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Di Maio contro Salvini, Salvini contro Di Maio sembrano in lite permanente: e sono in tanti a chiedersi come fanno a restare assieme senza scambiarsi accuse e offese reciproche?

Il magistrato Michele Di Lieto* ritorna sul governo Di Maio – Salvini e le loro lite permanenti, accennando anche al ruolo del presidente del Consiglio Giuseppe Conte, ma soprattutto si è soffermato anche sul ruolo dei due protagonisti nel corso di questi anni di attività politica.
In particolare evidenzia e ricorda ciò che sapeva fare un uomo come Salvini, nato e cresciuto in politica. 45enne, nato a Milano, iscritto a 17 anni alla Lega (allora Nord), eletto consigliere comunale nella sua città nel 1993, ha conservato la carica fino al 2012.
Ha, poi, percorso nel partito tutti i gradi della carriera: deputato, senatore, europarlamentare, è stato eletto nel 2013 Segretario federale.
Mentre Luigi Di Maio è nato nel 1986 ad Avellino e cresciuto a Pomigliano (finalmente il sud, Avellino, Pomigliano, Napoli): a ventisette anni è stato vice Presidente della Camera (il più giovane nella storia a coprire quella carica); a trentadue vice premier e Ministro del Lavoro nel governo di coalizione. Ma non è facile definire “incapace” – evidenzia Di Lieto – un uomo politico che ha contribuito alla nascita del Movimento, ne ha condiviso i passaggi essenziali, si è fatto sostenitore di un programma che rivendica i diritti della famiglia come che sia (“unioni civili”), ha fatto passare il “reddito di cittadinanza” che alcuni considerano conquista da paese avanzato, altri ritengono in contrasto con la flat tax patrocinata da Salvini.
Non so che dire di Luigi Di Maio: un uomo politico che, avendo ottenuto – aggiunge Di Lieto – alle elezioni politiche del 4 di marzo un successo di proporzioni mai viste (32% dei suffragi), ha sperperato con l’esperienza di governo un così ampio consenso, ed ha precipitato al collasso il M5S, passando da percentuali imponenti in campo nazionale a percentuali irrisorie in Abruzzo, in Sardegna e in Lucania, dove si è votato per le regionali.

*Michele Di Lieto, magistrato di appello in pensione, autore di romanzi e di libri

Matteo Salvini e Luigi Di Maio. Il governo del paese come è cambiato.

