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Michele di Lieto, magistrato in pensione, sul governo Salvini Di Maio, passa da un momento di simpatia verso M5S ad un giudizio più rigoroso per i tanti contrasti che danno vita alla “torre di Babele”.

Qui di seguito pubblichiamo volentieri una riflessione sull’operato del nuovo governo italiano del dottor Michele Di Lieto, magistrato in pensione, che in questi ultimi tempi sembra avere orientato la propria attenzione su temi più propriamente politici di carattere interno e internazionale, a partire dal governo Salvini Di Maio.


La riflessione è stata stesa a gennaio 2019: è pertanto anteriore agli ultimi passi di governo e per alcuni versi sembra anticipare il tracollo dei penta stellati alle elezioni regionali in Abruzzo.
Ovviamente dall’analisi di Michele Di Lieto viene fuori il perché i nodi di fondo, prima o poi sarebbero esplosi.
Come pure viene messo a fuoco, come la nuova classe dirigente non tralascia il vecchio vizio tutto italiano e cioè la spartizione – così come evidenzia Di Lieto – seguendo la vecchia politica di occupazione dei seggi di potere, è stata la corsa ai posti che contano, dal presidente della Camera all’ultimo segretario comunale, tale spartizione è avvenuta senza alcun rispetto per le minoranze, quindi uno si può chiedere: cosa c’è di diverso, nel governo di cambiamento, rispetto alla vecchia politica?
Per la verità nemmeno si può sottacere – sottolinea Michele Di Lieto – sugli orientamenti negativi della stampa, quasi tutta schierata contro Salvini e Di Maio, ma loro pure ci metto del loro per far succedere tutto questo.
Infine nella riflessione del giudice Di Lieto si coglie un filo di amarezza che può essere così sintetizzata: “Confesso però che il mio orientamento, oggi molto più rigoroso, è stato in gran parte determinato dai dissensi, dagli atteggiamenti contrastanti, dalla torre di Babele che sembra dominare la scena politica italiana”.
Anche per questo il pezzo conserva intatto il carattere di attualità, tipico degli studi che pubblichiamo e che da sempre cerchiamo di garantire al lettore. (n.n.).

La riflessione del dott. Di Lieto:


Il governo Salvini Di Maio. Prime valutazioni.


