“Il Processo e la speranza” è il nuovo libro dell’avvocato Cecchino Cacciatore. Un percorso tra i grandi temi del processo penale, il rapporto tra giustizia e potere, nonché dei limiti del processo mediatico

Il Processo e la speranza ( Storia, filosofia e costituzione del giudicare penale – dallo sguardo di un avvocato) è il nuovo libro dell’avvocato Cecchino Cacciatore, D’Amato editore Salerno.
Cacciatore, già autore di altre importanti pubblicazioni che sottopongono all’attenzione del pubblico  cosa la vita riserva ad ognuno di noi. La sua opera è  sempre quella di un professionista che studia, caso per caso, per trovare la soluzione giusta al fine evitare inutili contenziosi.
Il suo impegno professionale spazia tra il penale, cioè delitti contro la persona, il patrimonio, la fede e la pubblica amministrazione: tutti quei reati che il cittadino commette, per aver esercitato un abuso non rispettando la legge.
Come pure non esita a difendere i cittadini più deboli che, spesso, sono vittime della malagiustizia cioè dei delitti contro l’amministrazione della giustizia, anche se questo gli costa la non benevolenza dell’apparato giudiziario. Ma questo non importa all’avvocato Cecchino Cacciatore, soprattutto se la vittima è un cittadino indifeso che ha subito un sopruso giudiziario.
Le altre pubblicazioni   
Come accennavo sopra, Cecchino Cacciatore è autore di numerose pubblicazioni in materia di tutela dei diritti e delle garanzie nel processo penale, inteso come un sistema di princìpi e tutele a protezione dei diritti dell’indagato o dell’imputato, indistintamente se è povero o ricco, in ossequio del principio di uguaglianza, come garanzia del giusto processo.
Con  le sue battaglie ( articoli, libri e interventi nei convegni, oltre che all’interno dei Tribunali) si è sempre battuto per l’uguaglianza delle condizioni processuali tra le parti, affinché la difesa non sia mai svantaggiata, rispetto all’accusa.
Tra le principali opere letterarie e di diritto, vanno ricordate: LA GIUSTIZIA E’ ANCHE DOMANI – IL DIRITTO TRA LE RIGHE – LA PENNA E LA TOGA – LA STORIA COMPAGNA DELLA GIUSTIZIA e tanti altri testi, come pure qualche romanzo, oltre a monografie ed articoli su quotidiani come Il Sole24ore, il Mattino, la Città, periodici, come il Sud, la Giustizia ed altri giornali e riviste che, solo per questioni di spazio, non vengono citati.
I temi affrontati da Cacciatore hanno lo scopo di sollecitare le Istituzioni a fare qualcosa, per questo “deserto di ingiustizie”. Ecco alcuni articoli, in materia, pubblicati.

Proprio perché parliamo di un testo, con tante sfumature che lo rendono avvincente, per dare qualche elemento in più al lettore de “il Sud”, anche se si occupa un po’ di spazio in più, vengono riportati alcuni passaggi che si trovano nelle pagine del libro. Tutto questo per dare un’idea di un’opera che stupisce per la sua originalità  che, nel tempo,, lascerà il segno.
Il fulcro narrativo e la sequenza degli eventi descritti
Nel caso si volesse cogliere il senso profondo del titolo, Il Processo e la speranza, è il caso di rifarsi a quello che ha scritto proprio l’autore a pagina 7: << Perché parlare di speranza
nel processo penale – La speranza come parola sospetta nel diritto – Oltre la retorica e oltre il disincanto – Processo penale come luogo simbolico della modernità – Speranza non come indulgenza, ma come limite del potere – Giudicare senza disumanizzare: la domanda del libro. – Parlare di speranza nel processo penale espone, da subito, a un equivoco.
La speranza appare parola estranea al linguaggio del diritto, sospetta di emotività, di indulgenza, persino di debolezza….>>.
A pagina 31, riferendosi al diritto, l’autore scrive:
<<La speranza espulsa dal diritto moderno – Diritto come tecnica e neutralizzazione del senso – Efficienza, decisionismo ­amministrazione dell’ordine – La paura dell’apertura: perché la speranza inquieta la legalità – Un diritto che funziona ma non si interroga.
La difficoltà di parlare di speranza nel diritto non è accidentale. È il risultato di una lunga trasformazione culturale che ha progressivamente identificato il diritto con la tecnica, la decisione con l’efficienza, la giustizia con la stabilità dell’ordine. In questo percorso, la speranza è stata percepita come elemento disturbante: troppo incerta per essere normata, troppo eccedente per essere governata, troppo umana per essere ridotta a procedura...>>.
