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Biodiversità: è il nuovo lavoro del giudice Michele Di Lieto affronta nel merito le varie problematiche, ma soprattutto il significato e rimedi della biodiversità, in una società del 2020

Nicola Nigro

Con piacere pubblichiamo l’articolo di Michele di Lieto, magistrato in pensione, che affronta una problematica molto attuale ed importante per la sopravvivenza non solo dell’uomo, ma dell’intero sistema di vita sulla terra, parlando anche di flora e fauna che, spesso, quest’ultima, se non ben programmata, crea non pochi problemi ai cittadini come i cinghiali che si li vedono arrivare davanti casa oppure agli agricoltori del Parco Nazionale del Cilento, Vallo Diano ed Alburni che si vedono distrutti i loro raccolti. Comunque cercherò di dire qualcosa in merito più avanti o un’altra volta, adesso ritorniamo all’articolo.

Michele Di Lieto, in esso, analizza e stigmatizza, senza steccati tutti componenti che hanno un ruolo determinante nella biodiversità, ovviamente questo comporta un articolo un po’ lungo, ma se si ha la bontà di andare fino in fondo c’è un arricchimento del proprio bagaglio culturale e la conoscenza scientifica di tanti termini.

Sarebbe una buona e grande cosa se il gruppo dirigente scolastico ed in particolare i dirigenti e gli insegnati delle scuole, dopo averlo letto intraprendessero delle iniziative con l’autore per rafforzare la curiosità degli studenti, ma questa è un’altra cosa.

Oltretutto Di Lieto affronta anche la biodiversità dell’Italia sul piano regionali citando ad esempio quattro regioni una del nord, una del centro, una del sud ed una regione insulare.

Nell’articolo vengono affrontato tra l’altro anche le problematiche che riguardano la flora e la fauna mettendo a fuoco le meraviglie del territorio, ma anche cosa l’uomo è capace di distruggere facendo scelte sbagliate, come appiccare il fuoco o ripopolare con animali non in sintonia con il territorio entrando, quindi in conflitto con l’ambiente e, quindi con l’agricoltura.

Insomma nell’articolo ci sono molti spunti di riflessione per ragionare, soprattutto con i ragazzi sull’ambiente e sulle cose giuste che l’uomo è tenuto a fare per l’ecosistema.

Nell’articolo di Michele di Lieto si parla molto di fauna ed anche di cinghiali, per questo approfitto per portare come esempio il problemi dei cinghiali, molto sentito dagli agricoltori, ma anche dalla popolazione del Parco Nazionale del Cilento, Vallo Diano Alburni, visto che spesso se li trovano nel centro abitato in cerca di cibo e non sempre docili. Tutto questo scaturisce da una presenta eccessiva dovuta ad una cattiva programmazione nella ripopolamento iniziale.

L’errore principale è stato la scelta di una razza non adatta al territorio. Non a caso un tempo in queste zone c’era una razza la cui riproduzione avveniva con uno al massimo a due esemplari, oggi parliamo di 7/8 ed anche di più per cui ancora una volta l’uomo ha sbagliato nella sue scelte.

In merito all’eccessiva presenza di cinghiali nel 2019 si è scatenato un conflitto davanti al TAR tra la Regione Campania che aveva previsto ridimensionamento, con un “Piano cinghiali” e il Wwf Italia che in nome della tutela della biodiversità ed il mancato VAS (Valutazione ambientale strategica)  da parte dell’Ente, vengono sacrificati i legittimi interessi degli agricoltori. A tal proposito mi chiedo: perché non si stabiliscono regole di come deve avvenire il controllo della popolazione di cinghiali? Per esempio non si potrebbe ripristinare la razza originale? E, poi gli amministratori locali in particolare i sindaci attraverso il Parco Nazionale, perché non farsi  promotore di una proposta di legge di iniziativa popolare ( ovviamente per carenza di disponibilità dei parlamentari del territorio) proprio per evitare conflitti come quelli citati sopra?

Insomma, un articolo che contiene tanti spunti, soprattutto per discutere con i ragazzi di argomenti che, oggi, creano tanti conflitti sociali, spesso, per carenza di informazione ed una forma mentis troppo egoistica ed individualistica (Nicola Nigro).

Premessa

Michele Di Lieto

Biodiversità. Il termine “biodiversità” è entrato assai di recente nel linguaggio scientifico. Solo nel 1992, a Rio de Janeiro, la Convenzione, approvata da 192 paesi, ratificata in Italia due anni dopo, dava una definizione della biodiversità che è rimasta sostanzialmente intatta e viene ancor oggi accettata nell’ambito dei paesi che l’hanno sottoscritta. La Convenzione aveva come obiettivo, tra l’altro, quello di conservare la diversità biologica esistente, e considerava rilevanti tre livelli di diversità: quella genetica, costituita dalla somma complessiva degli esseri viventi; quella di specie, fondata sulle specie viventi sul pianeta; quella degli ecosistemi, basata sugli ambienti naturali, comprensivi delle specie, esistenti sulla terra. E’ stato questo, l’aspetto giuridico di carattere internazionale, anzi universale, che mi ha spinto ad approfondire il problema. La natura degli obiettivi, il numero dei partecipanti, l’entità (purtroppo esigua) dei risultati finora ottenuti, sono stati la molla che ha fatto scattare questa ricerca. Ne sarebbe dovuto uscire un testo più complesso: ma l’ assenza di cognizioni scientifiche, la delicatezza dei temi, i disagi dell’età me lo hanno impedito. Tanto più che nelle more il pianeta è stato invaso dal coronavirus con tutta una serie di nuovi interrogativi. Per questo, ho preferito sintetizzare. E condensare in un testo di gran lunga più breve i risultati delle mie fatiche. Chiedo al lettore un giudizio benevolo. Come benevolo è sempre stato. Spero che sia così anche stavolta.

