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Il delitto d’onore, analizzato e raccontato dal giudice Michele Di Lieto

Il delitto del Cieco.

Michele Di Lieto

Tra le ultime “brutte storie” narrate da Carlo Lucarelli nella rubrica che appare sul Venerdì di Repubblica ve n’è una che non va perduta. E’ una storia che parte da un delitto commesso a Palermo nel 1947, negli anni bui dell’immediato dopoguerra, e costringe a riflettere su concezioni, tradizioni e miserie che vorremmo definitivamente superate e sono invece dure a morire. E’ la storia di un “delitto di onore” con tre protagonisti: l’omicida, la sorella vittima dell’omicidio, il marito della vittima, che ha un ruolo minore, ma decisivo, nella brutta storia. Partiamo dalla vittima. E’ una bella ragazza, nata e cresciuta in un quartiere popolare della città di Palermo, predestinata, come allora le belle ragazze dei quartieri popolari delle grosse città, all’esercizio del mestiere più antico del mondo, forse anche spinta dalla miseria, resa più  acuta dal tempo che vive. Il marito. E’ un uomo arruolato nella regia marina che, finita la guerra, resta su una nave, ma odia la vita di mare, non vede l’ora di tornare sulla terraferma. Fa un voto: prega il Signore di farlo tornare, gli promette in cambio di sposare una donna di strada per ricondurla a una vita normale. Il desiderio viene appagato, la promessa mantenuta. Il matrimonio viene “combinato” dalla famiglia di lei, sopratutto dal fratello, che non vede l’ora di togliersi di torno una sorella così imbarazzante per il mestiere che fa.  Si sposano, la bella giovane e l’ex marinaio: ma il matrimonio non regge. Marito e moglie finiscono per odiarsi: l’ex marinaio, donnaiolo, frequenta la prima ragazza che trova; la donna sposata torna all’antico mestiere di strada. Qui riappare il fratello della vittima, vero protagonista, esecutore del delitto. Le voci corrono: alle voci di prima si aggiungono le voci del dopo. L’uomo, geloso, si sente ferito, disonorato, finanche accecato dall’odio, finché un bel giorno decide, chiama la sorella con un pretesto e l’ammazza. I giornali del tempo danno rilievo al fatto che l’omicida è un non vedente, fino a titolare: “Il delitto del Cieco”. Non si comprende però se il protagonista fosse veramente cieco o avesse improvvisamente perso la vista (in questo caso per giustificare lo “stato d‘ira” necessario a integrare il delitto d’onore). Fatto sta che l’imputato, reo confesso, viene arrestato, processato e condannato a una pena ridotta ai sensi dell’art. 587 allora vigente del codice penale. La storia così rievocata, dico meglio: rievocata da Carlo Lucarelli nello stile che gli è proprio, ripercorre una parte della nostra storia, e fa tornare alla mente fatti ancora vivi nel ricordo di chi quella parte di storia l’ha vissuta e, se non l’ha vissuta, l’ha appresa dai libri, l’ha conosciuta quanto meno  per sentito dire.  Percorriamoli assieme questi tasselli di storia, quella vera, che fa da cornice al processo. Primo. L’epoca storica in cui è maturato il delitto. E’ quella dell’immediato dopo guerra, e delle miserie umane che caratterizzarono quel periodo, segnato dalle macerie, dalla fame, dalla guerra nello stesso paese, dalla fine del  regime, dal crollo di uno Stato non ancora sostituito dall’altro. La stessa prostituzione, esercitata per strada o nelle case chiuse (saranno abolite nel 1961: e la legge, la legge Merlin, sarà ricordata per i dieci anni di gestazione) ben si inserisce in questo clima, in cui tutto serve per tirare a campare. Secondo. La donna. Viene considerata soggetta al prepotere del maschio in virtù di una concezione patriarcale che nega alla donna qualsiasi capacità di autodeterminazione.  E’ la stessa concezione patriarcale che, in fondo, giustifica il delitto “di onore”. Terzo. Il matrimonio “combinato”. Era considerato, soprattutto nel Sud, del tutto naturale che la famiglia dell’una imponesse a Caia, ancora bambina, di sposarsi con Tizio, col consenso della famiglia dell’altro. Che gli sposi potessero decidere in completa autonomia, senza pressioni e senza condizionamenti, è stata conquista delle femministe, risalente agli ultimi vent’anni del secolo scorso. Oggi si guarda al matrimonio combinato come a un fatto tipico della fede islamica sulla base di dati di cronaca che riportano casi di donne e famiglie pakistane. Il fatto viene riportato con certa aria di superiorità come si trattasse di fenomeno d’altri tempi: senza pensare che qui in Italia matrimoni sono stati combinati fino a qualche decennio fa e forse, sia pure in forme più sofisticate, sono combinati tuttora. Quarto. Il concetto di “onore”. Onore del maschio: anch’esso legato alla concezione patriarcale che considera la donna come oggetto, fino al punto da ritenere “disonorato” il genitore, il fratello, il marito offeso nel lato che conta, il rispetto sociale,  quando la moglie, la sorella, la figlia, gli abbia, come volgarmente si dice, “messo le corna”. L’art. 587 cod.pen. (non più vigente: è stato abrogato nel 1981) prevedeva una pena ridotta per l’omicida che avesse agito nell’atto in cui avesse scoperto la relazione illegittima “e nello stato d’ira determinato dall’offesa all’onor suo o della famiglia”. Ma il delitto d’onore era così radicato nella coscienza sociale che la norma fu ampliata, nell’interpretazione dei giudici, fino a ricomprendervi qualsiasi delitto passionale, anche il delitto del Cieco, dove, a sottilizzare, si sarebbe potuto pensare a un delitto frutto di premeditazione, piuttosto che dell’ira provocata dalla scoperta della relazione. Ma non vogliamo infierire contro il Cieco, che sarà stato ben felice di aver lavato l’onta  all’onor suo e della sua famiglia. Vogliamo invece dedicare ancora un po’ di spazio a un dato comune a tutti i tasselli che fanno da cornice alla “brutta storia”. Si tratta di quella concezione maschilista, che considera l’uomo cacciatore, la donna preda, l’uomo signore, la donna serva, la donna soggetta al prepotere del maschio, a qualsiasi violenza fisica o morale. Me ne sono occupato altrove (cfr. “I governi del Presidente”pag. 143) a proposito del “femminicidio”, di cui sono piene le cronache di questi tempi. Notavo allora che concetti come “violenza di genere” (che considera il femminicidio manifestazione di violenza sulla donna perché donna, espressione tipica di una concezione maschilista dura a morire) sono difficili a penetrare nella coscienza comune. Citavo ancora Carlo Lucarelli, per avere scritto che le norme, le sentenze, gli arresti, “non basteranno mai da soli se non esisterà una cultura della non violenza che parta prima di tutto dagli uomini. Forse”. Aggiungerei una sola parola, anzi due: “Ma quando?”.

Michele Di Lieto*

*magistrato in pensione e scrittore

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