

Il Consiglio dei Ministri ha varato l’ennesimo decreto sulla sicurezza, che è anche l’ennesimo decreto che estende ai minori misure originariamente previste per i maggiorenni, e intende parificare agli effetti penali maggiorenni e minori di età. Non è un disegno nuovo. A partire dal decreto Caivano, che è stato il primo tentativo di omologare a fini penali il trattamento dei giovani a quello degli adulti, la linea del governo Meloni non si è
modificata, è stata anzi seguita da altri decreti governativi o amministrativi, che hanno vietato manifestazioni giovanili che potessero recar danno a sicurezza e ordine pubblico. Sembrerebbe che questi decreti, questi provvedimenti siano adottati sotto la spinta emotiva di manifestazioni sfociate in violenza alle quali hanno partecipato, e partecipano anche e soprattutto giovani, ragazzi e ragazzini, e siano pertanto slegati tra loro.
A ben guardare si tratta invece di una precisa strategia che sconvolge equilibri che ritenevamo consolidati e rischiano di trasformare un sistema democratico in un sistema autoritario e repressivo. Strategia attuata con strumenti che non sfuggono a rilievi di carattere costituzionale. Accennerò solo ad alcuni di questi profili, che mi vengono suggeriti dall’ultimo provvedimento.
Il primo, a mio avviso il più imponente, riguarda la forma stessa del provvedimento. Tutti sanno che la decretazione era stata pensata dai Costituenti come forma eccezionale di legiferare, riservata all’esecutivo solo in caso di urgenza. Tutti sanno però che nella prassi corrente il concetto di urgenza si è dilatato a tal punto che qualsiasi legge, qualsiasi materia viene disciplinata sotto forma di decreto, perché questo entra subito in vigore, salvo ad essere convertito in legge dalla maggioranza al governo, quella stessa che lo ha varato. Questo per garantire efficacia tempestiva all’azione dell’esecutivo, ed assicurare, appunto, la governabilità del Paese. Ma quello che è avvenuto con l’ultimo decreto, quello varato ad ottobre di quest’anno, non ha precedenti. Il decreto, appena pubblicato, contiene norme particolarmente severe in materia di giustizia minorile come, ad esempio, la presunzione di imputabilità che sancisce una inversione di tendenza assoluta. Forse per questo, non per rendere più “fluidi” i processi (Nordio), il governo aveva rinunciato al decreto, e aveva presentato un disegno di legge, che avrebbe assicurato un dibattito parlamentare più ampio in una materia così delicata. Il disegno di legge, presentato a luglio di quest’anno, sarà stato allora ritenuto non urgente, e affidato per questo al Parlamento. Bene, cioè male.
Lo stesso provvedimento, nei suoi aspetti essenziali (l’imputabilità portata a quattordici anni, la possibilità di applicare ai giovani misure restrittive, come il fermo preventivo e l’arresto in flagranza differita), è stato recepito nel decreto di ottobre, e dovrebbe entrare immediatamente in vigore, senza attendere i tempi lunghi per l’approvazione di un disegno di legge giacente ancora presso la Commissione Giustizia della Camera. Il governo ha ritenuto quindi urgente quel che prima non era. Ora, a parte la stranezza della procedura, questo decreto costituisce la prova (non unica ma prova) che esso non obbedisce alle esigenze venute alla luce coi movimenti di piazza verificatisi qualche giorno fa in tutta Italia, ma profitta dei movimenti di piazza per modificare (con decreto) gli stessi principi base dell’ordinamento. Di più. Se le lungaggini del procedimento legislativo giustificano l’intervento del Governo perché non ricorrere al decreto per casi dove l’urgenza c’è tutta e un decreto parrebbe a tutti giustificato.
Parlo, per esempio, del disegno di legge in materia di infortuni sul lavoro, anch’esso giacente presso la Commissione Giustizia della Camera dal luglio di quest’anno, e il decreto potrebbe essere l’unica misura per frenare un fenomeno dilagante e sempre più dilaga. L’ultimo terrificante episodio si è verificato proprio a
Caivano, dove un uomo di sessant’anni, assunto in nero, è precipitato dall’alto di un capannone, procurandosi gravi ferite. Si sarebbe forse potuto salvare, se fosse stato immediatamente soccorso. Lo hanno invece portato sulla strada, lontano dal cantiere, per simulare un incidente stradale. Episodio gravissimo che denuncia totale sprezzo della vita altrui, forse sconfina dalla colpa, ma si inserisce in una serie di infortuni (701 dall’inizio dell’anno a tutto agosto), dove la colpa è altrettanto macroscopica ed evidente.