Vita vegetale e vita animale a confronto

Quando ho sentito per la prima volta la parola: biodiversità, sono rimasto di stucco. Né più né meno di quando ho scoperto che teterrimo poteva essere il superlativo di tetro. Certo, mi sono aiutato con l’etimo: bio, dal greco bios, vita. Ma quale vita? La vita vegetale, la vita animale, la vita dell’uomo, la vita del minuscolo organismo non visibile ad occhio nudo, ma solo alla lente del microscopio. Ma quello che impressiona  chi affronta la prima volta questi temi è il numero sorprendente, sbalorditivo, degli esseri viventi sul nostro pianeta. Si parla di nove milioni (qualcuno dice molti di più). Sembra invece pacifico il numero degli esseri viventi classificati: solo due milioni (qualcuno dice anche di meno). E’ chiaro che, trattandosi di numeri da capogiro, diversi l’una dall’altra ricerca, occorre contentarsi delle cifre solo per farsi una idea, e sapere così che tutta la vita sulla terra è costituita per l’82% da piante, per il 13% da batteri, per il 5% da animali, per molto meno dell’1% dall’uomo. Il che dimostra come sia sproporzionato  il potere dell’uomo rispetto agli altri esseri viventi, se si pensa che solo negli ultimi cinquant’anni, e per interessi suoi personali, l’uomo ha distrutto metà delle piante, molto più della metà delle specie animali, molto meno dei batteri. Col che sarei già arrivato al nodo del problema: la condotta dell’uomo e i suoi effetti deleteri (si parla di progressiva estinzione delle specie) sulla vita che ci sta attorno, se non ritenessi opportuno fare un cenno sulla biodiversità, sui geni, sulle specie, sugli ecosistemi: che è poi l’ordine gerarchico che caratterizza la prima. Secondo la Convenzione dell’ONU di Rio de Janeiro (1992), la biodiversità può essere definita come la ricchezza di vita sulla terra: piante, animali e microrganismi, geni che contengono, ecosistemi in cui vivono. Tre sono dunque i tipi di biodiversità riconosciuti dalla Convenzione: la prima a livello genetico, la seconda a livello di specie, la terza a livello di ecosistemi.

Ma che s’intende per ecosistema?

Ecosistema è l’insieme degli organismi viventi e della materia non vivente che interagiscono in un determinato ambiente costituendo un sistema autosufficiente e in equilibrio dinamico. Esistono diversi tipi di ecosistema. La distinzione più comune è quella che assegna alla natura (savana, lago, steppa) il compito di raggiungere l’equilibrio ecologico, senza o con l’intervento dell’uomo (in questo caso, li definiremo urbani). Altra distinzione pure frequente è quella che riflette le dimensioni, potendo avere un ecosistema dimensioni circoscritte, spazi di dimensioni maggiori, fino a comprendere una regione, la penisola, l’intero pianeta. Appare chiaro come nell’ambito degli ecosistemi naturali grande importanza è data all’habitat, inteso come il luogo, per l’appunto naturale, che per caratteristiche climatiche e ambientali permette a una specie di vivere, svilupparsi, riprodursi, garantire qualità della vita. Ultimo tipo, non meno importante, di distinzione è quello che differenzia gli ecosistemi terrestri da quelli marini. E’ bene dire subito che la nozione di biodiversità interessa non solo la terra, ma anche i mari. Il che assume notevole importanza, se si pensi che oltre il 90% dello spazio del pianeta è fatto di oceani, che solo l’1% delle aree oceaniche è fatto di aree protette rispetto al 12% delle aree terrestri, che l’acidificazione oceanica minaccia il plankton, fondamentale per la vita dei pesci, che entro la fine del secolo più della metà delle specie marine potrebbe essere estinta o sull’orlo dell’estinzione. Biodiversità marina in condizioni allarmanti, ancora più allarmanti di quella terrestre. Biodiversità che esige un deciso cambio di rotta. Per analizzare queste condizioni, occorre sottolineare che i mari, i nostri mari sono indispensabili per la vita dell’uomo; che le acque dei mari regolano il clima del nostro Pianeta, producono ossigeno e sono fonte di sussistenza per milioni di esseri umani. E’ stato purtroppo scientificamente accertato che la biodiversità degli oceani a tutti i livelli è in forte diminuzione per via dell’impatto diretto o indiretto delle pressioni esercitate dall’uomo. Così come è stato accertato che gli ecosistemi marini stanno cambiando rapidamente, che abbiamo meno specie marine di quelle che avevamo, che i fondali sono sempre meno popolati. Ed è stato accertato il numero di specie in via di estinzione (da cinque a quindici), e solo nei mari italiani. Ne cito cinque: la foca monaca, la pinna nobilis, la patella, la posidonia, i coralli bianchi profondi. Purtroppo, sono in molti a credere che il mare sia una risorsa inesauribile con potere illimitato di rigenerazione. Non è così. Se non ci convinciamo del contrario (e le rilevazioni scientifiche stanno lì a dimostrarlo) dovremo pure convincerci degli effetti disastrosi che può avere l’estinzione di una specie, di più specie, sull’equilibrio  degli ecosistemi, in definitiva sull’esistenza di tutti noi. Quale che sia la natura, quali che siano le dimensioni, quale che sia la funzione, sia esso marino o terrestre, l’ecosistema comprende ed abbraccia gli altri livelli di biodiversità, geni e specie. Tutti e tre dovrebbero garantire la ricchezza di vita sulla terra, tutti e tre dovrebbero garantire la continuità della vita e la riproduzione delle specie. Dico: dovrebbero, perché sempre più spesso, negli ultimi tempi, si sente parlare di estinzione di specie nell’ambito di ecosistemi, estinzione che non ci allarma più di tanto, mentre la biodiversità dovrebbe garantire l’equilibrio fra sistemi, impedire l’estinzione delle specie e, in definitiva, proteggere la stessa esistenza del genere umano. Faccio qui un esempio tratto dalle migliori pubblicazioni in materia di biodiversità per parlare dei rischi che corre qualsiasi regione anche la più ricca di specie, e quindi di diversità da tutelare. Mi riferisco alla foresta pluviale amazzonica, che abbraccia nove Stati sudamericani, si sviluppa la maggior parte in Brasile e costituisce un gioiello unico al mondo, per la varietà di specie che ospita, per l’estensione che vanta, per l’influenza decisiva sul clima del pianeta.  Bene: si è calcolato che della superficie originaria della foresta l’80% è ben conservato, ma che il residuo 20%, se non è stato distrutto, poco ci manca. Ne faccio un altro: le monoculture intensive, anch’esse additate tra i fattori di rischio per la salvaguardia delle diversità di natura. Implicano la sostituzione di una sola specie in maniera intensiva a più specie esistenti fra milioni di esseri condannati a morte sicura. E’ quello che le multinazionali chiamano ancora “civiltà” o “progresso”, ma si tratta di sistemi che rendono sterili i terreni, impoveriscono le risorse genetiche, mettono in pericolo la stessa sicurezza alimentare. Si pensi ai pesticidi che vengono usati con frequenza sempre maggiore, alle migliaia di vittime fatte tra chi li sparge, tra chi si trova a contatto con le piante trattate, persino tra chi mangia i frutti ottenuti (penso qui agli OGM, organismi geneticamente modificati, all’olio di palma, sempre più riconosciuto nocivo, ai tanti tipi di cancro dalla causa destinata ancora a rimanere ignota). Si tratta di problemi, di grossi problemi, che negli ultimi anni, o non sono stati affrontati, o non sono stati affrontati con l’impegno dovuto. Ma quali sono le attività che possono mettere a rischio le specie, i sistemi, la diversità fra gli stessi? Fattori di rischio: sono molteplici. Parto dalla deforestazione, e degli effetti che da quella derivano. Deforestazione. Abbiamo sopra parlato della foresta amazzonica. Ma foreste sono diffuse anche altrove, e si procede a deforestazione per i più svariati motivi, anche per farne legna, come svariate sono le conseguenze: dai rischi idrogeologici all’effetto serra.

