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Un’Italia a pezzi, da dove dovrebbe partire?

Un sud con tanti problemi, ma soprattutto lo scarso utilizzo delle risorse locali (nel riquadro, in alto a destra, il prof. Fernando Iuliano)

Beni culturali:

una risorsa per il Sud

di Fernando Iuliano

E’ ormai risaputo che il nostro Paese racchiude una buona parte dei beni di interesse culturale esistenti al mondo. Una risorsa di incalcolabile importanza che, lungi dall’essere adeguatamente preservata, come sarebbe giusto e logico fare, appare sempre più alla mercé di calamità naturali ed all’incuria degli uomini.

Terremoti, inondazioni, atti di quotidiano vandalismo si sono egregiamente sostituiti alle guerre ed alle invasioni barbariche. Vistose ferite ormai sono il campanello di allarme per un patrimonio che continua a sbriciolarsi, senza che una reale presa di coscienza, da parte dei cittadini e le istituzioni, possa finalmente invertire una tendenza che sembra quasi ineluttabile, verso un annunciato disastro.

 Dopo secoli di splendori, le nostre contrade appaiono sempre più dei paesaggi lunari, ove la vita ha lasciato il posto a macerie, erbacce, piccole o grandi discariche a cielo aperto. Monumenti all’incuria, al disinteresse e all’incultura che sembra essere il tratto dominante dell’essenza e del modo di essere dei nostri concittadini, lo specchio fedele della presente realtà. Ovviamente, non si vuole stigmatizzare, o sminuire, il ruolo di musei, cattedrali, luoghi d’interesse che caratterizzano le grandi città d’arte, che pure soffrono di flussi, non regolamentati a dovere, di folle di turisti, spesso poco rispettosi dei doveri in casa d’altri.

Sommessamente, si vuole sottolineare la politica poco intelligente, rivolta alla tutela di autentici gioielli culturali, artistici ed ambientali che spesso si nascondono in località ed in ambienti “ di nicchia”, ai margini delle consuete direttrici di traffico turistico che, per fortuna, ancora interessa il nostro Belpaese.

 Anche in questo ragionamento, il nostro Mezzogiorno gioca, ancora una volta, un ruolo importante, ma in negativo. Si fa sempre un gran parlare dei tesori che ci ritroviamo a gestire, per un’eredità spesso immeritata, non adeguatamente valorizzati, se non lasciati a se stessi. E’ il caso della Piana del Sele e del Cilento. Certo, molto è dovuto alla scarsa lungimiranza di Comuni e Regioni che, lungi dal fare sistema, per un discorso finalmente razionale e produttivo con quanto abbiamo a disposizione, ai fini di una reale spinta propulsiva che, prescindendo da superate teorie industrialiste, possa finalmente far decollare i nostri territori, su un terreno non evanescente e scivoloso, rappresentato da un assistenzialismo che ha sempre più l’acqua alla gola, ma su una solida base costituita da risorse che chiedono di essere finalmente valorizzate. La parola d’ordine, a tal proposito, è “sinergia”, in un rapporto integrato che possa creare un ciclo virtuoso, che veda finalmente interconnesse le nostre  zone interne e fascia costiera, tra giacimenti culturali, beni ambientali, tradizioni enogastronomiche, al servizio di un territorio che non cessa di stupire coloro che, per ventura o per caso, hanno la fortuna di scoprire.

Una doverosa autocritica dovrebbe venire da quanti, pur avendone i mezzi e le possibilità, per fatalismo o ignavia non hanno, a tempo debito, fatto sentire la propria voce, affinché non si arrivasse quasi ad una situazione di non ritorno, prima di decidersi a voler rimboccarsi le maniche, nella prospettiva di un futuro meno incerto e nebuloso.

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