Dott. Michele Di Lieto

Ho tentato più volte, anche dalle colonne di questo giornale, di dare un giudizio sull’esperienza di governo Salvini Di Maio: un giudizio obiettivo, sereno, non influenzato dalle mie idee politiche (di sinistra: non ho mai amato la Lega e tutto ciò che è di destra), quanto meno dal voto che ho dato (ed io ho votato per Di Maio, leader di un movimento “né di destra né di sinistra” con idee simili alle mie) (1). Dirò subito che non ho visto di buon occhio l’accordo, consacrato in un “contratto” che ha legato le due forze politiche (Lega e Cinque Stelle): forze politiche che più diverse non si poteva, per idee, programmi, esperienze dell’una e dell’altra. Dirò pure che, in assenza di alternative, mi sono rassegnato a seguire, giorno dopo giorno, i singoli passi del governo, e che il mio giudizio, mai completamente negativo, va dallo stupore per i provvedimenti iniziali (mettevano a nudo uno degli aspetti più vistosi, quello sulle migrazioni, delle idee di Salvini), alla sorpresa per i più recenti (quelli che aprono alla “via della seta”, patrocinata da Di Maio). Dirò infine che ho rinunciato ad esprimere un giudizio complessivo sull’azione di governo (non esiste, e non poteva esistere, un programma organico, un programma unitario, le differenze tra Lega e Movimento essendo troppo marcate per essere fuse) ed ognuno essendo libero di apprezzare questo o quel provvedimento, di questa o quell’altra forza politica, di Salvini o di Di Maio. E, poiché su singoli provvedimenti mi sono già pronunciato (in maniera positiva per l’anticorruzione, in maniera negativa per la legittima difesa), voglio qui fermare la mia attenzione, e quella dei lettori, proprio sui Capi delle due forze politiche, Salvini e Di Maio. Partiamo dal primo. Matteo Salvini. Ha fatto quel che sapeva fare. Quel che sapeva fare un uomo come Salvini, nato e cresciuto in politica. 45enne, nato a Milano, iscritto a 17 anni alla Lega (allora Nord), eletto consigliere comunale nella sua città nel 1993, ha conservato la carica fino al 2012. Ha percorso nel partito tutti i gradi della carriera: deputato, senatore, europarlamentare, è stato eletto nel 2013 Segretario federale. Composto il nuovo governo, presieduto da Giuseppe Conte, è stato designato vice premier e Ministro dell’interno. Matteo Salvini è (almeno lo era) considerato un euroscettico, avendo spesso espresso posizioni critiche nei confronti dell’Unione europea, specialmente dell’euro, che ha definito, non tanto tempo fa ma prima di entrare al governo, un “crimine contro l’umanità”. Si è sempre opposto al fenomeno della immigrazione clandestina, schierandosi contro la politica di accoglienza praticata in Italia e in Europa, vietando l’approdo delle navi di soccorso nei porti italiani (“l’Italia agli italiani”), e cercando di ottenere una revisione dei trattati che garantisse una più equa ripartizione dei migranti nei paesi europei. Sul piano economico, Matteo Salvini si è fatto convinto sostenitore della quota cento, provvedimento che facilita l’andata in pensione (sessantadue anni di età, trentotto di contributi), introdotta nella legge di bilancio regolarmente approvata e oggi diventata diritto vivente, ma è da sempre accanito difensore della “flat tax” (tassa ‘piatta’, pagare meno pagare tutti), anche se si tratta di una nuova tassa e il paese è già tassato abbastanza. Sotto il profilo sociale, Infine, Salvini è schierato per la famiglia di tipo tradizionale, quella che nasce dal matrimonio maschio-femmina (non a caso ha patrocinato il Congresso mondiale della famiglia tradizionale tenutosi a Verona), più volte si è pronunciato contro il matrimonio gay, e più volte si è dichiarato favorevole alla legalizzazione della prostituzione e alla riapertura delle case chiuse. Più di recente, si è pronunciato anche a favore della castrazione “chimica”, prevista per reprimere la violenza sulla donna e, se volontaria, gli effetti della pedofilia. Come che sia, Matteo Salvini è un politico fortunato. Un politico seguito con simpatia dalla gente comune, tanta simpatia che, nei sondaggi, la Lega è il primo partito con percentuali da capogiro (ha preso nel paese, non solo al nord, il posto dei penta stellati). Ciò detto di Matteo Salvini (e non è poco), ci dobbiamo soffermare, per chi non lo avesse conosciuto prima, sulle doti di Salvini come comunicatore e come affabulatore. Matteo Salvini è un grande comunicatore: maestro di scena, padre padrone dei mezzi di comunicazione, riesce assai spesso a trasformare un incontro in bivacco, a sdrammatizzare qualsiasi evento triste della vita. Ma Matteo Salvini è anche un grande affabulatore: esperto, fors’anche troppo, nell’arte oratoria, è capace di affrontare all’impronta qualsiasi argomento, ma anche di cambiare parere di giorno in giorno, di ora in ora, la risposta sempre pronta, il sorriso accattivante. E’ forse questo il segreto dei successi di Matteo Salvini, non collegabili alle sue idee: che, vi abbiamo accennato, sono mutevoli e assai variabili a seconda che assecondino o meno i suoi progetti politici. Col che, considerata esaurita la presentazione di Salvini, personaggio del momento, e personaggio di successo, pensiamo di poter passare all’esponente capo del Movimento, Luigi Di Maio. Luigi Di Maio è nato nel 1986 ad Avellino e cresciuto a Pomigliano (finalmente il sud, Avellino, Pomigliano, Napoli): a ventisette anni è stato vice Presidente della Camera (il più giovane nella storia a coprire quella carica); a trentadue vice premier e Ministro del Lavoro nel governo di coalizione. Non so che dire di Luigi Di Maio: un uomo politico che, avendo ottenuto alle elezioni politiche del 4 di marzo un successo di proporzioni mai viste (32% dei suffragi), ha sperperato con l’esperienza di governo un così ampio consenso, ed ha precipitato al collasso il M5S, passando da percentuali imponenti in campo nazionale a percentuali irrisorie in Abruzzo, in Sardegna e in Lucania, dove si è votato per le regionali. Mi verrebbe da dire che Luigi Di Maio è un “incapace” (politicamente, è chiaro). Ma non è facile definire “incapace” un uomo politico che ha contribuito alla nascita del Movimento, ne ha condiviso i passaggi essenziali, si è fatto sostenitore di un programma che rivendica i diritti della famiglia come che sia (“unioni civili”), ha fatto passare il “reddito di cittadinanza” che alcuni considerano conquista da paese avanzato, altri ritengono in contrasto con la flat tax patrocinata da Salvini. Come non è facile definire “incapace” un uomo politico che ha creato un movimento sostanzialmente moderato (un tempo si sarebbe detto di centro-destra), protagonista di un successo elettorale mai visto, un successo al quale avranno pure contribuito motivi contingenti e irripetibili, ma un successo al quale non può ritenersi estranea la fatica del Capo. Insomma: su Luigi Di Maio, Capo del Movimento, leader incontrastato dei Cinque stelle, non è facile esprimere giudizi. Perché Luigi Di Maio, per chi lo ha seguito, resta sempre un politico di razza, un politico non comune, un politico capace di negoziare accordi (non solo quello di governo) da posizioni opposte a quelle di Salvini (sembrano in lite permanente: e sono in tanti a chiedersi come fanno a restare assieme senza scambiarsi accuse e offese reciproche, Di Maio contro Salvini, Salvini contro Di Maio). Ma, proprio per questo, appaiono inspiegabili alcuni cedimenti di questo trentatreenne che solo per poco non ha coronato la testa, la sua testa, di Capo di un governo a due. Appare soprattutto inspiegabile quel progressivo avvicinarsi, nelle questioni decisive, all’altra forza politica, all’altro vice premier, Matteo Salvini. Come appare inspiegabile quel progressivo soccombere sulle stesse questioni di principio (penso al caso Diciotti, al processo a Salvini, e alla decisione finale del Senato, che ha segnato una inversione di rotta dei Cinque stelle, da sempre contrari alle immunità parlamentari). Cedimenti e contraddizioni che potrebbero imputarsi a due cose: da un lato alla consapevolezza dei limiti della propria forza politica, dovuti a inesperienza se non a incapacità riconosciute; dall’altro ai meriti indiscussi di Salvini che, come uomo politico, non è secondo a nessuno. Non senza sottolineare che il Movimento, nato di recente (2009), è del tutto privo di classe dirigente, del tutto privo di radicamento territoriale, e che la Lega è un vero Partito, il più vecchio Partito della storia repubblicana, con tanto di classe dirigente e contatti territoriali (di sicuro al nord, oggi anche fra noi). E qui chiudo. Non senza augurare a Di Maio di riacquistare forza politica, che non sarà quella del Movimento ma di un Partito, visto che il Movimento sembra ogni giorno di più trasformarsi in Partito, coi pregi e difetti di qualsiasi Partito (il compromesso facile, la corsa alle poltrone); non senza augurare a Di Maio di recuperare, e non sarà facile, il consenso degli elettori che lo hanno votato, visto che è sempre il corpo elettorale a segnare il successo o il tracollo di una forza politica, vecchia o nuova che sia.