Parliamone separatamente:

  1. a) rischi idrogeologici. Le piante, tutte le piante, assolvono a un compito delicato di contenimento del terreno. La demolizione, la demolizione invasiva di intere aree verdi può provocare frane, smottamenti, alluvioni. Questo non solo nelle foreste, ma  anche nei boschi, che possono essere messi in pericolo anche se sono attaccati in aree più modeste. Quando penso che negli ultimi mesi incendi sono scoppiati anche in Sicilia, anche sulla costa amalfitana, e nella gran parte si tratta di incendi dolosi, mi chiedo quali potranno essere gli effetti nocivi di questi eventi, se non si interverrà tempestivamente con opere di rimboschimento e, più in generale, di difesa del suolo.
  2. b) variazioni del clima. L’abbattimento di piante su vasta scala modifica la mappa dei venti nella zona interessata. Di qui variazioni climatiche che possono mettere in pericolo non solo le coltivazioni, ma la sicurezza stessa della popolazione. Anche qui occorre aggiungere che fenomeni che prima sembravano limitati a foreste o a grandi aree di verde oggi si diffondono anche altrove. Quando penso alle estati assai poco piovose come quella di quest’anno, ai venti tropicali che preannunciano l’autunno là dove piove, alle prime piogge invernali che si accompagnano a grandinate dalla violenza inaudita, non posso non pensare agli effetti deleteri che si accompagnano all’opera dissennata dell’uomo, anche da noi, o in regioni a noi più vicine. c) estinzione di specie. Le foreste sono un habitat naturale per molte specie di vita, dai mammiferi ai virus. Si può capire pertanto come la distruzione di una foresta possa provocare l’estinzione di numerosissime specie ed alterare profondamente la biodiversità della zona. E pensare che grazie alla biodiversità la natura si è adattata all’ambiente, ma ci son voluti secoli; che la stessa specie umana, quella che oggi conosciamo, è il risultato di una selezione durata millenni, di un lunghissimo adattamento. E si può anche capire come questo problema debba essere maggiormente avvertito nelle zone tropicali, dove l’ambiente non è ancora contaminato, o non è contaminato in maniera irreversibile, dalla presenza dell’uomo.
  3. d) effetto serra. Diremo subito che esistono due tipi di effetto serra, l’uno naturale, ed è quello che riscalda la Terra e consente la vita sul pianeta, l’altro, dovuto alla mano dell’uomo, ed è quello che produce un aumento progressivo della temperatura media e mette in pericolo la vita stessa sul nostro pianeta. Per agevolare la comprensione del fenomeno, aggiungeremo che il primo consegue alla presenza naturale di gas serra (ad esempio l’anidride carbonica ma vi si possono comprendere il metano, il vapore acqueo, qualche altro gas naturale) nell’atmosfera, ed è quello che ci assicurano alberi e piante nel loro  lavoro naturale di espulsione di gas serra dal terreno in cui sorgono, mentre il secondo consegue a un riscaldamento abnorme della temperatura sul pianeta, che si verifica in occasione di deforestazione indiscriminata, di abbattimento improvviso di migliaia di piante od anche di esercizio di attività industriali che si sono intensificate a partire dal XIX° secolo in poi. Diremo infine che gli alberi, le piante, col rilascio normale di gas, favoriscono una temperatura idonea alla vita dell’uomo, mentre le deforestazioni selvagge, accompagnate non sia mai dal fuoco nel sottobosco, che è una vera e propria attività criminale, rendono l’atmosfera irrespirabile inidonea alla vita dell’uomo.  Né si fermano qui gli effetti potenzialmente lesivi delle attività umane sulla biodiversità di una regione.

Mi sono riservato qui di parlare:

1) di urbanizzazione; 2) di inquinamento; 3) di monoculture intensive; 4) di caccia e di  pesca; 5) di introduzione di specie invasive; 6) di estrazione di medicinali, e dei pericoli che corre il pianeta per l’estinzione di queste specie. Darò la precedenza ai problemi di urbanizzazione e di inquinamento perché ancora strettamente legati alla deforestazione, e alla desertificazione che alla prima spesso consegue.

1) Urbanizzazione. Si intende per urbanizzazione la serie di iniziative e provvedimenti atti a creare centri abitati, ma anche il processo di sviluppo che porta un centro abitato, già esistente come tale, ad assumere le caratteristiche di una città di grosse dimensioni. Abbiamo premesso che la deforestazione, spesso ma non sempre, porta con sé fenomeni massicci di desertificazione, che abbracciano zone desertiche e ne fanno di nuove. La scienza intende per tale la progressiva trasformazione di una regione arida in una desertica, per cause naturali o per l’intervento dell’uomo, attraverso la deforestazione. Si comprende così come una zona disboscata tenda ad inaridirsi sempre più provocando fenomeni sempre più intensi di emigrazione. Per la popolazione mondiale in crescita, e per questi fenomeni di emigrazione sempre più frequenti, il futuro del pianeta è legato allo sviluppo urbano. Si è calcolato che nel 2030, tra meno di dieci anni, saranno 41 le megalopoli con più di dieci milioni di abitanti a fronte delle 18 attuali; che nel giro dei successivi vent’anni, cioè nel 2050, le popolazioni di queste città avranno bisogno del 50% di cibo in più e del 17% di acqua in più rispetto ad oggi. Creando grossi problemi alle future generazioni. Quello che è certo è che la megalopoli del 2050 sarà diversa da quella che noi conosciamo, e che saranno le future generazioni ad affrontare i relativi problemi coi relativi stili di vita. C’è solo da augurarsi che le città del futuro non facciano rimpiangere le nostre città, le città del duemila.

