Home / Articoli / Napoli. Un vero dramma: da una parte la morte di un 15dicenne, al debutto come rapinatore con pistola finta in pugno, dall’altra un carabiniere che ogni giorno deve affrontare la criminalità spicciola ed organizzata, ponendo spesso a repentaglio la propria vita.

Napoli. Un vero dramma: da una parte la morte di un 15dicenne, al debutto come rapinatore con pistola finta in pugno, dall’altra un carabiniere che ogni giorno deve affrontare la criminalità spicciola ed organizzata, ponendo spesso a repentaglio la propria vita.

 

Qui di seguito pubblichiamo un articolo del dott. Michele Di Lieto, magistrato in pensione, nostro collaboratore, che va letto con molta attenzione.  L’articolo trae spunto da un fatto di cronaca, una tentata rapina finita in tragedia, e dall’analisi ad esso dedicata da Massimo Giletti nel servizio mandato in onda su La 7, per soffermarsi sul ruolo degli organi di informazione che giocano su notizie delicate e che meritano un approfondimento.

Spesso, infatti,  taluni conduttori o mass media sono ossessionati della “primizia”: per questo, soprattutto i conduttori, non sempre sono obiettivi per la carenza di notizie sul fatto accaduto. A loro ciò interessa relativamente, quello che conta è attirare l’attenzione dell’ascoltatore limitando  la manualità del telecomando, sicché non capita raramente che il conduttore la spari grossa e poi si affretti a dire: il tutto dopo la pausa pubblicitaria.

Ma, come si fa a raccogliere un “mazzo di penne” buttate al vento?

Dall’articolo di Michele di Lieto emerge con tutta chiarezza che l’informazione è il sale della democrazia, ma che l’improvvisazione e le notizie-non notizie possono creare danni enormi, allo stesso conduttore o giornalista minando la sua credibilità, o influenzando la serenità di chi deve giudicare  (non ci dimentichiamo che anche i giudici sono uomini non sempre  speciali).

Va detto che la nostra società democratica non sempre è all’altezza di fronte a fatti gravi o socialmente da capire;  il che va ascritto soprattutto alla classe dirigente che, spesso, scrive leggi e regole farraginose e contraddittorie, di fronte alle quali i cittadini non sanno che “pesce” pigliare, non solo i cittadini comuni, ma gli stessi operatori del diritto.

Perché?

Le analisi e le opinioni in merito sono tante, ma perché si scrivono cose, spesso, illogiche e  senza senso?  La realtà è che il nostro Paese ha un “complesso legislativo” che fa capo a circa 200 mila leggi e una moltitudine di precedenti giurisprudenziali che creano problemi anche al più esperto e volenteroso operatore di diritto. Ebbene, da qualche tempo, qualcuno  ascrive queste anomalie alla volontà delle lobby, perché anche se non riconosciute giuridicamente, come in America, esistono nel “nostro parlamento” che curano gli interessi dei privati e non della collettività.

Oggi purtroppo nella nostra società quello che emerge con forza è  la “tangente” come elemento fondamentale di un appalto, non a caso si ipotizza che esse sfiorano i 60 miliardi e, l’Italia è uno dei primi paesi al mondo in questo settore criminoso.

Poi vengono colpe più comuni degli amministratori  locali che spesso utilizzano i mass media solo per farsi propaganda, lasciando irrisolti i problemi del proprio comune, piccolo o grande che sia. Certo un Sindaco non si può interessare del singolo palazzo, soprattutto dei privati ( chi non ricorda la morte di un ragazzo per la caduta del cornicione in testa, alla Galleria di Napoli),  ma può disporre  direttive e regole certe ( il Titolo V della Costituzione, purché non sia in contrasto con la legge glielo consente),  sicché se un privato non rispetta alla lettera direttive e regole, rischia grosso.

Ma questa è un’altra cosa perché le direttive e le regole sottrarrebbero tempo alla comunicazione, alle esibizioni in TV, alle interviste a radio o giornali, poveri noi.

Nicola Nigro

Ed ecco l’articolo del nostro collaboratore, dott. Michele Di Lieto,  che, tra l’altro, si fa interprete del giudizio unanime di condanna della condotta di parenti e amici del giovane ucciso che, alla notizia della morte del ragazzo, si sono recati  in ospedale e hanno devastato il pronto soccorso costringendo i sanitari ad andare via e a interrompere il servizio.

