Asl Salerno: la Neuropsichiatria Infantile diretta dal dott. Salvatore Iannuzzi, da il via al progetto che accompagna i bambini prematuri, a rischio di disturbi del neurosviluppo, nei primi tre anni di vita.


La Neuropsichiatria Infantile diretta dal dott. Salvatore Iannuzzi, si  è fatta promotrice di un progetto che si occuperà dei neonati prematuri e dei bambini a rischio di disturbi del neurosviluppo.
L’obiettivo è quello di determinare uno sviluppo del neonato in sicurezza cioè dalla gravidanza a rischio alla Terapia Intensiva Neonatale, fino al ritorno a casa. Tutto questo è ben spiegato nella nota – qui di seguito pubblicata – che ci è stata segnalata dal collega, dott. Giuseppe Calabrese, dell’ufficio stampa della direzione dell’Asl Salerno.
Lo sforzo dell’Asl, guidata dall’ing. Gennaro Sosto, è quello di concentrare, quante più risorse possibile per realizzare dei punti di eccellenze territoriali, anche se non è facile, visto le poche risorse messe a disposizione dallo Stato. A questo vanno aggiunti anche i costi, in costante aumento, dei prezzi dei prodotti sanitari, ormai, fuori controllo.
Circostanza propizia, per stimolare un dibattito
Approfitto di questa occasione per fare qualche considerazione sulla salute della sanità in Italia, per questo chiedo scusa all’ing. Gennaro Sosto, al dott. Salvatore Iannuzzi ed al collega dott. Giuseppe Calabrese, se sfrutto questa opportunità della nota, per dire qualcosa sul Servizio Sanitario Italiano che ultimamente è molto peggiorato.
La sanità dovrebbe occuparsi della salute e dello stato fisico delle  persone, ossia del benessere fisico, mentale e sociale di ogni cittadino, così come recita il dettato giuridico-costituzionale al fine di tutela la salute di tutti.
Non a caso, questo è anche in sintonia con la promessa solenne con cui il medico si impegna a rispettare i principi etici e la deontologia professionale, il cosiddetto Giuramento di Ippocrate.
Con questa riflessione aggiuntiva, il nostro giornale “il Sud”, spera di aprire un dibattito che mira a migliorare i servizi attraverso i contributi di operatori con azioni concrete, soprattutto di chi agiscono sul campo, giorno per giorno, e sono interessati a dire o raccontare la propria esperienza effettiva, anche attraverso aneddoti vissuti, in modo costruttivo, ovviamente gli interventi, saranno regolarmente pubblicati. Un modo come un altro, per aiutarsi a migliorare i servizi.
Limiti economici e organizzativi
Come dicevo sopra, i limiti finanziari sono riscontabili nelle carenze di risorse, questo si sente, soprattutto, sul territorio cioè nei Distretti Sanitari, questo è molto tangibile, per esempio: difficoltà a creare un percorso rapido per una visita o un accertamento diagnostici – anche nei casi rivelatasi, poi, gravi – come pure si colgono le difficoltà dei cittadini a relazionarsi con gli sportelli che, spesso, sono al deficit informativo.
Un altro esempio che mi è capitato costatare personalmente – che non va trascurato – sono gli ostacoli dei neo-genitori, che incontrano nella scelta del pediatra. In merito sta succedendo che con l’andata in pensione dei “vecchi pediatri”, il territorio resta scoperto o con un numero limitatissimo rispetto alla popolazione, in questo caso il sostituito, non sempre è all’altezza, perché tutto è avvenuto in fretta e furia, senza programmazione, eppure si sapeva che molti di loro andava in pensione, per cui c’era tutto il tempo per formare questi professionisti e, come si diceva una volta i “poverini” non hanno avuto la possibilità di andati “a u mastro” e, quindi, anche i limiti professionali, alla fine, hanno un costo economico, di tempo e di serenità dei genitori in totale dipendenza o sottomissione, senza potersi difendere dal niente.
Il fatto che i pediatri sono giovani, con poca esperienza operativa, e “buttati nella mischia”, senza la necessaria maestria e destrezza pratica,  succede che le conseguenze ricadono interamente sui piccoli pazienti, a questo punto, che cosa può verificarsi?
Può succede che qualcuno inventa e mette in piedi regole sciocche che fanno ammattire, ovviamente, i “poveri genitori” (mi è stato raccontato che alla telefonata del genitore che aveva il bimbo con la febbre, a rispondere non era il medico-pediatra, ma il nastro magnetico che consigliava di prendere un appuntamento o portare il bambino in ospedale, ovviamente non parliamo di giorni festivi o di chiamate fuori orario per esempio delle 23/24/1/2/3/4 ecc. di notte, ma di “orari accessibili”).
Oggi, nel 2026, non si pretende che il pediatra imiti il “medico condotto” di una volta che effettuava visite domiciliari a qualsiasi ora del giorno e della notte, ma almeno si limitasse ad imitare i medici di medicina generale.
A tal proposito, anche in questo caso va evidenziata una nota dolente, perché il pensionamento cresce giorno per giorno, ma poco o niente, si sta facendo per far fronte all’imminente carenza generalizzata anche dei medici di Medicina Generale.