2) Inquinamento.  E’ legato a doppio filo con la deforestazione e con gli effetti malefici che questa produce. Se è vero, come è vero, che le foreste, le piante, trattengono gran parte dell’anidride carbonica che esse producono; se è vero, come è vero che le foreste, le piante trattengono una quantità sempre minore di anidride carbonica; si capisce bene come la deforestazione, l’abbattimento di piante incida sul clima, destinato a diventare sempre più caldo, insopportabile per moltissime specie, anche per l’uomo. Ma non esiste in natura solo l’inquinamento atmosferico, esiste anche un inquinamento marino, e l’inquinamento non è prodotto dalla sola deforestazione, altri, e più gravi, essendo gli effetti climatici soggetti ad altre cause di inquinamento come ad esempio gli scarichi urbani, gli scarichi industriali, lo smog. E’ di questo che voglio parlare per sottolineare gli effetti deleteri dello smog sulla nostra salute. Ricerche più antiche avevano già scoperto il nesso tra smog e malattie cardiovascolari; ricerche più recenti hanno scoperto il nesso tra smog e malattie diverse da quelle cardiovascolari, come, ad esempio, l’insufficienza renale; ma, quel che è peggio, segnalano il nesso a concentrazioni anche inferiori a quelle fissate dall’OMS (Organizzazione mondiale per la Sanità). Il che vuol dire che: o le soglie debbono essere abbassate, e questo è più facile, salvo ad adeguare i consumi alle nuove soglie di rischio; o le nostre abitudini alimentari debbono essere cambiate, e questo è più difficile, tenuto conto delle pressioni esercitate dalle multinazionali anche sulla filiera alimentare. In definitiva, un grosso sforzo viene richiesto al consumatore, perché si possa far fronte ai rischi derivanti dalle polveri sottili, e l’inquinamento prodotto dallo smog possa non fare più paura.

3) Monoculture intensive.  Di queste abbiamo già detto, parlando degli interessi delle multinazionali, del falso “progresso” collegato alle monoculture, dei pericoli che corrono le grosse foreste. Aggiungiamo qui che gli effetti nocivi non sono generalmente riconosciuti. Orientati in senso positivo, per la nocività ad esempio dell’olio di palma, sono orientati i politici, come quelli indiani, che hanno introdotto restrizioni severe sui prodotti importati dalla Malesia (uno dei primi produttori). Divisa appare la scienza ma, coi tempi che corrono, non saprei dire se e quanto ci si possa fidare anche della scienza.

4) Caccia e pesca. Sono probabilmente le più antiche tra le attività dell’uomo. Che se ne è servito per anni per soddisfare elementari esigenze di vita. Per la ricerca della preda l’uomo cacciatore ha addomesticato cani e lupi, ha domato i cavalli, ha inventato le armi, ha fatto le prime scoperte. Con l’esercizio della pesca l’uomo pescatore è entrato in contatto con la natura per trarne cibo e domare la fame. Certamente, ancor oggi, caccia e pesca non sono nemici naturali della specie. E’ il loro esercizio indiscriminato che può essere nocivo. Ma i pericoli vengono da più parti. Per quanto riguarda la caccia, molte già sono le specie estinte; molte altre sono in via di estinzione. Per quanto riguarda la pesca, non posso qui tacere di alcune metodiche, la pesca a strascico per tutte, che mettono in pericolo numerose specie di fauna ittica e sono purtroppo diffuse anche da noi. Paradossale è la situazione del nostro Paese: che da un lato è assai ricco, il più ricco in Europa, di biodiversità, dall’altro corre rischi di estinzione di specie, più decisi nella fauna marina che in quella terrestre. Quest’anno 2020 avrebbe dovuto essere un anno cruciale per la conservazione della natura: così non è stato anche per colpa del coronavirus. Ma, coronavirus a parte, gran parte degli obiettivi fissati nel piano a tutela della biodiversità per il decennio 2010/2020 è rimasta sulla carta: il che dimostra l’inefficienza degli Stati, non solo del nostro.                                                                       5) Introduzione di specie invasive. Ha molto a che fare con le monoculture intensive: entrambe, intensive e invasive, hanno come obiettivo finale la sostituzione di una specie all’altra: solo che l’intervento dell’uomo nelle monoculture intensive è più marcato, nelle invasive meno. Per comprendere a fondo il meccanismo di azione delle culture invasive, occorre premettere che flora e fauna del nostro pianeta sono il frutto di una evoluzione durata miliardi di anni; che in tutti questi anni oceani, mari, monti, fiumi, persino deserti, hanno creato barriere naturali in ogni parte del pianeta; che in questi ultimi anni l’intervento dell’uomo ha fatto cadere quelle barriere, sì che specie considerate tipiche di una zona sono arrivate a migliaia di chilometri di distanza; che questo travaso ha prodotto una lotta tra specie dominanti e quelle aliene: lotta che talvolta si è conclusa con la vittoria delle specie dominanti, talaltra con la vittoria di quelle aliene. Col che penso di avere pure chiarito il carattere meno marcato dell’intervento dell’uomo nelle culture invasive. In queste ultime la lotta fra specie non ha l’esito scontato che ha nelle prime. In buona sostanza, l’intervento dell’uomo (con le culture intensive) produce un effetto sicuro (sostituzione di una specie all’altra) che nelle culture invasive può anche dipendere da cause del tutto assenti nelle prime. Ed ho finito.