La notte tra fine febbraio e inizi di marzo dell’ultimo  fine settimana, al centro di Napoli, in via Generale Orsini, a quattro passi dal lungomare, una Mercedes viene seguita da uno scooter con due minorenni in sella. Sulla Mercedes un giovane carabiniere in borghese, ventitré anni, con la sua fidanzata. Sullo scooter, un giovane diciassettenne alla guida, l’altro, Ugo Russo, ha quindici anni appena. La vettura si ferma. Ugo Russo scende dallo scooter e le si avvicina. E’ bendato e armato di una pistola finta. Intima al guidatore della Mercedes di consegnargli l’orologio al polso, un Rolex di pregio. Il carabiniere in borghese è in possesso della pistola d’ordinanza, l’estrae e spara. Uno, due colpi, il quindicenne viene gravemente ferito. Trasportato al vicino pronto soccorso dell’ospedale Pellegrini, viene operato, ma l’intervento fallisce e il giovane muore.  Alla notizia della morte, parenti ed amici che lo hanno seguito (sono molti, qualcuno dice un centinaio) si riversano nel posto ospedaliero, lo devastano, riempiono di insulti i sanitari, costretti a trasferire altrove gli altri ricoverati, a interrompere il loro servizio. Questi i fatti ricostruiti in base alle poche notizie emerse dalle dichiarazioni rese dal carabiniere, dal giovane diciassettenne alla guida dello scooter, dai sanitari, dai primi inquirenti. Poche, perché così sono, poche; e quelle poche lasciano più dubbi che certezze.

Primo, perché non è chiaro se la vettura del carabiniere fosse ferma o fosse in moto: se fosse ferma, perché si fosse fermata. Secondo, perché non è chiaro quanti colpi siano stati sparati, due o tre: se due, e il secondo colpo fosse stato sparato alla nuca, avrebbero già ragione il padre della vittima e il suo difensore a parlare di omicidio, di esecuzione vera e propria; se tre, il discorso del padre e del difensore non farebbe una piega. Terzo, perché non è chiaro, ed è legato alle sole dichiarazioni dell’uccisore, se il carabiniere, prima di sparare, abbia dichiarato di essere tale: se lo avesse fatto, non parrebbe giustificata la condotta del rapinatore, che sembra non aver desistito dall’intento criminoso. Quarto, perché non è chiaro se e dove il giovane ucciso abbia scoperto che l’altro era in possesso di un Rolex: se lo avesse scoperto prima, per avere avvicinato prima la Mercedes, non si capirebbe perché il carabiniere si sia nuovamente fermato, quasi avesse lui stesso provocato lo scontro mortale.

Quinto, perché non è chiaro neppure se il carabiniere fosse in possesso di un Rolex (“forse” di un Rolex, sostiene la più attenta delle ricostruzioni): e si tratta, come appare evidente, di particolare di non poco conto, altro essendo la rapina (tentata) di un Rolex, altro la rapina (tentata) di un orologio da quattro soldi. E qui mi fermo, non senza sottolineare i dubbi certamente insorti in capo agli inquirenti, che prima hanno ipotizzato un eccesso colposo per legittima difesa, subito dopo un omicidio volontario: mutamento non imposto da esigenze processuali, essendo i diritti della difesa egualmente garantiti dalla prima imputazione, piuttosto che dalla seconda.

Ora, non è mio intento fermarmi a parlare della complessità dell’indagine, che sempre sussiste quando vi sia da indagare sulla morte di un uomo, l’uomo è un ragazzino quindicenne alla sua prima rapina, e a sparare è un giovane carabiniere fuori dal servizio. Mio intento è invece fermarmi a parlare dei doveri degli organi di informazione, spesso ossessionati dall’esigenza di primazia (sono stato il primo) perché è proprio in quei casi, che rivelano profonde falle nella ricostruzione del fatto, che occorre il massimo dell’attenzione, sia per accentuare il grado di responsabilità dei mass media, sia per evitare che il processo dei media possa in qualche modo accompagnarsi e condizionare il processo portato avanti dagli inquirenti.

Nel caso di specie, Massimo Giletti, conduttore del programma televisivo “Non è l’Arena”, su “La 7”, ha pensato di portare notizia dei fatti nel suo show di domenica sera, a poco più di dodici ore dalla tragedia. La notizia, accompagnata da numerosi servizi, è stata limitata alla seconda parte del dramma, quella culminata nella devastazione del pronto soccorso del Cardarelli, sulla quale si sono appuntate le critiche severe degli intervistati. A partire dal conduttore della trasmissione, per finire al medico che ha assistito il quindicenne portato al pronto soccorso, quasi tutti hanno levato la voce contro il padre del giovane ucciso, contro parenti ed amici che hanno invaso lo stesso pronto soccorso dopo la morte dell’amico.

