

Michele Di Lieto, magistrato votato alla scrittura, da tempo nostro collaboratore, ha dato alle stampe un altro suo libro: “Violenza, violenze, violenza mediatica”.
Pubblichiamo qui l’intervista all’Autore.
Giudice caro, Lei sforna libri l’uno sull’altro. Da dove nasce questa passione?
Mi piace, mi è sempre piaciuto scrivere. La passione mi è nata sui banchi del liceo, mi ha accompagnato per tutta una vita, qualunque fosse l’attività da me scelta.
Anche quella di magistrato.
Certamente. A parte la mia passione per tutto ciò che sa di lettere antiche, le mie sentenze costituivano un modello per chiarezza espositiva, lucidità di scrittura. Almeno questo era il mio intento, e questo il riconoscimento unanime del mondo forense.
Alla Sua età, Lei è nato nel 1940, tutto questo Le costa fatica?
Niente affatto. Che anzi, negli ultimi tempi, la scrittura è diventata un diversivo. Sto ore e ore attaccato al pc. Mi fa compagnia.
Passiamo al libro. Guerra, guerre, guerra mediatica, come le è venuta l’idea?
Mi è stata suggerita dalla TV. Dalle immagini violente che vengono diffuse dalla TV. Guerra, guerre, case sventrate, città distrutte, donne piangenti, cadaveri avvolti nel telo, generalmente bianco. Quello stesso telo (solo che è screziato di rosso, il sangue degli innocenti) quel telo che copre il morto precipitato dall’alto di una impalcatura non adeguatamente protetta. Se ne cura il compagno pietoso con le lacrime agli occhi: lavorava sulla stessa impalcatura, ma è salvo.
Infortuni sul lavoro. Quanti?
Tre al giorno, mille in un anno. Secondo le statistiche ufficiali. Ma i dati forniti dall’INAIL hanno un valore relativo. Trascurano ad esempio i feriti ricoverati in codice rosso che non sopravvivono, e i feriti che si portano appresso malanni per tutta una vita.
Lei parla subito dopo degli incidenti stradali. Perché?
Perché anche qui le cifre sono paurose. Tremila all’anno. E sono giovani, giovanissimi, spesso in preda alla droga.
E qual è l’elemento che li accomuna, gli infortuni sul lavoro e gli incidenti stradali?
E’ che nessuno se ne cura. E’ come se ci fossimo abituati. Dopo il primo annuncio, nei titoli del notiziario o del telegiornale, non fanno più notizia. Non bastano le espressioni di cordoglio, le manifestazioni di solidarietà, non bastano le belle parole, occorre qualcosa d’altro.
Che cosa?
Per gli infortuni, maggiori controlli, affidati a gente esperta, non eccessivamente fiscale, ma seria. Per gli incidenti, qualcosa di più e di diverso. Occorre attribuire maggiore valore alla vita, propria ed altrui. Questo valore sembra oggi smarrito.
Di chi la colpa?
Si tratta di valori che i giovani dovrebbero apprendere da bambini. Come si insegna ai bambini giapponesi tutto ciò che si sa dei terremoti e diventa materia obbligatoria nelle scuole statali. Da noi nessuna materia è obbligatoria. Spesso si chiama in causa la famiglia, più spesso la scuola. Ma come si può affidare un compito così grave alla scuola, se la famiglia più non esiste o è fallita.
A parte gli infortuni sul lavoro, a parte gli incidenti stradali, quali sono le altre guerre di cui tratta il libro.
Ne faccio una sintesi, sperando di non ignorarne alcuna. La guerra, le guerre: da quella israele palestinese alla guerra russo ucraina, dall’occupazione del Venezuela alla guerra contro l’Iran, la più grave di tutte. E tutte con la benedizione di Trump, al quale è dedicato più di un capitolo Ma il libro parla pure di violenza dentro e fuori le mura, di infanticidio e di parricidio, di violenza dei minori, di violenza sui minori, di violenza nelle case di cura, di violenza delle istituzioni, la tortura, di violenza della natura, i terremoti, di violenza di genere, il femminicidio.
Può dirci qualcosa di più del femminicidio?
La nozione viene ristretta solitamente al delitto che si compie sulla donna che abbandona o sta per abbandonare il marito o il convivente o l’uomo che pretende di possederla e di farne un oggetto. Il femminicidio ha a che fare col patriarcato, e con la mascolinità tossica di cui parlo pure nel libro.
Caro Giudice, nel libro titolato alla guerra, Lei tratta problemi di stretta attualità, come il conflitto tra politica e magistratura, che cosa ne pensa?