Dovessi dare un giudizio oggi 18 gennaio 2019 sul governo Salvini Di Maio, sarebbe un giudizio negativo(1). Il fatto è che, superate esitazioni, incertezze, atti di fede iniziali, io mi ritrovo solo, deluso, con un pugno di foglie secche in mano. Il governo Salvini Di Maio, nato dall’accordo “contratto” tra le due forze che avevano splendidamente vinto le elezioni del 4 di marzo, è incorso in tali e tanti contrasti, tali e tante incertezze, che riesce persino difficile riconoscere un governo a una sola voce. Voglio qui esaminare alcuni aspetti, che più degli altri mettono in luce esitazioni e incertezze, neppure immaginabili alla fine dei primi mesi di prova, tali che si potrebbe persino dubitare che le due forze politiche, la Lega e il Movimento cinque stelle, siano forze di un governo di coalizione. Intanto, il programma. Che, ricavato dai punti in comune alle due forze politiche, esteso a temi non compresi nei programmi di ciascuna, costituiva il minimo programma di governo di un paese come il nostro, afflitto da gravissimi problemi economico-sociali. Ma proprio perché le due forze politiche, Lega e Movimento, erano così diverse l’una dall’altra, si poteva prevedere, e taluno aveva previsto che, nonostante i punti in comune, persistevano nodi di fondo che sarebbero emersi nell’azione di governo. Si poteva prevedere, e taluno aveva previsto, che questi nodi di fondo sarebbero fatalmente venuti alla luce. Sarò troppo malevolo: ma io penso che questi nodi di fondo abbiano condizionato persino la stesura del contratto tra Movimento e Partito: quanto meno nell’interpretazione delle clausole, che facilmente, ma non troppo, avrebbe potuto essere piegata alle esigenze dell’uno o dell’altro. Ritengo insomma che, di fronte a problemi seri, le due forze politiche avrebbero dato un’interpretazione contrastante con l’altra: il che si è puntualmente verificato, in modo da paralizzare qualsiasi volontà di cambiamento. Si è così assistito, e si assiste ogni giorno, a un balletto di cori divergenti, di voci contrastanti, di assensi e dissensi clamorosi, e questo non tra forze di maggioranza e forze di opposizione, ma all’interno della stessa coalizione: quando non sorgano all’interno stesso della singola forza che la compone, Lega o penta stellati. Un disordine tale da scoraggiare il più scaltrito dei commentatori (ma anche dei cittadini comuni curiosi di sapere com’è andata). L’errore, se può chiamarsi errore una politica voluta (da Salvini) e condivisa (da Di Maio), deve essere riportato all’inizio, alla prima mossa, alle misure anti immigrazione: così dure, così rigorose, che si fa fatica ad accettarle. Avessero avuto, quelle regole, la finalità di richiamare l’attenzione degli altri paesi europei su un problema che non può gravare solo sul nostro Paese, la cosa sarebbe potuta anche passare. Invece no: perché il problema si è ripresentato, e l’atteggiamento del nostro governo è stato uguale uguale. “l’Italia agli italiani”, “l’Italia non è l’Africa”, “l’Italia non è un campo profughi” sono queste le parole d’ordine. Dall’Aquarius al Sea Watch questo l’atteggiamento del governo italiano: quasi che fosse facile imbrigliare in parole d’ordine un fenomeno vecchio di secoli di storia. Il secondo errore, se può chiamarsi errore una politica di spartizione, una politica di occupazione dei seggi di potere, è stata la corsa ai posti che contano, dal presidente della Camera all’ultimo segretario comunale: questo se si limita lo sguardo al M5S, ma la situazione non cambia se lo sguardo viene esteso all’altra forza di governo, la Lega, dalla Casellati Presidente del Senato in poi. Sarà bene chiarire che questo fenomeno non è nuovo: da che mondo è mondo il governo se è nuovo, soprattutto se trae linfa vitale da elezioni clamorose, tende ad accaparrarsi i posti di potere. Ma quel che più sorprende è che la corsa sia iniziata prima ancora che M5S e Lega avessero ricevuto l’incarico di formare il nuovo governo; che la spartizione sia avvenuta senza alcun rispetto per le minoranze; che l’occupazione sia stata eseguita proprio da quelle forze che si definivano “di cambiamento” e che, avessero voluto, avrebbero avuto spazio libero per cambiare. Terzo errore, se tale può chiamarsi una politica economica suicida, fondata su ipotesi che nulla hanno di concreto (aumento di crescita in periodo di “stagnazione”), è infine (e questa è una analisi incompleta, limitata agli aspetti più appariscenti della questione) la legge di bilancio con la manovra allegata. Manovra sottoposta a tagli così evidenti che non vale opporvi un ottimismo di facciata. Manovra sottoposta a tagli così vistosi, che è difficile riconoscere in quella approvata la versione sottoposta a controllo: tanto da alimentare il sospetto che non la manovra del governo italiano è stata approvata, ma la manovra imposta e riscritta a tavolino dai commissari europei. Qualcosa insomma di già visto: il che autorizza a chiedersi se e quale innovazione c’è stata se la manovra, il documento economico più importante della vita di un paese, è stato concordato con la commissione europea, quella stessa che per gli anni passati doveva controllare e, forse, non ha controllato. Non voglio insistere, se non per mettere in risalto quel balletto di voci, di cori, di assensi ai quali accennavo all’inizio. Balletto che non è sempre visibile, ma spesso nascosto fra le pieghe di un emendamento. Mi è capitato di leggere, in un foglio di grosso giornale, la notizia che segue. 15 novembre. Emendamento Lega in Commissione per salvare gli accusati di peculato. M5S lo boccia. Secondo tentativo. 20 novembre. Il Governo battuto sull’anticorruzione dal voto segreto, La Lega salva i suoi consiglieri dall’accusa di peculato. 6 dicembre. Stop definitivo o quasi. L’emendamento cancellato in Commissione al Senato. Io mi chiedo, e chiedo al lettore, chi sia in grado di leggere la notizia in modo che ne trapeli l’intento della Lega di salvare l’emendamento Rixi, come viene comunemente chiamato quello volto a modificare il testo dell’art. 316 ter cod. pen. nel senso di restringere, non di allargare la punibilità di chi ha commesso reato (2). Confesso che anch’io, che una certa dimestichezza credo di averla, ho avuto qualche esitazione prima di pronunciarmi. Certo è che in questo guazzabuglio di idee, in questo rincorrersi di opinioni, in queste fratture annunciate tra le due forze che hanno dato vita al governo, l’impressione che se ne trae è quella di un’estrema confusione. E’ come se il governo stesse lì lì per finire. Per alcuni, si tratta solo di stabilire quando: prima o dopo le elezioni europee? Prima o dopo il maggio del prossimo anno? Tornano qui i nodi di fondo che dividono le due forze, quanto meno sembrano dividere le due forze politiche. Perché, a parte le voci, a parte i dissensi, sembra che ogni lite possa essere ricomposta: e quando tutti i tentativi paiono esauriti, ecco lì Salvini, col suo sorriso accattivante, pronto a calmare gli animi, a dichiarare che è stata tutta un farsa. Tanto più che il governo continua a operare, anche in materie delicate, come se dovesse durare in eterno. Che non abbia ragione chi, in mancanza di alternative, fissa al governo il limite massimo di tempo, cinque anni, una legislatura?