Ritornando ai giovani pediatri, questo modo professionale di fare, talvolta, fa venir meno, il cosiddetto giuramento di Ippocrate, cioè l’impegno etico e morale di un medico, ma questo si potrebbe anche limitare con una maggiore vigilanza sul loro operato da parte degli organi istituzionali territoriali, evitando così di mettere in essere strategie sbagliate.
Carenze sul territorio
La carenza di medici-pediatra è dovuta, per lo più, al mancato reclutamento preventivo, infatti sul territorio ci sono pochi pediatri, ma nonostante questo con un maggiore raccordo operatore-direzione territoriale, si potrebbe realizzare una maggiore sinergia, avvalendosi anche dei mezzi telematici che consentirebbero l’aggiornamento e il controllo, in tempo reale.
Quindi, occorre un maggiore consolidamento sulle liste d’attesa e un il rafforzamento della sanità territoriale, con una maggiore attenzione all’esigenze del personale, che più delle volte è insufficiente, come pure non va trascurata il problema dei punti nascita, se non si vuole arrivare ad una società di soli vecchi.
Così facendo si potrebbero tenere aggiornati i genitori ed andare in loro soccorso, ma si potrebbe anche vigilare meglio sulle cattive iniziative o abitudini degli operatori, ovviamente il sovraccarico di piccoli pazienti, non giustifica l’approssimazione, in cui l’unica realtà che conta è quella dell’operatore e, non del piccolo ammalato.
Mancanza di medici, infermieri e personale di supporto
Capisco che le poche risorse creano questi problemi, infatti, un vecchio proverbio dice: “non si possono fare le nozze coi fichi secchi”, parafrasando “non si fanno le riforme con i fichi secchi“, perciò la principale crisi della sanità pubblica in Italia è legata alla carenza numerica di medici, infermieri e personale di supporto amministrativo e logistico, ma anche ai problemi organizzativi e strutturali, il tutto, ovviamente, scaturisce sempre e comunque dalla carenza di personale che si stimata intorno agli 80.000 tra medici, infermieri ed pure di migliaia di medici di medicina generale, con un forte squilibrio tra pensionamenti e nuove entrate.
Purtroppo, questa carenza costringe i sanitari presenti a turni massacranti, retribuzioni inadeguate e carichi di lavoro elevati per cui spingono molti professionisti alle dimissioni volontarie, anche per esaurimento psicofisico.
Da anni è in corso la riduzione delle risorse del Fondo Sanitario Nazionale che incide negativamente sui servizi territoriali e sulle liste d’attesa.
I governanti si difendo dicendo che rispetto all’anno precedente sono stati stanziati altri miliardi in più, ma dimenticano (in buona fede o in mala fede ?) che l’inflazione erode il potere d’acquisto, per cui come gli stipendi anche le attrezzature hanno un incremento, per cui l’aumento della spesa è superiore ai miliardi in più messi.
E’ chiaro che in tutto questo anche la cattiva distribuzione diventa un problema, quindi, non è solo quanti medici ci sono in totale, ma come vengono impiegati e distribuiti sul territorio e nelle specialità d’emergenza.
Dimissioni volontarie dei medici dal pubblico
Il Sole24 e l’ANSA, hanno scritto che per coprire i buchi si è fatto ricorso a medici pensionati o giovani laureati, in merito alle dimissioni, proprio l’ANSA ha scritto anche: << Nel 2025 le dimissioni volontarie di medici italiani che lavorano in ospedale sono state 3.767, superando di gran lunga i pensionamenti (2.876). In un solo anno sono schizzate del 150% rispetto alle 1.503 del 2024, toccando quota 3,5% del totale dei medici della sanità pubblica, una soglia che non era stata registrata neppure in pandemia. A lanciare l’allarme è il sindacato Anaao Assomed, che punta il dito contro “turni massacranti e stipendi bassi” che fanno fuggire professionisti in carriera>>.
Tutto questo va addebitato, per lo più alla grande mole di lavoro, per la carenza di medici, ma anche agli stipendi bassi.
Infatti, le retribuzioni del personale sanitario italiano risultano tra le meno competitive d’Europa rispetto al costo della vita e alla media nazionale. Ciò, come accennavo sopra è dovuto al carichi di lavoro con orari pesanti, turni massacranti e il forte stress psicologico ereditato anche dal periodo pandemico che contribuisce ad alimentare le dimissioni volontarie e, quindi, la fuga verso il settore privato o l’estero.
Se, poi, a questo si aggiunge l’invecchiamento demografico con una popolazione sempre più anziana che fa aumentare la domanda di cure e assistenza domiciliare, a fronte di organici ridotti ai minimi e stremati si capisce il perché della scelta.
Il Sud continua ad essere la cenerentola in negativo
Purtroppo il Sud continua ad essere la cenerentola in negativo, sempre l’ANSA, scrive: << Nell’ultimo decennio il Centro-Nord ha registrato un saldo positivo di 4.029 medici (+5,9%), mentre il Mezzogiorno ha continuato a svuotarsi, perdendo 1.166 unità (-3,1%). A pagare il prezzo più alto in termini di riduzione degli organici sono la Basilicata (-24,6%), il Molise (-17,2%), la Valle d’Aosta (-14,2%) e la Calabria (-12,6%)>>.