Estratti medicinali. Ne parlo qui non perché sia l’unico, o il più rilevante, dei servizi ecosistemici (si intendono per tali i benefici multipli forniti dagli ecosistemi al genere umano, prodotti e servizi ottenibili dagli ecosistemi, come cibo, legno, acqua) ma perché può considerarsi esso stesso legato al fenomeno della deforestazione, ed ai pericoli che corre il pianeta per l’estinzione delle piante “medicinali” od “officinali”. Le proprietà terapeutiche di alcuni vegetali erano già conosciute in antico, dagli Egizi, dai Greci e dai Romani. Grande impulso alla scienza venne poi dato dagli Arabi, principalmente per l’industria farmaceutica di tinture e distillati. Oggi si considera pianta “medicinale” ogni vegetale che contenga sostanze utilizzabili a fini preventivi o curativi, o sia precursore di emisintesi chemiofarmaceutica. So che il discorso comincia a diventare complesso: non vorrei che diventasse anche noioso. Ma questa è la definizione che delle piante “medicinali” dà l’OGM,  Organizzazione mondiale per la sanità: che ha pure calcolato il numero di piante, circa 60.mila, che possono farsi rientrare in questa nozione, oltre 300 in Italia, e sempre più a rischio. Si tratta, come ognun vede, di cifre allarmanti, soprattutto se le si colleghi a fenomeni imponenti come la deforestazione, l’abbattimento di piante e l’estinzione di specie, ivi comprese le piante “medicinali”.

Mi sono riservato da ultimo il nesso che corre tra guerre ed ambiente naturale, anche se nessuno ne parla a livello politico o militare. A parte le guerre per il petrolio, Iraq e Libia, ampiamente reclamizzate dai paesi che vi hanno partecipato, intendo qui fermarmi su conflitti altrettanto cruenti, dagli effetti devastanti, come la guerra per i diamanti in Africa e quella per l’acqua in Medio Oriente e nel sud del Pianeta. Quello che accomuna (ma solo in apparenza) questi conflitti è la finalità, che è quella di assicurare a chi vi partecipa ricchezze naturali (acqua, petrolio, diamanti), sì che non è esagerato parlare di guerre per le risorse naturali. Connessioni più diverse e sofisticate nascono dalla geoingegneria, nata per designare sistemi di manipolazione dell’ambiente a scopo militare. Già durante la guerra del Vietnam vennero applicati studi di geoingegneria per scopi bellici, che giunsero a diffondere nei cieli del Vietnam del nord sostanze chimiche per la creazione di nubi artificiali e precipitazioni sul suolo nemico. Si tratta di quello che viene comunemente indicato come cloud seeding, inseminazione di piogge, e viene applicato in molti paesi, prima fra tutte la Cina. Fino a che il sistema verrà utilizzato per scopi non militari (siccità, inquinamento), gli effetti benefici sul clima cinese non potranno essere contestati. Se invece le tecniche di cloud seeding dovessero essere utilizzate per scopi militari, la geoingegneria cesserebbe di far proseliti, e i rimedi proposti apparrebbero peggiori del male. L’ultimo, non meno importante, esempio di interrelazione tra guerra ed ambiente naturale è dato dall’impatto negativo di attività militari sull’ambiente circostante. Esempio nell’esempio, purtroppo comunemente citato, è dato dall’isola di Vieques nel mare dei Caraibi. Fino al 2003 base militare degli USA che vi hanno per 60 anni eseguito ogni tipo di esperimento, fino a distruggere centinaia di specie, fino a contaminare l’intero sistema. In Italia una delle zone più interessate da servitù militari è la Sardegna, che ospita il poligono terrestre, marittimo ed aereo più grande d’Europa, il Salto di Quirra. Nato nel 1956 da un accordo con gli Stati Uniti, aperto a sperimentazioni di qualsiasi tipo, ha visto estinguersi gran parte delle specie animali e vegetali della regione. Soprattutto, ha assistito impotente al dilagare di malattie (tumori, leucemie) tra pastori e abitanti della zona che nulla hanno ottenuto dalle indagini, amministrative e giudiziarie, avviate per accertare eventuali responsabilità rimaste coperte da sentenze opinabili o da fatti (prescrizione) estintivi della stessa azione penale.

Conclusioni (parziali). La biodiversità, intesa come ricchezza di specie viventi, garantisce un equilibrio fondamentale per la vita sulla terra. Fatto di cibo, acqua, ripari, habitat diversi per le specie diverse, fondamentali per la nostra esistenza. Solo che la distruzione di biodiversità procede negli ultimi tempi, e per mano dell’uomo, a una velocità impensabile solo un secolo fa.

Abbiamo distrutto foreste, inquinato le acque, modificato il clima mettendo a rischio la stessa sopravvivenza del genere umano.

E’ stato calcolato che il 75% dell’ambiente terrestre e più del 60% dell’ambiente marino sono stati modificati in maniera significativa. Ben vero che il nostro pianeta come tutti gli ecosistemi ha capacità di adattamento e di rigenerazione mai viste. Solo che queste capacità hanno bisogno di secoli per svilupparsi mentre la biodiversità è sempre più a rischio. Quella che stiamo vivendo è considerata la sesta estinzione di massa per il ritmo vertiginoso di estinzioni, che causa un declino di biodiversità sempre più intenso. Certo che un problema così delicato può anche essere fermato. Occorrerebbe modificare la gestione delle imprese agricole, gestire diversamente le risorse del mare, favorire il trasporto a basso consumo di low carbon, ridurre le quantità di anidride carbonica liberate nell’atmosfera, ridurre le stesse emissioni di gas serra, rivoluzionare la pianificazione urbanistica, guardare con meno favore alla concentrazione in piccole aree di edifici immensi e sproporzionati. Si vede, tutti si vede, che si tratta di problemi gravissimi, tali da far tremare i polsi a qualsiasi statista degno di questo nome. Si tratta comunque di problemi che richiedono tempo e che noi rimettiamo alle future generazioni. Augurando, a noi e a loro, che  si sia ancora in tempo per salvare la biodiversità, che è un aspetto, ma solo un aspetto della nostra sopravvivenza.

A questo punto mi si potrebbe chiedere perché abbia dedicato così tanto spazio alla biodiversità, parlandone per giunta in termini generali ristretti alla flora, non alla fauna dei nostri paesi (e pensare che l’Italia detiene il primato invidiabile della maggiore biodiversità, prima si diceva nel mondo, oggi si dice nei paesi europei).

Rispondo separatamente alle accuse. Partendo da quest’ultima per dire che la perdita di biodiversità nel campo vegetale presenta, almeno per me che mi sento  più contadino che cacciatore, aspetti di maggiore interesse che quella nel campo animale. In ogni caso, l’accusa è solo parzialmente fondata: sia pure in termini generali, ho parlato della caccia, ho parlato della pesca, degli effetti nocivi di caccia e pesca contra legem o espressamente vietate. Quanto alla prima accusa, rispondo che proprio quello è il mio intento, parlare della biodiversità nel nostro paese: cosa che non avrei potuto fare senza parlare della biodiversità in generale, e degli effetti nocivi degli eventi che incidono negativamente sull’ambiente in ogni parte del mondo.