Intanto, a pagina 175 leggiamo: << Cesare Beccaria e la speranza illuministica. Pena, proporzione, umanità – Limitare il potere punitivo – Fiducia nell’uomo, sfiducia nel potere – L’idea di un diritto penale minimo. – Quando si evoca l’Illuminismo penale, il nome di Cesare Beccaria viene spesso richiamato come simbolo rassicurante di progresso e razionalità. Dei delitti e delle pene è diventato, nel tempo, un testo canonico, talvolta addomesticato, ridotto a reper­torio di principi ormai acquisiti. Ma una lettura non apologetica dell’opera di Beccaria restituisce un pensatore inquieto, consapevole della fragilità del suo progetto, e profondamente attraversato da una speranza tanto necessaria quanto esposta al tradimento…>.
A pagina 215, vediamo che l’avv. Cacciatore si rifà ad un altro personaggio del passato.. In merito, scrive: << Processare il pensiero: Socrate – Il processo come condanna dell’alterità I Legalità formale e paura della libertà – Il reato di opinione come archetipo.
Il processo a Socrate è uno dei momenti fondativi della storia del giudicare occidentale. Non perché sia il primo processo ingiusto, ma perché rende visibile, con una chiarezza quasi crudele, ciò che accade quando il diritto viene chiamato a giudicare non un fatto, ma un pensiero; non una condotta dannosa, ma una<forma di alterità; non un reato, ma una inquietudine.
Socrate non viene processato per ciò che ha fatto, ma per ciò che è. Per il modo in cui parla, per le do­mande che pone, per l’effetto destabilizzante del suo interrogare. Le accuse formali – empietà, corruzione dei giovani – funzionano come traduzioni giuridiche di una paura politica: la paura che il logos metta in crisi l’ordine simbolico della città.
Il processo socratico mostra, in forma originaria, una tentazione che attraverserà tutta la storia del processo penale: usare il giudizio per difendere l’ordine, non per accertare la verità...>>.
Il processo mediatico viene affrontato a pagina 243. Cacciatore scrive:<< Il colpevole mediatico -Alfred Dreyfus -Enzo Tortora I Processo, identità, distruzione pubblica. –
Con il processo mediatico, il tradimento della promessa del processo penale assume una forma nuova, più sottile e per questo più pericolosa.
Non è più lo Stato totalitario a imporre una veri­tà ufficiale, né l’emergenza politica a sospendere le garanzie in modo esplicito. E l’opinione pubblica a precedere il giudizio, a costruire la colpa prima che il processo abbia inizio. Il processo non viene abolito. Viene anticipato.
La colpa si forma nello spazio pubblico prima che nello spazio giudiziario. Le indagini diventano racconto, le ipotesi accuse, le accuse sentenze informali. Il processo penale, anziché essere il luogo in cui la ve­rità viene cercata, rischia di diventare il luogo in cui una verità già costruita viene semplicemente ratificata...>>.
A tal proposito sempre sul processo mediatico fa riferimento anche al caso del presentatore-giornalista Enzo Tortora e siamo a pagina 244, a proposito scrive: << …La speranza, in questo scenario, non scompare di colpo. Viene delegittimata.
Chi invoca le garanzie appare come complice. Chi chiede tempo viene accusato di voler rallentare la giustizia. La verità non è più ciò che emerge dal processo, ma ciò che “tutti sanno” prima del processo.
Con Enzo Tortora, questa dinamica si ripete in forma drammaticamente moderna. Qui non è l’ideologia a costruire il colpevole, ma il meccanismo mediatico. La parola dell’accusatore pentito diventa verità pubblica. Il processo viene travolto da una narrazione che ha già deciso l’esito. Il caso Tortora mostra con chiarezza come il pro­cesso penale possa essere schiacciato tra due pres­sioni convergenti: da un lato, l’urgenza mediatica di una storia forte; dall’altro, la tentazione giudiziaria di non smentire l’accusa pubblica.
Il garantismo appare, ancora una volta, come ostacolo. Non come fondamento della giustizia, ma come intralcio alla credibilità del sistema. Il proces­so non è più chiamato a distinguere, ma a confermare. L’innocenza diventa un evento improbabile, quasi scandaloso.
Il linciaggio mediatico o gogna mediatica
…. Il processo mediatico riduce impropriamente il tempo. Riduce il linguaggio. Riduce la persona…>>.
A questo punto, a proposito dei processi mediatici, mi è venuto alla mente un articolo  del giudice-scrittore Michele Di Lieto che scrive: <<… “Violenza, violenze, violenza mediatica” – <<< Gent.mo Sig. Direttore, non è la prima volta che io chieda di  ospitare sul Suo giornale la mia voce, nettamente contraria (vedi da ultimo il Sud del 16 dicembre 2025) al processo mediatico, quella specie di processo che viene celebrato lontano dalle aule di giustizia, e finisce per diventare esso stesso parte integrante dei talk show televisivi…
Ritornando al libro dell’avv. Cacciatore, a pagina 265 si legge:
<<La Costituzione come scelta dell’uomo – Antropologia costituzionale del giudicare – Persona prima della funzione – Rifiuto dell’uomo-funzione, dell’uomo-mezzo e dell’uomo-pericolo – Libertà e dignità come presupposto del giudicare I Giudicare come riconoscimento.
