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A proposito del governo Salvino-Di Maio, il giudice Michele Di Lieto, interviene ancora

Molti lettori, dopo aver letto l’articolo precedente del giudice Michele Di Lieto, magistrato in pensione, ci hanno inviato delle riflessioni e considerazioni in merito, le stesse riflessioni sono state girate all’autore che, a sua volta, ha spiegato ed esplicitato meglio del perché della sua delusione, dopo aver votato per i 5stelle con la speranza di mettere nell’angolo almeno un po’ di burocrazia per più sviluppo e lavoro soprattutto per i giovani.
In merito, il dott. Di Lieto ha ulteriormente chiarito il suo pensiero, facendoci avere un suo scritto intitolandolo: “Nota aggiuntiva” che qui di seguito pubblichiamo.

Nota aggiunta

Il giudice Michele
Di Lieto

La complessità degli impegni, il continuo esitare del governo Salvini di Maio su problemi di ordine interno e internazionale (Tav sì, Tav no, Francia sì, Francia no, Guaidò sì, Guaidò no), il tempo veloce che travolge ogni cosa, e fa apparire superati eventi che si sono verificati ieri l’altro: tutto questo rende sempre meno agevole qualsiasi giudizio sulla nuova esperienza di governo italiana. Che resta un giudizio di attesa, dettato da speranze dure a morire. Perché, se è vero che il governo Salvini Di Maio ha dovuto, come era facile prevedere, cedere alla commissione europea quel tanto che serviva ad evitare la procedura di infrazione per eccesso di deficit, è pur vero che le restrizioni imposte dalla commissione hanno lasciato un po’ di spazio per qualche iniziativa, e che in quello spazio il governo si è infilato per attuare i fiori all’occhiello del programma delle forze che gli hanno dato vita. In breve: Movimento cinque stelle e Lega hanno approvato (con decreto legge) reddito di cittadinanza e quota cento, sia pure in misura ridotta, e con procedura autonoma neppure inserita nella manovra che ha ricevuto il placet della commissione europea (le due misure erano state escluse dalla legge di bilancio sulla quale si è pronunciata la commissione predetta). Su reddito di cittadinanza, su quota cento, ci eravamo già soffermati, segnalando quelli che erano stati indicati come pregi (e difetti) dell’una e dell’altra misura. Ma lo avevamo fatto così, in linea puramente teorica, per contribuire al dibattito, mai ritenendo che Movimento e Lega fossero pronti a passare dalle parole ai fatti, a mettere per iscritto i provvedimenti bell’e pronti per essere discussi (in Parlamento) e attuati (dallo stesso Governo). Invece no. Movimento e Lega, Di Maio e Salvini, o i loro esperti, e qui bisogna riconoscere i meriti anche degli esperti, hanno dimostrato che le prime esitazioni, ancor più rafforzate da che l’Unione Europea aveva posto restrizioni così ampie da lasciare poco spazio all’idea stessa di una riforma (e che riforma), potevano essere superate; Movimento e Lega hanno dimostrato che reddito di cittadinanza e quota cento potevano passare; Movimento e Lega hanno dimostrato che reddito di cittadinanza e quota cento potevano essere attuati. Il decreto (del Consiglio dei ministri) è stato firmato dal Capo dello Stato e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 23 del 28.1.2019, che fissa anche i termini per la presentazione delle domande: immediatamente libera per quota cento (e ne sono già state presentate trentaduemila), rinviata per non so che esigenze burocratiche al 6 di marzo per il reddito di cittadinanza. Certo, si tratta pur sempre di un decreto legge, sottoposto all’esame delle camere; e l’approvazione delle camere ne condiziona l’efficacia. Ma questo non dovrebbe spaventare: maggioranza parlamentare e, se necessario, ricorso alla fiducia (diventato sempre più frequente nell’azione di governo), dovrebbero garantirne l’approvazione, soprattutto di fronte a una manovra delle opposizioni meramente ostruzionistica, e a centinaia di emendamenti che dovessero travolgerne il testo. Insomma: Lega e Movimento hanno