Il giudice Michele Di Lieto fa una riflessione sulle guerre e sui guerrafondai.
La guerra portata con un attacco “a sorpresa” da Stati Uniti e Israele contro l’Iran si sta rivelando per quello che
è: un clamoroso insuccesso del Presidente americano, Donald Trump e dei suoi alleati. Che, al momento, detto no all’ONU, no all’UE, no alla NATO, si riducono ad Israele, coi suoi disegni egemonici sul Medio Oriente, nei quali Trump si è lasciato imbarcare. Pensava, il Presidente, di poter liquidare l’Iran con un colpo di mano né più né meno di quanto avesse fatto in Venezuela per fare fuori Maduro. Con la differenza, qui fondamentale, che in Venezuela erano molti gli oppositori di Maduro, e del suo regime dittatoriale, erede dello chavismo più sfrenato, mentre nel’Iran il potere di Kameini si fonda sull’appoggio degli ayatollah, su elementi più religiosi che politici, e l’opposizione può contare sulla forza dei pasdaran, il corpo di Guardie della Rivoluzione islamica, più di duecentomila uomini, che controllano un vasto impero economico, politico e, naturalmente, militare, gestiscono i servizi segreti e la politica estera di un regime essenzialmente teocratico, gli ayatollah. Fatto sta che mentre il golpe in Venezuela durò meno di un’ora, e Maduro fu catturato, e sostituito ai vertici dello Stato da una donna, Delcy Rodriguez, chavista a metà e benvista da Trump, il golpe nell’Iran, a parte i successi iniziali (uccisione di Kameini, decapitazione del Ministero della Difesa), non ha avuto effetti ulteriori su una guerra tra USA e pasdaran che non sembra avere vie di uscita. Può darsi, è verosimile, che questo errore di valutazione, la “base” diversa nel regime che regge il sistema iraniano (pasdaran + ayatollah) da quella che reggeva (e ancora regge) il sistema venezuelano, una opposizione che tanto opposizione non è se ancora oggi il parlamento, in mano agli eredi di Chavez, è in grado di eleggere uno chavista alla carica di Procuratore Generale, può darsi che questo errore sia stato non di Trump, ma di Netanyahu, capo israeliano. Ma la cosa sarebbe ancora più grave, soprattutto per chi creda Il capo di Israele un fantoccio nelle mani di Trump (“Non si muove foglia che Trump non voglia”) perché delle due l’una: o il servizio di intelligence di Netanyahu non vale quattro soldi, o quattro soldi non vale il servizio di intelligence di Trump, che avrebbe dovuto controllare e non lo ha fatto. E non è stato l’unico errore di Trump e Netanyahu messi insieme. La mossa strategica più importante dei pasdaran è stato infatti il blocco dello stretto di Hormutz, che garantiva il passaggio del petrolio dal golfo persico al golfo di Oman, e che, una volta bloccato, ha provocato danni incommensurabili a tutto l’occidente europeo. Non accorgersi dell’importanza strategica dello stretto di Hormuz, lasciare l’Iran padrone del campo, in grado di paralizzare le risorse energetiche di un continente intero, questo sì che è stato un errore gravissimo. Che pone l’Iran in una situazione di vantaggio e rende fragile qualsiasi tentativo di accordo, sia pure per un cessate il fuoco temporaneo, che dovrebbe costituire la base di un accordo definitivo. Un tentativo di mediazione è stato effettuato. I colloqui tra le opposte delegazioni (USA e Teheran) inizieranno oggi stesso, undici di aprile, a Islamabad, nel Pakistan, ma le premesse non lasciano bene sperare. Perché la guerra continua, nel Libano, dove i raid israeliani hanno fatto centinaia di vittime. Israele si dice estraneo al tentativo di accordo, intervenuto tra americani e iraniani, e promette un colloquio separato da tenersi negli Stati Uniti. L’Iran sostiene che il tentativo di accordo, intervenuto con gli USA, avrebbe dovuto considerarsi vincolante anche per Israele, uno dei due paesi che hanno attaccato l’Iran, e sembra aver ragione tenuto conto degli stretti rapporti fra USA e Israele, ma Trump continua a difendere il suo alleato. Gli USA chiedono la riapertura immediata dello stretto di Hormuz, ma Teheran non riaprirà lo stretto fin quando Israele continuerà a bombardare il Libano, dove operano gli hezbollah, palestinesi e amici dell’Iran. Come si vede, si tratta di questioni strettamente legate che giustificano lo scetticismo degli osservatori. Frattanto Trump continua con le sue minacce, “useremo armi più potenti( quali, forse l’atomica?), distruggeremo l’Iran”, e il Ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghci dichiara di affrontare i colloqui con “completa sfiducia”. Per ora, occorre solo sperare. Un accordo sia pure temporaneo potrebbe aprire la strada a un accordo più duraturo, alla fine della guerra. Se l’accordo dovesse fallire, invece, le conseguenze sarebbero gravi: dalla intensificazione del conflitto al blocco dello stretto di Hormuz, dal ruolo di attori regionali a una crisi economica globale che alimenterebbe una fluttuazione dei prezzi del petrolio con pesanti ripercussioni in Europa. E l’Italia?