Il processo penale nasce storicamente come argi­ne alla violenza. Nasce per trasformare la vendetta in giudizio, la forza in parola, l’arbitrio in regola. In questo gesto originario è iscritta una promessa di ci­viltà: che nessuno possa essere colpito senza essere ascoltato, giudicato senza essere riconosciuto, puni­to senza essere considerato persona.
Ma la storia – e qui la storia è davvero compagna del­la giustizia – insegna che questa promessa non è mai definitivamente mantenuta. Ogni epoca ha conosciuto processi formalmente corretti e sostanzialmente ingiu­sti. Ogni ordinamento ha sperimentato la tentazione di piegare il processo a fini estranei alla verità: la paura, l’emergenza, il consenso, il bisogno di un nemico.
Allora la speranza entra in gioco, non come senti­mento, ma come categoria critica del diritto.
La speranza non riguarda l’esito del processo. Non promette assoluzioni, né pene giuste in senso assoluto. Riguarda il modo del giudicare.
È la speranza che il processo resti spazio di parola e non diventi gesto di forza. Che la decisione non preceda l’ascolto. Che la pena non cancelli la persona.
In questo senso, la speranza non si colloca fuori dal diritto, ma dentro la sua struttura più profonda…>>.
Ed ecco che, a pagina 305, entra nel dettato costituzionale e scrive:
<< La pena nella Costituzione: umanità
Articolo 27 Costituzione – Funzione rieducativa come riconoscimento della trasformabilità – Il divieto di pene disumane – La speranza come categoria costituzionale.
I diritti non sono dati una volta per tutte. Sono il prodotto storico di una “lotta per il diritto”, e cado­no quando viene meno la tensione civile che li sostiene.
La lotta per il diritto del giurista tedesco Rudolf von Jhering resta un’opera fondamentale. In essa si afferma che il diritto non è un’astrazione ma una forza vitale, un mezzo per raggiungere scopi (interessi) nella società e che la difesa dei propri diritti richiede una “lotta” continua, anche contro lo stesso Stato, contro l’ingiustizia, non in ambito privato ma per affermare la giustizia nella vita sociale.
Zolo insiste su questo punto: lo Stato di diritto non è un sistema autosufficiente, ma una costruzione fragile, che vive solo se alimentata da conflitto democratico e vigilanza critica.
In questo senso, il garantismo non promette il bene, ma impedisce il peggio. La speranza assume una forma giuridicamente rigorosa: non come indulgenza, ma come memoria dell’abuso e come rifiuto della sua ripetizione.
Nel pensiero di Luigi Ferrajoli, il garantismo penale infatti non nasce come reazione contingente agli abusi del potere, ma come teoria generale del diritto..>>.
A pagina 373, si legge: << Il processo tra Gorgone e Pegaso. Pietrificazione e libertà – Il rischio permanente del potere Il processo penale vive allora costantemente sospe­so tra due immagini opposte. Da un lato, la Gorgone: lo sguardo che pietrifica, che trasforma l’altro in cosa, che immobilizza la persona dentro un’identità defini­tiva. Dall’altro, Pegaso: la possibilità del distacco dalla violenza immediata, l’elevazione della forza a regola, della vendetta a giudizio, della paura a responsabilità.
Queste due figure non appartengono al mito per caso. Esse rappresentano due tentazioni sempre pre­senti nel giudicare penale.
La Gorgone è il potere che guarda senza vedere. È lo sguardo che non ascolta, che non distingue, che non dubita. È il giudizio che pretende di essere to­tale, definitivo, assoluto. Quando il processo assume questo sguardo, la persona scompare. Resta solo la colpa, o ciò che ne prende il posto: l’etichetta, il ne­mico, il caso esemplare.
Il processo-gorgone non ha bisogno di violare le regole; basta applicarle senza pensiero: accelera, semplifica, neutralizza, agisce sul piano della mera amministrazione, rinuncia alla speranza.
La pietrificazione è una forma di violenza parti­colarmente efficace, perché non lascia ferite visibili. Trasforma l’imputato in figura immobile, la vittima in oggetto simbolico, il giudice in funzione….>.
Ed ecco che la speranza ricompare a pagina 377: << La speranza come nome giuridico della libertà.
Perché la speranza non è indulgenza – Il limite come fondamento della giustizia.
La speranza, nel diritto penale, è una parola che mette in difficoltà. Evoca apertura in un volo libero dove si chiede chiusura. Evoca futuro dove si pre­tende certezza. Evoca libertà dove si esercita potere.