Torniamo al decreto, e al nuovo reato pensato e introdotto nell’ordinamento per combattere la criminalità giovanile. La norma punisce con pene severe (da due a cinque anni di reclusione) chiunque, nel corso di manifestazioni in luoghi pubblici o aperti al pubblico, partecipi a gruppi di almeno cinque persone, operando in forma anche occasionalmente organizzata, utilizzando armi bianche e mettendo in concreto pericolo l’incolumità delle persone. Ma pensa davvero il Governo di combattere la criminalità giovanile con una norma siffatta, di difficile lettura (che vuol dire “gruppo” di almeno cinque persone, che si intende per forma “occasionalmente” organizzata, che vuol dire mettere in pericolo “concreto”), lasciata all’interpretazione delle forze di polizia? Non è possibile. E’ possibile invece che il Governo intenda lasciare il tutto alle forze dell’ordine (e al Ministro degli Interni) per reprimere forme di dissenso costituzionalmente garantite, e instaurare un sistema repressivo. Analoghe considerazioni possono valere anche per l’estensione ai minori del fermo preventivo o dell’arresto in flagranza che non è più flagranza perché differita: provvedimenti al confine tra attività amministrativa e giurisdizionale e già censurati in dottrina per violazione dell’art. 13, e non solo dell’art. 13, della Carta fondamentale. La verità è che, con questi ultimi passi, si è completato quel disegno di carattere repressivo, iniziato col decreto Caivano, che ha segnato una inversione di tendenza, da un modello tutto fondato sulla rieducazione del minore, che aveva dato buoni frutti, e ci veniva persino invidiato, a un modello che non più distingue tra giovani e adulti, nel convincimento che basti un tratto di penna o l’introduzione di un nuovo reato per combattere fenomeni di criminalità che affondano le radici nel campo sociale, nel senso di frustrazione che nasce principalmente dalle discrepanze economiche, come quelle esistenti tra ricchi che diventano più ricchi semplicemente giocando in Borsa con l’ausilio dell’IA e giovani senza futuro che non sanno a quale IA chiedere aiuto. Una ultima considerazione sulla violenza di queste proteste. Di violenza mi ero già occupato a proposito delle manifestazioni No Tav in Val di Susa, che non erano solo giovanili, ma considerazioni analoghe possono valere anche per le manifestazioni studentesche di questi ultimi giorni. Notavo allora, e noto adesso che, come in Val di Susa così nelle proteste studentesche non tutti coloro che vi partecipano sono o possono considerarsi violenti o criminali.
Si tratta, nell’una e nelle altre, di frange modeste rispetto al numero dei partecipanti. Mi chiedevo allora, e mi chiedo adesso perché queste frange non possono essere isolate, combattute, sconfitte dalle forze dell’ordine, carabinieri, finanzieri, poliziotti in assetto antisommossa in grado di prevenire la sommossa, se no, che antisommossa è.
Nel caso di Milano le forze dell’ordine, mi chiedo, non potevano isolare e presidiare vetrine e negozi, in modo da impedire assalti, invasioni e danneggiamenti. Io non sono un esperto, non conosco neppure i luoghi in cui la manifestazione si è svolta, ma Franco Gabrielli, che un esperto lo è, e conosce bene Milano, ha trovato qualcosa da ridire anche sulle forze dell’ordine. Quanto agli scontri, mi chiedo ancora se si siano verificati perché il corteo, ma si trattava di migliaia di persone, voleva avanzare, o perché gli agenti in assetto antisommossa glielo volevano impedire. Vedete quanti dubbi, quante perplessità nascono dalla vicenda di Milano, riprodotta in maniera, come al solito parziale, dalla televisione, con immagini ripetute all’infinito, di vetrine infrante e locali distrutti, senza immagini del corteo che, sole, avrebbero potuto provare le dimensioni della folla e l’entità delle rivendicazioni.
Michele Di Lieto*
*Scrittore e magistrato in pensione
Giornale IL SUD Mezzogiorno d' Italia