Andiamo quindi a vedere che fanno in termini di biodiversità le singole regioni italiane.

Citando ad esempio una regione del nord, una del centro, una del sud, oltre a una regione insulare.

1) Biodiversità nel nostro Paese. Piemonte. E’ una regione a statuto ordinario, la seconda per superficie, la settima per numero di abitanti. Sito nella parte nord-occidentale della penisola, ha sette comuni e una città metropolitana, capoluogo di regione che si identifica, anche per ragioni storiche, con la città di Torino. Stretta fra catene di monti, le Alpi a nord gli Appennini al sud, si apre ad est nella Valpadana (il Po nasce dal Monviso) con aree pianeggianti che giungono sino al confine orientale con la Lombardia. La natura accidentata dei luoghi (monti e piano) spiega per se stessa la diversità di clima (alpino nell’area montana, temperato nella parte residua) influenzato da un ambiente naturale particolarmente ricco, sottoposto già da tempo da fenomeni massicci di urbanizzazione (l’abbandono delle campagne, la Fiat, il contadino del sud a Torino, gli Agnelli da ricchi a ricco-sfondati) che hanno inciso sulle specie esistenti e sul loro habitat naturale. Si spiega così il gran numero di aree sottoposte in Piemonte a tutela ambientale: oltre al Gran Paradiso, il più antico dei parchi italiani, il parco del Ticino, quello dell’Argentera, quello dell’Alpe Mandria, quello dell’Alpe Veglia. Esaminiamo più da vicino flora e fauna della regione. La varietà delle specie vegetali è ricchissima. Dalla flora più tipicamente alpina degli ambienti rupestri ai boschi di media e alta montagna (abeti, pini, larici, faggi) ai boschi tipici dei climi temperati (querce, castagni) alle specie tipicamente mediterranee (le palme del Lago Maggiore). Anche la fauna è ricca: stambecco, camoscio nelle zone più alte; capriolo, lepre, volpe in quelle più basse; numerose specie di uccelli nelle une e nelle altre. Ritengo doveroso, prima di chiudere, accennare agli Osservatori Ambientali sorti in questi ultimi anni per controllare, tra l’altro, le Grandi Opere e il loro impatto sull’ambiente. Si tratta in genere di tratte ferroviarie di interesse anche transnazionale (porto ad esempio la Torino-Lione), o di tratte autostradali rilevanti (come ad esempio la Torino-Milano) sottoposte a controllo degli Osservatori dalla A alla Z per accertare dalla piccola difformità al più notevole abuso. Gli Osservatori Ambientali sono Enti compositi, che comprendono i soggetti più svariati, dai rappresentanti dei ministeri interessati all’esecutore dell’opera.

2) Biodiversità nel nostro Paese. Toscana. E’ regione a statuto ordinario, con territorio prevalentemente collinare; non mancano però le zone pianeggianti, come non  mancano zone che sanno dell’alpino. E’ bagnata, 397 chilometri complessivi, dal mar Ligure e dal mar Tirreno. Ha clima tipico della regione intermedia tra l’Italia padana e quella mediterranea: clima mite, non privo di punte continentali, sottoposto ad escursioni termiche notevoli. La Toscana ha nove città capoluogo di provincia, oltre a Firenze, che è la città più popolosa, capoluogo di regione, e costituisce il fulcro storico, artistico ed amministrativo.  Parliamo qui della flora. Che è quello tipico della macchia mediterranea nei primi metri di altezza e si caratterizza per l’essenza, quasi esclusivamente boschiva, che interessa le aree collinari appenniniche e le aree collinari più elevate: sì che è agevole una distinzione per quote. Per i primi tre o quattrocento metri, la flora toscana abbraccia le essenze della macchia (ginepro, lentisco, mirto); fino ai mille, boschi di castagno e di quercia; oltre i mille e fino ai 1700, boschi di faggio e di abete.  E passiamo alla fauna. La Toscana, un tempo assai ricca di fauna, vede oggi diminuire sempre più il numero degli animali protetti per via dell’attività venatoria assai diffusa. I mammiferi terrestri sono quelli tipici della macchia mediterranea; cinghiale, fagiano, cervo, capriolo si trovano in maremma; volpi, lepri, tassi nelle aree più a monte. Si aggiunga a questo un notevole patrimonio avicolo: uccelli sia stanziali che migratori. Si comprende così come, con questa flora, questa fauna, questo mare, la Toscana abbia trovato nel turismo soprattutto estivo uno degli sbocchi più naturali. Maremma, Isola d’Elba, isola di Capraia, sono le mete più ambite (e più premiate) Sino al coronavirus. E’ stato il coronavirus a far calare il numero dei turisti, i toscani in particolare, per la crisi che ha colpito l’Italia e non accenna a scomparire. Non è l’Italia fra le nazioni europee quella che sta peggio. Speriamo che un bel giorno ci si possa alzare e dire: non c’è più coronavirus, o come altrimenti si chiama, non c’è più neppure in Toscana.