Ribadisco quel che ho detto nel libro. Sto dalla parte della magistratura, alla quale ho dedicato gran parte di vita. Non tollero che un Presidente del Consiglio, la Meloni, si senta “indignata” da un provvedimento giudiziale, come non tollero che un Ministro, Carlo Nordio, richiami il giudice all’osservanza del principio in dubio pro reo. Fino a che si tratta di una persona comune, di un giornalista, di un politico senza incarichi di governo, nulla quaestio. Ma quando si tratta di un Primo ministro o di un secondo, sempre Ministro, la cosa non mi va più bene, perché alimenta quel conflitto, tra politica e magistratura, che si voleva risolvere una volta per tutte in favore della prima. Meno male che gli elettori hanno detto: No, e basta.
A proposito del referendum, che cosa le ha fatto impressione?
L’affluenza, imprevista e imprevedibile, degli elettori, il numero di chi ha detto: No. Si tratta soprattutto di giovani, privi di lavoro, privi di mezzi. Badino i politici ai problemi dei giovani, di qualsiasi colore, piuttosto che alla guerra, quella vera e quella contro i giudici.
Tra i titoli dell’Indice, ve n’è uno, dedicato al processo parallelo. Che roba è?
E’ il processo che si celebra lontano da un’aula di giustizia, in un salotto televisivo, e finisce per diventare esso stesso uno show con tanto di share e indice di ascolto. Più generalmente mi riferisco al processo che si può imbastire per il clamore suscitato o che lo stesso spettacolo televisivo può suscitare per un evento straordinario, come tale giudicato dalla stessa televisione.
Può farci un esempio.
L’ho fatto nel libro. Quello del bimbo morto a Napoli per un trapianto di cuore non riuscito. Mi ero accodato a
quanti avevano criticato l’eccesso di comparizioni della madre del bimbo in una trasmissione che aveva già celebrato il processo senza assicurare, aggiungevo io, un minimo di contraddittorio. Era stato infatti sempre presente il difensore della donna, che verosimilmente sarebbe stato il difensore di parte civile e, quindi, degli interessi civilistici dei congiunti della vittima. A titolo precauzionale, avevo aggiunto che nessuna somma potrà risarcire il dolore della madre per la perdita di un figlio. Apprendo dai giornali che la richiesta è stata avanzata. Tre milioni di euro all’ ospedale dove l’intervento è fallito. A me pare che tutto trovi causa nel potere non sempre equanime del mezzo televisivo, e negli eccessi del processo parallelo che nel caso concreto non è mai iniziato e mai finito.
Caro il mio Giudice, per trattare così tanti argomenti, avrà certamente consultato così tanti libri. Ci dica qualcosa sulle fonti, qualcos’altro sulla struttura del libro.
Volentieri. Per quanto riguarda le fonti, per fortuna oggi c’è internet. Purché si sappia che cosa si cerca, qual è l’oggetto della ricerca. Occorre insomma avere chiare le idee prima di consultare Internet. Per quanto riguarda la struttura, non avevo in mente una struttura ben definita. Per questo c‘è un misto di realtà e fantasia, cronaca e sogno. Di uniforme c’è un aspetto che mi appaga e spero appagherà il lettore. E’ quello che deriva dalla cornice giuridica, sociale, economica, che circonda qualsiasi tema e rende la lettura sempre più appassionante. Lo scrive l’avvocato Amatucci nella Sua Prefazione. Ma Domenico Amatucci, civilista, è un mio vecchio amico che sa scrivere non solo comparse ma anche prefazioni ai libri che legge: a Domenico Amatucci non mi sento di rimproverare un eccesso di simpatie verso il libro e il suo Autore.
Questo libro, non è la prima volta, viene pubblicato col sistema del selfpublishing. Perché?
A parte i costi, col self viene saltato il ruolo dell’editore, c’è qualcosa d’altro che ti fa scegliere. Si tratta del rapporto che si crea tra te e il libro, che senti completamente tuo, dalla scrittura alla correzione di bozze, dal testo al visto si stampi, dal titolo all’immagine di copertina.
Caro Giudice, ci vedremo alla presentazione?
Penso proprio di no. Ho rinunciato da tempo a questa kermesse che nulla aggiunge al valore di un libro. Al coro delle voci di presentazione preferisco il commento solitario di chi, avendo letto un mio libro, si è complimentato per il “perfetto” italiano.
Giudice Di Lieto, penso che basti. La ringrazio.
Sono io che ringrazio Lei, non solo per l’intervista, ma anche per le note che spesso mi pubblica nella immediatezza del fatto, e sono qui raccolte in volume. Grazie, grazie di cuore.
Intervista a cura di Nicola Nigro, Direttore de “Il Sud”
Giornale IL SUD Mezzogiorno d' Italia