C’è stato chi ha parlato di denuncia, chi di risarcimento, chi di costituzione di parte civile. Una sola voce si è levata a favore dell’ucciso, quella di Toni Capuozzo, che prima ha parlato del giovane cresciuto, purtroppo per lui, senza famiglia, poi ha invitato a moderare i toni contro il padre, rimasto privo, purtroppo per lui, di un giovanissimo figlio. Poi, il ricordo del quindicenne si è fatto più attento, più moderato, più benevolo che nel ritratto severo di giovane delinquente, figlio di delinquente,  rapinatore ucciso.

Ha parlato Eleonora, educatrice che lavora da anni coi ragazzi dei Quartieri spagnoli, tra i quali il giovane Ugo. Ha detto: “Era molto timido, stava sempre sulle sue, aveva pochi rapporti stretti. Era affascinato dalla Madonna dell’Arco  e partecipava a laboratori di attività manuali: lavorava la cartapesta… Era un ragazzo di quartiere, una famiglia con quattro figli, in disagio economico, una situazione complessa alle spalle…La sua morte ha scatenato commenti feroci, ma dovrebbe suscitare tristezza più che odio”. Ma prima che parlasse Eleonora, erano comparse le scritte. Sui muri di via Generale Orsini: “Ugo vive, Ti amo, Ti voglio bene”, assieme a un mazzo di fiori. Insomma, il quadro che emerge dalle prime indagini, prima ancora dell’autopsia e degli esami balistici, ai quali gli inquirenti si affidano per ottenere elementi decisivi di prova, è un quadro tutt’affatto diverso da quello immaginato dai primi commentatori. Intanto, Ugo Rossi, il giovane ucciso dal Carabiniere, non è, né poteva essere, un rapinatore incallito: era al suo primo colpo con la complicità di un amico. Peccato: gli è andata male, vi ha perso la vita. Dico: peccato non perché voglia giustificarlo, la tentata rapina è una tentata rapina, il giovane era bendato, apparentemente munito di pistola, e nessuno vorrà credere che il carabiniere avesse riconosciuto o fosse in grado di riconoscere un’arma finta nella pistola giocattolo in possesso del rapinatore. Ma la morte di un ragazzo quasi bambino mette sempre un’ombra di tristezza, di dolore infinito, anche se il ragazzo quasi bambino è alla sua prima rapina.

Per questo, ritengo sia stato un errore gettarsi sulla notizia non appena si è sparsa, alle prime luci dell’alba. Per questo, ritengo sia stato un errore, quello di allestire un servizio dalla mattina alle sei alla sera alle otto, con tanto di interviste e pareri, anche se il servizio è stato limitato alla seconda parte dei fatti, quella conclusa con l’attacco al pronto soccorso, oggetto di unanime esecrazione. Moltissimi sono stati chiamati a parlare. Tutti hanno avuto parole di condanna per conoscenti ed amici dell’ucciso.

Lo stesso Sindaco di Napoli, che pure ha parlato di “tragedia”  per la morte del quindicenne, ha ritenuto “inaccettabile” l’attacco al pronto soccorso, ai danni di medici e infermieri che prestano cure a malati in emergenza. Ci mancherebbe, aggiungo io, che ad ogni tentativo non riuscito dei medici del pronto soccorso seguisse, e venisse giustificato un attacco al posto ospedaliero da parte di parenti e amici del morto. Ma è proprio la separazione in due fasi, operata da Massimo Giletti, o da altri per lui, è proprio la limitazione del servizio alla seconda fase, quella del servizio in rete, che a me pare criticabile sotto diversi profili. Intanto, non sembra fondata la giustificazione che di quella limitazione è stata fornita, il rispetto verso il giudice e l’indagine in corso sulla prima parte, l’uccisione del giovane, quasi che della seconda, l’invasione del pronto soccorso, che ancora presenta lati oscuri e non ben definiti,  non si stiano occupando altri inquirenti.