3) Biodiversità nel nostro Paese. Campania. E’ regione a statuto ordinario, divisa in cinque province, compresa Napoli, città metropolitana e capoluogo di regione. Per numero di abitanti, poco meno di sei milioni, è la terza regione più popolata; per entità di superficie, poco meno di 14 milioni di chilometri quadrati, non è tra le più estese, essendo preceduta in tale classifica da undici regioni su venti. Compresa, ma non compressa, tra l’Appennino meridionale ad est, il mar Tirreno ad ovest, la Campania presenta lungo la fascia costiera ben quattro golfi: Gaeta, Napoli, Salerno e Policastro. Particolare, quest’ultimo, che incide sul numero e la natura degli Enti di tutela, divisa, come in altre regioni, tra Parchi e Natura 2000, ma comprensiva di riserve, oasi protette, persino di un parco archeologico sommerso (quello di Baia: a detta degli esperti una seconda Pompei) che, naturalmente, non potrebbe avere, se non vantasse chilometri e chilometri di costa, dalla foce del Garigliano al golfo di Policastro.  La Campania è per ambiente naturale una delle più belle regioni d’Italia. Vi sono zone, come la costiera amalfitana, uniche al mondo; non è da meno il Vesuvio; come non lo è l’isola di Capri. Capri. Chi non ha visto i Faraglioni o la Grotta Azzurra? Ma sono gli uni e l’altra sul mare: non hanno niente a che fare con la flora campana. Che invece risente dell’intervento massiccio dell’uomo, che ha sostituito specie, ne ha introdotto di nuove. Premesso che la stessa macchia mediterranea non presenta aspetti uniformi in tutta la regione (è abbastanza fitta nel Cilento, ma altrove, e nello stesso Cilento, si accompagna a vite ed ulivo); premesso che la zona collinare interessa quercia e castagno, nelle zone più alte boschi di faggio, è di questi che voglio parlare. Perché non tutti sanno che un terzo della superficie campana è interessata dal bosco, anzi dai boschi, tutti assai degradati: in gran parte dagli incendi, che non accennano a diminuire. Leggevo non so dove che gli incendi in Campania, alla data del 15 agosto di quest’anno, assommavano a 236. Sarà pure un dato “in linea” con quello del 2019, a me paiono troppi. Il guaio è che questi incendi vanno a colpire aree che sembravano esserne immuni: la costa amalfitana, ad esempio, che ha subito danni da un lato e dall’altro della città che le dà nome (Praiano, Valico di Chiunzi). Trattandosi di incendi in gran parte di origine dolosa, vien da pensare che non bastano più gli appelli, le dichiarazioni di emergenza, i piani antincendio. Occorre qualcosa d’altro: una coscienza civica nuova, che sorga nei giovani, a partire dalla Scuola. Che, ridotta com’è dal coronavirus, lascia poco spazio alla speranza: ma se non si spera nei giovani, nelle nuove generazioni, nella nuova coscienza civica, a chi resta affidarsi, al Padre Eterno? E passiamo alla fauna: che, per via del clima, presenta numerosissime specie di uccelli migratori. E, sempre per via del clima, dà vita a specie abbastanza sviluppate: l’aquila reale, la lepre italica, il gatto selvatico, la lontra, il cinghiale, molto più raro il lupo. Presenti, le specie, in due ecosistemi  assai popolati: il Vesuvio da un lato, il cratere degli Astroni dall’altro, vulcano anch’esso ma spento, entrambi soggetti a tutela, il primo al Parco Nazionale del Vesuvio, il secondo al Parco regionale. Col che ritengo esaurito anche il discorso sulla fauna. Almeno su quella terrestre. Perché non posso non parlare della fauna marina. E come non parlare della fauna marina dopo aver parlato dei chilometri e chilometri di costa, dei quattro golfi, delle isole, dei parchi anche sommersi. Come non parlare della fauna marina senza parlare di Santa Maria di Castellabate, area marina protetta, tutta compresa nel Parco nazionale del Cilento, Vallo di Diano, Alburni. E’ qui che troviamo specie molto rare, come il pesce pappagallo, e la siriella, detta per l’appunto, di Castellabate, ma troviamo pure madrepore, gorgonie, ricci di mare e spugne. Ci si potrebbe aspettare, data la fauna, data la costa, che la pesca sia essenziale all’economia della zona, ma questo è vero solo in parte perché il settore non è intensamente sfruttato. Il che dipende da un lato dalla natura delle acque, sempre meno adatte alla pesca, dall’altro dalla mancata modernizzazione degli impianti: sì che, salvo che a Torre Annunziata, Pozzuoli e Torre del Greco, la pesca non può dirsi la principale attività della zona. Resta il fatto che ancora 2500 sono gli addetti a questo settore, che pescano cozze e vongole nel golfo di Napoli, cernie e pesce azzurro nelle acque di Pozzuoli; e che numerose sono ancora le barche da pesca di spugne e corallo: sì che il pesce pescato nel suo complesso, soprattutto il pesce azzurro, tende sempre più a diminuire.  E con ciò anche il discorso sulla fauna marina e sulla pesca in Campania può dirsi esaurito. Un ultimo cenno al turismo, all’industria turistica, che sembra connaturata alla bellezza dei luoghi, alla dolcezza del clima, alla ricchezza dell’arte. Venire a Napoli, scoprire il Vesuvio, visitare Sorrento; fare un viaggio sulla costa amalfitana; dedicare la vostra attenzione alla Certosa di Padula o alla Reggia di Caserta, non sarà mai pagato abbastanza. Ma anche scoprire la costa cilentana, e non solo la costa, ma tutto ciò che si affaccia a mare, farà del vostro viaggio una esperienza unica al mondo. E con questo augurio, che è anche una certezza, si conclude anche il capitolo sulle risorse della nostra regione.

4) Biodiversità  nel nostro Paese. Sardegna. A differenza della regione della quale abbiamo parlato non ha vulcani, almeno attivi, ma ha Porto Cervo, il Billionaire, e Briatore che è più di un vulcano. Dal punto di vista amministrativo, è regione autonoma a statuto speciale, con quattro province e una città metropolitana, che è anche il capoluogo, Cagliari. Sita nell’area occidentale del Mediterraneo, bagnata ad ovest dal mar di Sardegna, ad est e a sud dal mar Tirreno, separata dalla Corsica dalle Bocche di Bonifacio, si caratterizza per i duemila chilometri di costa, e per il suo paesaggio costellato da migliaia di nuraghi, misteriose rovine in pietra a forma di alveare risalenti all’età del bronzo. E’ una regione bellissima, sempre più aperta a forme di turismo anche vip. Da Cagliari ad Olbia, da Alghero alla Costa Smeralda, con centinaia di spiagge pulite, il suo mare, le sue strutture ricettive, la Sardegna non sembra aver risentito eccessivamente del coronavirus, essendo stata scelta anche quest’anno da vip e star per la vacanza estiva. Fatto sta che la pandemia non sembra voler cessare: sembra anzi in atto una seconda ondata, che investe regioni fin qui rimaste immuni, con aumento di contagi e nuovi morti. E, come stanno le cose, non sappiamo, i sardi stessi non sanno a che santo votarsi: verosimilmente a Sant’Antioco protettore. Ho parlato finora della costa: ma la Sardegna presenta anche un interno interessante, con monti e colline da incanto, la cima più  elevata nel Gennargentu, con la punta La Marmora a mille e ottocento metri di altezza. E qui passiamo alla flora, non senza premettere che l’isola sarda è sottoposta a varie forme di tutela: tre parchi nazionali, diversi parchi regionali, riserve naturali ed oasi minori. La flora sarda, tipicamente mediterranea, è influenzata dal clima, caratterizzato da inverno mite ed estate calda. La vegetazione boschiva si presenta pertanto ricca di leccio e di castagno; per il resto si identifica con la macchia mediterranea e con gli esemplari tipici della macchia. Ma la vegetazione sarda si caratterizza soprattutto per le specie endemiche, cioè esclusive. E’ stato calcolato che su 2400 specie la componente endemica arrivi a più di 320 unità. Che è una cifra enorme per la quale la Regione ben merita il titolo di scrigno della biodiversità italiana. La fauna. E’ ricca di specie endemiche, dicono 35, ma gli animali più noti sono il cavallino della Giara, l’asinello dell’Asinara, il cervo sardo. Non hanno raggiunto lo stesso grado di notorietà la volpe e la lepre sarda, il muflone e il gatto sardo; meno conosciuti ancora sono l’orecchione e il ragno nuragico. Ma a parte gli animali tipicamente sardi, non posso fare a meno di notare come le stesse specie comuni mostrino caratteristiche isolane, come le dimensioni minori dovute al lungo isolamento. Come non posso astenermi dal citare la fauna ricchissima di uccelli (ne cito tre: l’airone, il corvo, il falco, ma ho scelto a caso) come a caso vado a scegliere tra gli esemplari di fauna ittica: orata, sarpa e sarago.