Di seguito il comunicato del collega Calabrese:

Ufficializzato il protocollo operativo condiviso che accompagna i bambini prematuri nei primi tre anni di vita

L’Asl Salerno ha ufficializzato ieri  il protocollo operativo condiviso che definisce il percorso di presa in carico precoce dei neonati prematuri e dei bambini a rischio di disturbi del neurosviluppo. Un percorso integrato che accompagna i bambini prematuri nei primi tre anni di vita, per intervenire prima e seguirne meglio lo sviluppo: dalla gravidanza a rischio alla Terapia Intensiva Neonatale, fino al ritorno a casa.
Il nuovo percorso clinico, promosso dalla Neuropsichiatria Infantile diretta dal dott. Salvatore Iannuzzi, in collaborazione con la dott.ssa Grazia Gentile, direttore della e U.O.S.D. Assistenza Riabilitativa e protesica, unisce i servizi di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza (NPIA) con i reparti di Terapia Intensiva Neonatale (TIN), con l’obiettivo di mettere in relazione le diverse fasi all’interno di un unico percorso coordinato e continuativo, capace di seguire il bambino dalla gravidanza a rischio alla nascita, dal ricovero in Terapia Intensiva Neonatale al rientro a casa, fino al compimento dei tre anni.
Cambiando radicalmente, quindi, il modo in cui il bambino viene seguito, mettendo in comunicazione professionisti e servizi, condividendo informazioni e valutazioni, accompagnando la famiglia nei diversi passaggi, e garantire, infine, una continuità che non si interrompa con la dimissione dall’ospedale.
NPIA-TIN mette in relazione queste diverse fasi all’interno di un unico percorso coordinato e continuativo, capace di seguire il bambino dalla gravidanza a rischio alla nascita, dal ricovero in Terapia Intensiva Neonatale al rientro a casa, fino al compimento dei tre anni.
“Con il protocollo NPIA-TIN vogliamo superare la frammentazione dei percorsi e costruire una continuità reale tra ospedale e territorio – dichiara l’ing. Gennaro Sosto, direttore generale dell’Asl Salerno e vice Presidente vicario di Federsanità. – Investire nella riabilitazione neonatale significa investire nel futuro: significa offrire ai bambini maggiori opportunità di sviluppo e alle famiglie la certezza di non essere lasciate sole. Questa iniziativa rappresenta una scelta di grande responsabilità e di profonda umanità, perché mette al centro non soltanto la cura, ma la vita concreta dei bambini e le speranze dei loro genitori”.
La realizzazione del progetto NPIA-TIN è il risultato di un lavoro condiviso e progressivo, portato avanti dalla Neuropsichiatria Infantile con il contributo delle diverse professionalità coinvolte, che si inquadra nel più ampio percorso aziendale finalizzato a trasformare un’esigenza assistenziale in un modello concreto, strutturato e operativo, capace di mettere in relazione ospedale, territorio e servizi riabilitativi.

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