire il 50% di tutte le spese mediche della piccola. Una sentenza, come si vede, assai severa, che ha avuto ripercussioni altrettanto severe sulla psiche della donna che, tornata a casa, ha sparato alla figlia e subito dopo si è suicidata. Noi non conosciamo la legge texana, ma le controversie tra genitori separati o divorziati per l’affidamento dei minori sono frequenti anche in Italia e, anche in Italia, non
mancano provvedimenti che assegnano il minore a uno dei genitori con facoltà per l’altro/a di visita periodica sotto controllo. In Italia, un provvedimento del genere apparirebbe il più rigoroso nei confronti del coniuge non affidatario. Intanto, si tratterebbe di un affido esclusivo, che viene di per sé considerato eccezionale rispetto all’affido condiviso, che costituisce la regola. Inoltre perché l’affido esclusivo verrebbe rafforzato per la facoltà di visita concessa alla donna solo nei giorni stabiliti, alla presenza di un terzo, generalmente un assistente sociale, deputato al controllo e alla vigilanza sul coniuge non affidatario. Un provvedimento dunque fortemente limitativo, quasi una misura ablativa della responsabilità genitoriale da concedersi solo di fronte a fatti gravi, persistenti nel tempo, e rigorosamente provati, come può essere la irreperibilità dell’uomo (o della donna) e la scomparsa completa dalla vita del figlio. Ultima ragione della gravità del provvedimento consiste in ciò: che il ruolo sacrificato nel caso di specie graverebbe sulla madre, il che, trattandosi di una bimba di quattro anni, sembra francamente esagerato. Ora, è vero che il principio della bi-genitorialità, e l’abbandono della maternal preference, sanciti in Italia dalla legge n. 54/2006 mettono entrambi i genitori su piede di parità nell’interesse esclusivo dei minori, e non esiste più preferenza per la madre anche quando si tratti di un bimbo in tenera età; è vero inoltre che qualsiasi provvedimento in materia di affido è riservato al potere discrezionale del giudice tenuto a valutare tutte le circostanze del caso concreto nell’interesse del minore; è vero infine che provvedimenti di affido esclusivo rafforzato vengono emessi in Italia anche quando l’affido è disposto in favore del padre: è vero tutto questo, ma la prudenza non è mai troppa, e non può del tutto escludersi che esiti imprevisti, imprevedibili e assolutamente eccezionali, come quello della donna texana che ammazza la figlia e si suicida, possano verificarsi per solo effetto imitativo. I giudici italiani si affidano a consulenti psicologi, psichiatri infantili, non so a chi altro. Ogni Tribunale ha le sue linee guida: l’elenco dei quesiti da porre al consulente di ufficio. Il Tribunale di Roma, ad esempio, si è munito di un formulario standard che chiede al consulente di tutto e di più. Questo modo di fare giustizia, affidando al consulente tutte le questioni possibili e immaginabili, mi pare eccessivo e pericoloso perché può deresponsabilizzare il magistrato che si affidi esclusivamente alle conclusioni del consulente, esonerandolo di fatto dalle decisioni più importanti e dal travaglio della decisione. Si parlava un tempo di medicalizzazione del processo. Ma oggi accanto al medico specialista si affiancano altre figure professionali: quella ad esempio dello psicologo o dello psichiatra. In ogni caso, tutti gli atti del procedimento, ivi compresa la consulenza, debbono essere ispirati all’interesse del minore, non dei genitori in lite. Per questo mi piacerebbe che alcuni atti siano riservati al giudice, il solo che possa garantire imparzialità assoluta. Parlo ad esempio del tentativo di conciliazione che offre talvolta elementi decisivi per la soluzione della vertenza. In ogni caso, la consulenza dovrebbe servire da supporto, non
sostituire la sentenza, e il giudice non dovrebbe se non in casi eccezionali assumere decisioni così drastiche come quelle adottate dal giudice texano. Revocare l’affido, disporre per l’esecuzione la sera stessa del provvedimento, vietare alla bimba di usare la lingua della madre se non in presenza di un interprete (evidentemente deputato a tradurre dall’inglese al portoghese), può influire, come ha influito, su una donna debole, fragile, disperata, che è arrivata al gesto estremo di uccidere la figlia e ammazzare se stessa.
Pare, secondo notizie di stampa, che la donna avesse tentato con ogni mezzo (ivi comprese accuse al padre ritenute infondate) di evitare l’affido esclusivo al padre, con tendenze ostruzionistiche rivolte esclusivamente a manipolare la volontà della bimba per orientarla contro il padre. Si tratta di una ipotesi frequente anche in Italia, che però presa da sola non sembra giustificare la revoca dell’affido.
Sembra insomma che consulenti e giudici texani abbiano trascurato l’impatto emotivo che un provvedimento così severo avrebbe potuto procurare sulla donna, avendo di mira come è giusto l’interesse esclusivo del minore ma trascurando le conseguenze che la revoca immediata dell’affido avrebbe potuto avere su una donna così morbosamente attaccata alla figlia. Non voglio con la scienza del poi censurare la sentenza del giudice americano. Voglio però sottolineare, sempre secondo notizie di stampa, che la vicenda ha sollevato in America polemiche vivaci nell’opinione pubblica e tra gli esperti del diritto di famiglia. Segno, se può consolare, che qualcosa non va nella giustizia minorile anche nel Texas.
Michele Di Lieto*
*Scrittore e giudice in pensione
Giornale IL SUD Mezzogiorno d' Italia