E tuttavia, se il processo penale vuole restare fedele alla propria promessa originaria, non può espellere la speranza senza tradire se stesso. La speranza non è un’aggiunta morale esterna al diritto; è il nome giu­ridico della libertà quando questa è messa alla prova dal potere punitivo.
La libertà non è assenza di giudizio. Non è sospen­sione della responsabilità. Non è indulgenza.
La libertà, nel processo penale, è la possibilità che il giudizio non si trasformi in destino. È la possibilità che la persona non venga esaurita dalla colpa, che la deci­sione non si identifichi con una verità assoluta, che la pena non si chiuda come annientamento simbolico.
In questo senso, la speranza non attenua il rigore del diritto. Lo qualifica.
Un diritto senza speranza è un diritto che funzio­na, ma non libera. Decide, ma non riconosce. Puni­sce, ma non distingue.…>>.
Il tema della storia e la cultura che accompagnano la giustizia lo si legge a pagina 381: << La storia che accompagna la giustizia.
Fallibilità, memoria, vigilanza – Difendere l’umano nel giudicare.
La giustizia non cammina da sola. È sempre accompagnata. Talvolta sorretta, talvolta contraddetta, talvolta smentita dalla storia.
Questo libro prende il suo inizio da un’intuizione semplice e inquietante: il processo penale non si esaurisce nel momento in cui viene pronunciata una sentenza. Ogni giudizio continua a vivere oltre l’au­la, oltre il fascicolo, oltre la legalità formale che lo ha prodotto. Vive nella memoria collettiva, nei suoi effetti simbolici, nelle ferite che lascia o nelle libertà che preserva.
La storia accompagna la giustizia perché ne misura la fedeltà alla promessa originaria: trasformare la violenza in giudizio, la forza in regola, l’arbitrio in responsabilità. Ma questa compagnia non è benevola. E severa, talvolta impietosa.
Non chiede se la norma fosse applicabile. Chiede se il potere sia rimasto limitato. Non chiede se la procedura fosse corretta. Chiede se l’umano sia stato riconosciuto…>>.
Dopo un excursus all’interno delle pagine del libro, è il caso di riportare la testimonianza dell’autore, sull’impegno profuso per realizzare questa opera interdisciplinare, all’indomani della sua pubblicazione:
<< È un percorso tra i grandi temi del processo penale – presunzione di innocenza, libertà, pena, errore giudiziario, dignità, carcere, ruolo del giudice e dell’avvocato, rapporto tra giustizia e potere, fino alle nuove tecnologie e all’intelligenza artificiale – con sullo sfondo una domanda che mi è cara: può la giustizia restare giusta se smarrisce il suo legame con l’umanità e con la speranza?
Una domanda più che attuale, se la confrontiamo con le recenti politiche sulla sicurezza e con l’esaltazione delle diversità trasformata in discriminazioni anticostituzionali.
Non pretende verità definitive, ma restituisce alcune riflessioni maturate osservando il processo da una delle sue prospettive possibili: quella di chi, per mestiere, si confronta ogni giorno con le persone, le loro fragilità e il valore delle garanzie.
A chi vorrà leggerlo va già il mio grazie. E sarà un piacere condividere riflessioni e punti di vista, anche diversi dai miei>>.
Le tradizioni professionali di famiglia
Quando il diritto diventa un fattore generazionale? A tal proposito, è il caso di partire proprio dall’avvocato Cecchino Cacciatore che, con le sue opere e pubblicazioni, rappresenta l’evoluzione di una famiglia nel tempo.. Per la mie conoscenze, parliamo di tre generazioni di avvocati, anzi quattro, visti i successi del figlio Diego (puntella del nonno paterno), avvocato specialista in diritto dello sport, premiato con una targa dall’amministrazione comunale di Salerno, per essere il più giovane agente sportivo della FIGC del Centro Sud.
Iniziamo con il nonno  (di cui porta il suo nome). Era un noto politico e sindacalista italiano, deputato della Repubblica Italiana, per quattro legislature dal 1953 al 1972, professionalmente come avvocato si occupava, soprattutto, di cause di lavoro.
Il papà Diego era un professionista e uomo politico, una persona franca e diretta.. Esprimeva il suo pensiero senza filtri o giri di parole, ovviamente non faceva sconti a nessuno. Diego Cacciatore è stato anche componente del Consiglio dell’Ordine degli avvocati e della Camera Penale di Salerno. Inoltre, è stato consigliere comunale nei Comuni di Tramonti e Pagani ed anche Consigliere, Vice Presidente ed Assessore ai Lavori Pubblici della Provincia di Salerno. Insomma, una vita dedicata alla difesa dei diritti civili, con profonda dedizione alla lotta politica e sociale, spesso, mettendo in secondo piano se stesso e la sua vita privata.

Nicola Nigro

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