(1) Non avrei dato, e non ho dato qualche tempo fa, un giudizio parimenti negativo sul governo Salvini Di Maio. Il giudizio, espresso prima ancora che la commissione europea si pronunciasse sulla manovra posta in essere dal governo italiano, era un giudizio di attesa, che ritenevo fondato: a) sulla brevità del tempo (sei mesi) concesso al governo per compiere atti tali da consentire una valutazione seria e ponderata; b) sulla provenienza di critiche negative, quasi ad ogni passo del nuovo governo, da parte degli sconfitti nella competizione elettorale (lo sconfitto non può essere imparziale); sulla condotta stessa della commissione europea, che ha operato senza mostrare che avrebbe dovuto controllare e non ha controllato (la gran parte delle accuse dovrebbe essere mossa ai governi anteriori); sugli orientamenti negativi della stampa, quasi tutta schierata contro Salvini e Di Maio (persino quei giornali che all’inizio non avevano fatto opposizione sembrano aver cambiato opinione). Oggi invece la situazione pare radicalmente mutata. Sanato il conflitto con la commissione europea, che ha rinunciato alla procedura di infrazione per eccesso di deficit, ma ha imposto al governo italiano i tagli che voleva (o quasi), ne è derivata una situazione al limite del paradosso, il nostro governo rivendicando un successo politico che in realtà non ha avuto (i tagli sono stati effettuati), e promettendo per gli anni a venire non proprio la stessa, ma una politica simile di crescita, che non si sa come verrà finanziata. Confesso però che il mio orientamento, oggi molto più rigoroso, è stato in gran parte determinato dai dissensi, dagli atteggiamenti contrastanti, dalla torre di Babele che sembra dominare la scena politica italiana.
(2) E’ inutile dire che i contrasti interpretativi sono già iniziati, al giudizio ottimistico (e restrittivo) dei penta stellati (il problema non esiste: Bonafede) opponendosi quello dubitativo (il rischio c’è) espresso da Cantone, Presidente dell’ANAC, già magistrato di fama.

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