A questo punto avrei veramente finito, se non sorgesse spontaneo il quesito sui rapporti che esistono, se esistono, tra biodiversità e la pandemia da coronavirus, questo virus micidiale che ha fatto milioni di vittime (sessantamila solo in Italia). La risposta non è univoca.

C’è relazione tra la Pandemia da coronavirus e la biodiversità?

La scienza stessa non è giunta a conclusioni univoche. Quello che è certo è che l’uomo nell’ultimo secolo ha prodotto modifiche rilevanti (75 per cento) dell’ambiente terrestre, modifiche altrettanto rilevanti (66 per cento) dell’ambiente marino, provocando l’estinzione di centinaia di migliaia di specie; che le  emissioni  di gas serra sono raddoppiate provocando un aumento della temperatura media del nostro pianeta; che effetti malefici ha prodotto la deforestazione con l’abbattimento sconsiderato di milioni di piante, che costituivano l’habitat naturale delle specie estinte; che tutto questo non poteva non provocare la modifica radicale di interi ecosistemi, visto e considerato che il coronavirus, come altri fattori pandemici, è stato trasmesso dall’animale (non sappiamo quale) all’uomo con le conseguenze nefaste che conosciamo. Sembra quindi evidente che la stessa pandemia da coronavirus è stata influenzata (negativamente) dalla riduzione della biodiversità, che sembra ancor oggi legata a dichiarazioni di intento, di effetto pratico irrilevante. Certamente, se fossimo sicuri che la riduzione della biodiversità in alcune regioni del mondo ha inciso sulla maggiore espansione della pandemia, potremmo affermare che l’una (la pandemia) è dipesa dall’altra (biodiversità). Ma neppure questo siamo in grado di dire. Perché nessuna prova seria è stata fornita della interconnessione dell’una con l’altra. E, per fare un esempio, la nostra regione, la Campania, che sembrava essere rimasta immune dalla prima ondata di coronavirus, è stata colpita dalla seconda ondata in misura inaudita: dal che un dilemma senza vie di uscita: perché, o la Campania ha adottato misure impensate per tutelare la biodiversità delle specie, e questo giustificherebbe la minore aggressività  del coronavirus; o la Campania non ha adottato misure eccezionali, e questo non giustificherebbe la maggiore aggressività del coronavirus. Di qui pure l’estrema incertezza, per non dire contraddittorietà di dichiarazioni, immunologi, infettivologi, e così via, essi stessi rimasti avvolti nelle spire di un evento nuovo, non facilmente spiegabile, Certo è che, di fronte ad eventi di questa portata, di fronte alle previsioni catastrofiche di chi  ancora si interroga sulla durata prevedibile della pandemia (uno, due, dieci anni), o sulla altrettanto prevedibile seconda, terza ondata del coronavirus, di fronte a chi paventa una probabile trasformazione del virus, che renderebbe vano qualsiasi vaccino, e ha reso concrete misure altrimenti considerate frettolose ed incerte (si pensi all’eccidio di visoni in Danimarca) occorrerebbe un cambio di mentalità, una politica nuova. Ma la politica nuova costa e richiede ben altro che dichiarazioni di intento, tanto più che la scienza si fa interprete di una politica di prevenzione piuttosto che di repressione, di buone norme piuttosto che di vaccini e terapie quando il fenomeno è già esploso e non resta che il lockdown, più o meno esteso, alle vacanze di Natale o meno. “Affidarsi alle risposte alle malattie dopo che sono comparse” è stato detto da esperti di livello mondiale “è un percorso lento e incerto” dall’esito imprevedibile e dal costo impensabile: tanto più se lo si paragona, questo costo successivo, al costo che graverebbe sulle finanze dello Stato e sull’intera economia, per limitare la spesa ai soli interventi preventivi. Gli stessi esperti lanciano una serie di proposte più propriamente politiche, che vanno dalla istituzione di organismi intergovernativi alla creazione di poste di bilancio atte ad affrontare i problemi prima che essi esplodano; dalla diversa gestione dei problemi del territorio al controllo più penetrante della fauna, soprattutto quella selvatica; dal commercio di animali (vivi o morti) che possono provocare il diffondersi di malattie infettive a migliaia di chilometri di distanza dal luogo in cui sono stati catturati.  Si tratta purtroppo dei primi interventi della dottrina su di un problema così delicato, affrontato in via di urgenza, sulla base degli effetti prodotti dalla prima ondata, in Italia e altrove. Da noi, si è cercato di evitare gli errori di valutazione della prima ondata, quando si è creduto che l’infezione fosse stata domata e tutti si sono dati alla pazza gioia (vacanze estive). Stavolta il governo è stato più deciso e ha adottato provvedimenti più efficaci, anche se resta elevato il numero dei morti. Si conta, tutti contano sul vaccino. Speriamo sia quello buono; speriamo non vi sia più bisogno del bollettino.

                                                                                                                                                                                      Michele Di Lieto*

*Magistrato in pensione

 

 

 

 

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