Il giudice Di Lieto, analizza i processi nei talk show televisivi che si trasformano in ignominia, come i casi di Garlasco e Grinzane Cavour, in colpevolisti e innocentisti, dimenticando il processo vero

C’era da aspettarselo. Vittorio Feltri, che già si era schierato a favore di Alberto Stasi, condannato con sentenza passata in giudicato alla pena di quattordici anni di reclusione per l’omicidio di Chiara Poggi, ma ritenuto estraneo al delitto da larga parte dell’opinione pubblica plasmata dal processo parallelo celebrato non da giudici nelle aule di giustizia, ma divulgato da quattro soloni so tutto dai talk show televisivi, ha preso oggi le difese di Mario Roggero, il gioielliere di Grinzane Cavour, condannato alla pena di 14 anni di reclusione,  con sentenza non ancora definitiva, siccome ritenuto colpevole di omicidio volontario di due dei tre rapinatori che lo avevano assalito nel suo negozio, in una via centrale della cittadina in provincia di Torino.

La difesa, puntando tutto sulla legittima difesa, aveva persino rinunciato al rito abbreviato, e allo sconto di pena prevista dal rito alternativo, e tale linea avrà sostenuto ancora nel giudizio di cassazione, che non si è ancora concluso.

I termini della vicenda, ripresi da due camere televisive, non lasciavano spazio a una visione dei fatti diversa da quella servita ai giudici di merito. Il gioielliere, uscito dal negozio subito dopo la rapina, ha inseguito i rapinatori in fuga, gli ha sparato contro e ne ha ucciso due, infierendo contro il terzo, rimasto ferito. Per questo, intatti i termini di fatto, la difesa si è rifugiata, e si sarà ancora rifugiata in cassazione, che è giudice del diritto, sulla tesi della legittima difesa, e su una diversa interpretazione dell’art. 52 C.P., là dove, introducendo la legittima difesa cd. domiciliare, il legislatore ha sancito una presunzione assoluta di proporzionalità tra offesa ingiusta e difesa legittima, ma non degli altri requisiti richiesti dalla scriminante. Questa l’interpretazione della Suprema Corte, che rende arduo il compito del difensore, tanto più arduo, quanto più apprezzabile  lo sforzo interpretativo. In ogni caso, la decisione della Cassazione è prevista come imminente, e vedremo se l’orientamento ormai costante del giudice delle leggi sarà modificato. Anche nel quadro dell’eccesso colposo, art. 55 cod. pen., che pure sembra far parte dell’impianto difensivo, essendo assai difficile parlare di colpa per chi, cessata la rapina, si lancia all’inseguimento dei rapinatori, e spara ad altezza d’uomo, dove la colpa c’entra come i cavoli a merenda. Torniamo all’inizio: all’intervento di Vittorio Feltri, giornalista insigne, già direttore de “il Giornale”, che si avvale della influenza mediatica oltre che della TV anche della stampa. Stavolta Vittorio Feltri si guarda bene dall’invadere il campo più propriamente giudiziario, “le sentenze vanno rispettate”, ma si sofferma sul lato umanitario della vicenda, un uomo di 72 anni che rischia la galera. Queste le parole di Vittorio Feltri. “A una certa età si cambia. Non si hanno più vent’anni, non si hanno più le energie di una volta, non si guarda più al futuro con l’incoscienza della giovinezza. Si impara invece ad apprezzare ciò che davvero conta: la casa, la famiglia, gli affetti, le abitudini quotidiane, la serenità conquistata dopo una vita di lavoro. E si scopre che queste cose, apparentemente semplici, sono in realtà il bene più prezioso che possediamo. Per questo provo una sincera amarezza nel vedere un uomo di 72 anni vivere con il pensiero costante di poter entrare in carcere. A una certa età si cambia. Non si hanno più vent’anni, non si hanno più le energie di una volta, non si guarda più al futuro con l’incoscienza della giovinezza. Si impara invece ad apprezzare ciò che davvero conta: la casa, la famiglia, gli affetti, le abitudini quotidiane, la serenità conquistata dopo una vita di lavoro. E si scopre che queste cose, apparentemente semplici, sono in realtà il bene più prezioso che possediamo. Per questo provo una sincera amarezza nel vedere un uomo di 72 anni vivere con il pensiero costante di poter entrare in carcere”.

E, più oltre: “Mario Roggero non era andato a cercare guai. Non era uscito di casa con l’intenzione di fare il giustiziere. Era nel suo negozio. Lavorava. Manteneva la propria famiglia. Poi si è trovato davanti dei rapinatori armati che avevano appena seminato paura e violenza. Chiunque abbia una famiglia sa cosa accade in quei momenti. Non si ragiona come un professore di diritto seduto dietro una scrivania. Si reagisce. Si ha paura. Si pensa ai propri cari. Si pensa che la prossima volta potrebbe andare peggio. Si pensa che forse si potrebbe non tornare a casa. La legittima difesa è un tema complesso, ma vi è una verità che troppo spesso viene dimenticata: difendersi è un istinto umano prima ancora che un principio giuridico. È qualcosa di profondamente radicato nella natura dell’uomo. Criminalizzare automaticamente chi reagisce a una minaccia significa ignorare la realtà concreta delle situazioni che milioni di cittadini temono ogni giorno. Insomma: tra l’esigenza di punire e quello di comprendere la vicenda che viene sottoposta a giudizio Vittorio Feltri opta per la seconda. Ma il confronto non deve limitarsi al bisogno di punire in rapporto alla umana comprensione, perché qui sono diversi gli interessi in gioco. Da un lato la vita, che non ha prezzo, dall’altro, come nel caso di specie, il bottino della rapina che un prezzo ce l’ha, mai comparabile con l’altro.

E poi non è detto che la sentenza emessa dal giudice trascuri gli aspetti umani della vicenda. La sentenza è sempre il frutto di un esame approfondito del fatto concreto, e la giustizia è sempre sorretta dalla pietas, quella che i latini chiamavano misericordia. Chi conosce il mestiere, e io lo conosco, sa che la sentenza di condanna, per quanto possa essere attenuata, lascia l’amaro in bocca a chi la pronuncia, sia perché è sempre legata a un travaglio interiore, sia perché si è sempre convinti che la pena, quella che si sconta nel sistema carcerario come il nostro, non ha efficacia rieducativa, e tradisce uno dei principi fondamentali della costituzione. Ecco: questa dovrebbe essere la funzione dei  mezzi di comunicazione.

Mettere a confronto la vita con gli altri beni della vita. Mettere a confronto la sentenza del giudice, che fa sempre opera di giustizia temperata, con la sentenza dei soloni so tutto che affollano i salotti televisivi.  Condannare decisamente gli eccessi del nostro sistema carcerario, dove si sovrappongono episodi di tortura (in danno dei detenuti) a forme di violenza (in danno degli agenti), due facce della stessa medaglia.

Astenersi dall’esaminare questi profili, come fa Vittorio Feltri, significa trascurare gli aspetti non solo giuridici, ma anche umani della vicenda, immiserire il ruolo del magistrato, “professore di diritto seduto alla scrivania”, schierarsi, anche in buona fede, nel conflitto sempre più incandescente tra politica e magistratura, a favore dell’una non dell’altra.

Michele Di Lieto*

*Scrittore e magistrato in pensione

 

 

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