Inoltre, non è facile separare le due fasi, perché la seconda conserva, per quanti sforzi si faccia, il suo presupposto di fatto  nella prima, e perché il giudizio sulla seconda, l’invasione ad opera di parenti ed amici dell’ucciso, può sempre influenzare, sia pure indirettamente, quello sulla prima. Non vorrei, insomma, che il giudizio unanime di esecrazione per la seconda delle fasi possa estendersi, agli occhi della gente comune, anche alla prima. Fatto sta che nella devastazione del pronto soccorso è stato coinvolto almeno all’inizio anche il padre della vittima, poi risultato estraneo ai fatti, e che da quel momento in poi non si sono fermati gli appellativi che hanno accomunato al padre (già condannato per rapina), il ragazzo ucciso,  “delinquente figlio di delinquente”,  come lui rapinatore, reo (il padre) di avere contribuito alla tragedia, quanto meno per aver mancato ai doveri di padre verso il figlio. Questi commenti, ancor oggi ricorrenti sulla stampa, denotano un interesse in favore dell’uccisore di gran lunga prevalente sull’interesse dell’ucciso, e non appaiono giustificati che da una posizione pregiudizialmente ostile nei confronti del padre di dell’ucciso, reo di aver trascurato le sue responsabilità di padre fallito.

Così, fin dalle prime indagini, nessuno ha perdonato al padre di aver posto in luce quelle che, nelle sue dichiarazioni, appaiono le colpe del carabiniere che ha ucciso. Ma che cosa ha dichiarato il padre della vittima, tanto da giustificare questo clima di avversione? Niente. Ha reclamato giustizia: “Lavorava, era un bravo ragazzo, e me lo hanno ammazzato…qualunque cosa stesse facendo, non vale una vita umana”. E, più tardi, quando gli sono stati forniti maggiori dettagli sulla  morte del figlio, ha aggiunto: “Gli ha sparato alla nuca, è un criminale, lo ha giustiziato”: tutte parole che vanno prese con le molle, senza dimenticare che provengono dal padre della vittima, che tende ad aggravare la posizione di chi gli ha ammazzato il figlio, né più né meno di quanto l’uccisore tenda a giustificarla: si badi che il legale del carabiniere ha prima dichiarato che il suo assistito ha tenuto “un comportamento professionalmente impeccabile”, poi, di fronte al cambio di imputazione,  da eccesso colposo in omicidio volontario, ha sostenuto che “allo stato è prematuro azzardare qualsiasi ipotesi o dichiarazione sul reato di cui dovrà rispondere visto che c’è una indagine in corso  e c’è ancora tutto da accertare”. Ecco: indagine in corso, tutto da accertare, la parola agli inquirenti. Lasciamo al magistrato, ai magistrati che si occupano del caso, di fare il loro mestiere. Lasciamo al giudice, ai giudici che si occuperanno  del caso, di ricostruire il fatto, di trarne le conseguenze di legge. Non vorrei infierire contro il giovane carabiniere che ha sparato. Ma allo stato la sua versione dei fatti  (“Sono un carabiniere, mi ha puntato contro l’arma, non ero in grado di riconoscere l’arma finta”) non appare più credibile di quanto lo sia la versione del padre dell’ucciso (“Gli ha sparato alla nuca, me lo ha ammazzato”).

E questa vorrei fosse l’idea, priva di pregiudizi, che dovrebbe ispirare qualsiasi reportage, qualsiasi servizio informativo. Anche quello messo in onda a breve, brevissima distanza dal fatto. Perché solo un atteggiamento di equidistanza può essere di aiuto a chi dovrà giudicare, può garantire sia fatta giustizia, senza tener conto di quella serie impressionante di voci che, purtroppo, si sono levate sulla stampa contro il rapinatore, e che considerano irrilevante la diversità degli interessi in gioco (da un lato il Rolex, o finto Rolex, dall’altro, la vita di un quindicenne alla prima rapina), fin quasi ad esaltare la condotta del carabiniere che ha reagito (Lo ha ammazzato? ben gli sta: é lui che lo ha voluto).

A queste esigenze di imparzialità è parso a me sottrarsi, non volontariamente si intende, il servizio mandato in onda da Massimo Giletti, limitato, è bene ripeterlo, alla seconda fase dei fatti, da tutti criticati in maniera negativa. Vero è che il servizio è stato girato in  fretta. E la fretta è cattiva consigliera. Ma questo non toglie che anche un servizio girato in fretta debba garantire l’imparzialità del giudizio, anche per chi dovesse giudicare, anche per chi dovrà giudicare in futuro.

Michele Di Lieto

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