L’Italia dipende in gran parte dal petrolio del Golfo. La chiusura dello stretto di Hormuz protratta nel tempo avrebbe effetti catastrofici. Ne verrebbero colpiti tutti coloro che usano il petrolio, ne rimarrebbero sconvolte centinaia di aziende, aumenterebbe l’inflazione, si arresterebbe la produzione. Il guaio è che, anche se la guerra dovesse finire oggi, alcuni di questi effetti si sono già verificati o stanno per verificarsi. Prima di tutti il prezzo della benzina, con un aumento che non sembra giustificato dalla guerra del Golfo se si pensa che il prodotto oggi in vendita era compreso nelle scorte, che certamente non hanno subito aumenti ulteriori. Viene poi in rilievo il prezzo degli alimentari, già avvertito da tempo nelle migliori famiglie e, subito dopo, il prezzo dei fertilizzanti, che incide sulla produzione agricola, il prezzo di trasporti, che fa volare il costo dei viaggi con danni enormi per l’industria turistica. Da tutto questo deriva uno squilibrio tra merci importate e merci esportate che riduce, ad esempio, la produzione di microchip, che venivano esportati soprattutto negli USA, e costituivano una delle poste attive più rilevanti del nostro bilancio. Non vale a questo punto invocare la solidarietà degli altri paesi europei che se non hanno gli stessi problemi, poco ci manca. Né vale invocare una de-escalation dallo stesso Trump che, anche in questa occasione si rivela l’uomo di affari che è. Di fronte alle doglianze dei paesi che protestavano contro le gabelle (un vero e proprio pedaggio) proposte dagli iraniani per il passaggio nello stretto di Hormuz il presidente americano se ne usciva con una delle sue celebri frasi: “Perché vi lamentate? Sappiate che gli Stati Uniti sono tra i maggiori produttori al mondo. Venite da noi ad acquistare petrolio, e senza pedaggi. Sarà un affare per Trump e per gli USA”. Il nostro Governo emette messaggi rassicuranti per non scalfire quel poco di fiducia che rimane, ma si tratta di belle parole o di cifre statistiche che ciascuno può maneggiare come vuole. Basta recarsi al supermercato o al primo distributore di benzina per accorgersi di quanto sono aumentati i prezzi, di quanto è cresciuta l’inflazione. Che dire? Che ci aspettano giorni bui. Che a pagarne le conseguenze saranno al solito i più poveri, i meno ricchi. Non sarà che saremo costretti a prenotare fin da adesso il pranzo di Natale per evitare che si ingrossi il numero di chi si mette in fila , fino al punto da mettere in crisi persino la Caritas e gli altri enti assistenziali (e meno male che ci stanno).
Michele Di Lieto*
*Scrittore – magistrato in pensione
Giornale IL SUD Mezzogiorno d' Italia