dimostrato che, se si vuole, e pare che Lega e Movimento lo vogliano, anche reddito di cittadinanza e quota cento possono diventare diritto vivente, concretamente attuabile. Di reddito di cittadinanza e quota cento, lo abbiamo detto sopra, abbiamo già trattato. Le due misure, contenute nello stesso decreto, non hanno subito modifiche sostanziali rispetto all’originaria struttura: sì che, avendone già parlato, potremmo anche rinviare il lettore al testo anteriore. E tuttavia, qualche parola in più non può guastare, anche perché continuano le critiche, imperversano gli scettici: ma, per questo, può bastare anche un breve, brevissimo ragguaglio sulle finalità della manovra, e il discorso può essere limitato al reddito di cittadinanza, là dove le critiche sono più serrate (il costo della pensione quota cento si riverserà quasi per intero sulle generazioni future: per questo, forse, le critiche sono meno acute). Limiteremo pertanto il discorso al reddito di cittadinanza, al come e al perché della misura. Rinviando al dopo, al subito dopo, l’esame delle censure (non tutte, per carità, ci vorrebbe un secolo). E dunque, reddito di cittadinanza. Come e perché è stato pensato (dal Movimento cinque stelle che ne ha fatto da anni la sua bandiera)? Dirò subito che si tratta di una misura che mira a ridefinire il modello di benessere collettivo, mediante appositi meccanismi atti a garantire un livello minimo di sussistenza e a favorire le condizioni minime necessarie per rendere effettivo il diritto al lavoro e alla formazione professionale. Nelle idee di chi lo ha pensato, pertanto, il reddito di cittadinanza non è, o non è solo una misura assistenziale, diretta alle fasce più povere; ma una misura diretta ad assicurare e promuovere il diritto al lavoro, che dovrebbe avere esso stesso effetti espansivi: immettere in circolo nuovo danaro, dar vita a nuovi investimenti, contribuire alla creazione di nuovi posti di lavoro. Il Movimento, che ha fatto di questa misura il simbolo di una azione politica portata avanti per anni, mena vanto di questo decreto, diventato parte essenziale del programma di governo. Certo, non sarà facile dimostrare (nei fatti, non con le parole) che la misura non ha effetti meramente assistenziali; ma non è dubbio che si tratti di una grossa misura, che ha trovato impreparata gran parte degli scettici, di una vera e propria conquista di civiltà, di cui è giusto menar vanto, per non parlare del coraggio delle forze di governo, tutte giovani, tutte intraprendenti, che hanno favorito questa scelta. E qui veniamo alle censure. Partendo dalle più semplici per finire a quelle più complesse. Si era detto che non c’erano i fondi, e i fondi sono usciti: a sentire Di Maio e Salvini, i fondi sono usciti. Si era detto che non c’era tempo, ed è uscito anche il tempo, il tempo necessario ad impedire che delle due misure si avvantaggiassero i furbi, o si scatenasse una guerra tra poveri (senza contare gli emendamenti che possono sempre essere approvati dalle camere, purché abbiano carattere di serietà e concretezza). E qui passiamo alle censure più complesse. Prima fra tutte quella del Fondo Monetario internazionale. Il Fondo monetario, che non è mai stato tanto tenero nei confronti di questo governo, ha bocciato la misura introdotta da Matteo Salvini e Luigi Di Maio. Ha infatti dichiarato che si tratta di un incentivo “molto alto, fissato al 100% della linea di povertà relativa, in confronto al 40/70 per cento delle buone pratiche internazionali”. Ha inoltre espresso il timore che la misura si trasformi in un disincentivo al lavoro, dicendosi convinto che le misure “sono relativamente più generose verso il Sud, dove il costo della vita è più basso, con l’implicazione di maggiori disincentivi al lavoro, e di maggiori rischi di dipendenza dalla misura di welfare”. Si è detto infine preoccupato della situazione economica del nostro Paese, in stato di recessione tecnica, sostenendo che, in caso di stress italiano, l’effetto