(1) Vedo, anche dai contatti che mi assicura questo giornale, che sono in molti a rimproverarmi l’uso di termini, destra e sinistra, che dicono superati. So bene che si tratta di concetti che tanti ritengono non più di moda: ma io non sono tra questi, se continuo ad usarli, penso a ragione. Ritengo anzitutto che sono termini ereditati dal passato, neppure troppo lontano, e che il passato, recente o lontano, non si rinnega. Ritengo inoltre che proprio dalla commistione fra destra e sinistra sono nate presunzioni senza riscontro nei dati reali, ed ha avuto origine quella torre di Babele che sembra alimentare la scena italiana. Ritengo infine che “destra” e “sinistra” designano valori decisamente opposti e consentono ancora di classificare un fenomeno, qualsiasi fenomeno politico, di destra o di sinistra. Faccio un esempio. Si è molto parlato, in questi ultimi tempi, e ne ho fatto cenno anche nell’articolo che precede, di castrazione “chimica”, quella che viene praticata con l’uso di farmaci diretti a scalfire la libido, la pulsione virile, il senso del maschio, per curare la violenza sulle donne e altre deviazioni sessuali. Confesso che la sola parola “castrazione” mi ha fatto effetto, negativo si intende, perché sempre mi fa effetto negativo la violenza dell’uomo sull’uomo, che comprende qualsiasi intervento, anche curativo, senza l’assenso della persona che vi viene sottoposta. Tanto più se questo intervento è previsto come condizione, in caso di condanna, per ottenere la sospensione della pena: e la volontà dell’interessato è qui ridotta a parvenza, diretta com’è ad ottenere un beneficio (e che beneficio) che altrimenti non si otterrebbe. Bene: in questo caso, la castrazione “chimica”, entrata sotto forma di emendamento in un disegno di legge in corso di approvazione, è secondo me un provvedimento di destra. Lo era ancor prima che fosse ritirato dalla stessa forza politica che lo ha proposto. Parlo, naturalmente, della Lega, parlo di Salvini (Di Maio si è opposto). E questo mio convincimento non può che farsi risalire a nozioni elementari, apprese da bambino, sulla qualificazione di un provvedimento politico, di destra o di sinistra, al mio background culturale, a concetti basilari che ancora oggi mi servono a distinguere ciò che è di destra e ciò che è di sinistra. Ho finito.


Michele Di Lieto

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