contagio potrebbe “spingere i mercati globali in territori inesplorati”. Come si vede, le previsioni del Fondo sono tutt’altro che rosee. Né pare vi si opponga con argomenti seri il Capo del Movimento, Luigi Di Maio, che nega il potere di critica a “chi ha affamato popoli per decenni” (e sono solo parole) e difende a spada tratta il provvedimento, “che impedisce una buona volta che si debbano accettare lavori ad ogni costo”. Abbiamo dato spazio al Fondo monetario per più motivi: a) prima perché, con tutti i precedenti, non particolarmente teneri nei confronti del nuovo governo, il giudizio del Fondo non sembra pregiudizialmente ostile (a parte il riconoscimento che si tratta di una situazione deficitaria che fa capo ai precedenti governi, il Fondo elogia altri provvedimenti, pure varati dal governo in carica, come i provvedimenti anticorruzione, e le misure tese a rafforzare gli investimenti pubblici); b) poi perché, essendo l’ultimo, si aveva ragione di pensare che il giudizio del Fondo monetario fosse il più aggiornato, fino a che non è arrivata la vera e propria “mazzata” della Commissione europea, la doccia fredda che ha ridotto la stima di crescita del reddito al 2%: che è la previsione più pessimistica sinora formulata; c) infine perché, essendo fondato su dati tutt’altro che raccogliticci, si tratta di un giudizio che fa propri rilievi già formulati e largamente condivisi (così per esempio da Tito Boeri, Presidente dell’INPS, dai Sindacati e da Confindustria). Se queste sono le valutazioni degli organi maggiormente rappresentativi in campo economico e finanziario, finirò probabilmente io solo a fidarmi di reddito di cittadinanza e quota cento. Che pure hanno lati positivi. La mossa del governo, l’ho detto sopra, è una mossa grossa, è una mossa, questo lo aggiungo adesso, dai rischi altissimi. Il punto dolente, condiviso dalla gran parte dei commentatori, resta quello della copertura: se i soldi ci sono, come sostengono Salvini e Di Maio, andrà bene anche al reddito di cittadinanza e a quota cento; se i soldi non ci sono, e non si avvereranno le previsioni ottimistiche della Lega e dei penta stellati, allora addio anche alle due misure. Salvo a pensare a una nuova manovra, a nuove tasse destinate a colpire un paese già largamente tassato. Per parte mia, e senza avventurarmi in ipotesi fantasiose, voglio qui fermarmi a sottolineare un aspetto della questione che viene generalmente sottaciuto. E’ un aspetto che attiene alla forza di cambiamento, alla inversione di tendenza che Lega e Movimento sembrano voler imprimere al Paese sotto il profilo culturale prima ancora che economico-finanziario. E’ dalla pubblicazione del decreto che li ha varati, è dal 29 gennaio 2019 che è tutto un parlare dei provvedimenti messi in campo dal governo. Non c’è programma, non c’è show televisivo, che non lasci spazio al “decreto” che contiene le due misure. Non c’è programma, non c’è show televisivo che non dia voce ai migliori economisti, ai migliori giuristi, ai migliori consulenti del lavoro. Vivaddio, pare a me che giudico dall’esterno, pare a me che anche in televisione si parli, si cominci a parlare di cose serie, e che se ne parli con quella umiltà e quella competenza che richiedono le cose serie. Perché non c’è economista, non c’è giurista, non c’è consulente che non sia d’accordo su questo: che la mossa è difficile e rischiosa ma, se dovesse avere gli effetti che si dice, muterebbe la faccia del paese da così a così e non so per quanti anni ancora. Ecco: di questo vedo la gente parlare, non solo gli esperti. Di questo vedo la gente scrivere sui giornali nello spazio ancora destinato ai lettori. E di questo voglio qui ringraziare Lega e Movimento: che, comunque la storia vada a finire, hanno provato che si può parlare (o scrivere) di cose serie anche facendo opera di governo, dimostrando in concreto che cosa è inversione di rotta, che cosa è volontà di cambiamento.

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