La dottoressa Di Perna, Psicologa, interviene nel dibattito aperto dal giudice Di Lieto e dal medico Ascolese, sull’omicidio-suicidio americano


Dopo l’intervento del giudice Michele Di Lieto, scrittore, e del prof. Mario Ascolese, medico, ecco l’intervento della Psicologa, dottoressa Francesca Di Perna.
La sua esperienza lavorativa, presso il Tribunale dei Minori e dell’Ospedale Ruggi di Salerno, nonché consulente in centri di RSA (Residenze Socio-Sanitarie Assistenziali), giornalista pubblicista ed autrice di redazionali di Scienze cognitive, quindi, la sua competenza consente di rafforzare e dare un buon contributo al dibattito che si è aperto in merito.
La saggezza e la professionalità della dottoressa Di Perna le consentono di fare delle riflessioni appropriate, proprio sui temi sollevati da Di Lieto ed Ascolese. Infatti, nell’articolo, che qui di seguito pubblichiamo, la psicologa Di Perna, affronta l’argomento non solo su un possibile piano filosofico, ma soprattutto sullo stato interiore dell’individuo, soffermandosi sulla sfera dell’animo e della condizione psicologica di una persona travolta dai propri pensieri, spesso, in totale solitudine in una comunità rumorosa e tanto caotica, nel senso che prevale l’egoismo e l’individualismo assoluto, come in una giungla, il cui contesto selvaggio è dominato dalla “legge del più forte” diversamente da una società civile dove le regole impongono di occupano dei fragili.
La dottoressa Di Perna si sofferma anche sul fatto che un individuo, in solitudine, venga sopraffatta dall’ansia e dalle preoccupazione per cui la sua mente potrebbe elaborare pensieri che, nel suo caso, non esiste nessuna via d’uscita e, ovviamente, si crea tanta confusione e nebbia nel suo intelletto, da qui qualche contraccolpo o atto deplorevoli che si può materializzare, in situazioni estreme.
La dottoressa Francesca Di Perna, cerca di affrontare ed evidenziare, nel suo articolo,  che i giudizi, le opinioni e i pareri, postomi non hanno grande valore, se prima non si è cercato di capire e prevenire l’atto estremo come quella di una mamma che prima uccide la figliola e, poi, si suicida.
L’analisi comparata che viene fatto nell’articolo dalla psicologa, dottoressa Francesca Di Perna, con quello che è stato scritto precedentemente dal giurista, dott. Michele Di Lieto, e dal medico, prof. Mario Ascolese, diventa molto utile anche per gli addetti ai lavori che quotidianamente si occupano di questi problemi e si trovano di fronte a casi dove la mente potrebbe giocare un brutto scherzo, al di là delle valutazioni tecniche-giuridiche e del provvedimento esecutivo.

Ecco l’articolo della dottoressa Francesca Di Perna:

Quando la sofferenza non trova uscita

di Francesca Di Perna*

Il confronto ospitato da “il Sud” tra il giudice Michele Di Lieto e il prof. Mario Ascolese nasce da una tragedia familiare avvenuta in America e tocca temi che riguardano da vicino anche la psicologia: il peso delle decisioni giudiziarie sui minori e su chi le riceve, il ruolo delle perizie accanto al giudice, la solitudine con cui molte persone affrontano separazioni e crisi di famiglia.
In breve, i fatti, intorno a ottobre 2026: una donna di 35 anni ha ucciso la figlia di 4 anni e poi si è tolta la vita, poche ore dopo la sentenza che aveva affidato la bambina in via esclusiva al padre. La coppia aveva divorziato dopo quattro anni di matrimonio e la separazione era diventata un duro conflitto.
Quando un genitore toglie la vita al figlio e poi a sé stesso, la prima domanda è come sia stato possibile. Spiegare come una persona arriva a un gesto non lo rende più accettabile. La vita di un bambino non è un bene di cui un genitore possa disporre, qualunque sia la sua sofferenza. Ricostruire il percorso serve a riconoscere prima i segnali, non ad assolvere.

Capire non vuol dire giustificare

Il professor Ascolese insiste su questa distinzione, che la psicologia condivide pienamente. Aggiunge una cautela di metodo: dei fatti americani sappiamo poco, e nessuno può dire a distanza che cosa passasse nella mente di quella madre. Per questo, in queste pagine, parlo di processi generali e non del suo caso.
Quando un fatto di cronaca coinvolge una madre, la reazione è quasi sempre doppia: l’orrore e il bisogno immediato di una spiegazione. Secondo me il primo dato da tenere presente è che raramente si tratta di un gesto improvviso. Più spesso è il punto d’arrivo di un processo lungo, in gran parte invisibile: stanchezza cronica, sonno frammentato, senso di inadeguatezza, vergogna. Il periodo attorno alla nascita di un figlio è una fase di particolare vulnerabilità. La depressione perinatale è molto più diffusa di quanto si pensi e, in una minoranza di casi, più rari ma gravi, possono comparire sintomi psicotici, con una percezione alterata della realtà.
Il secondo elemento, a mio avviso, è il silenzio. Pesa l’idea della madre che deve essere sempre adeguata, serena, felice. Chi si sente il contrario spesso non lo dice: teme il giudizio, teme di essere considerata inadatta, a volte teme perfino di perdere i figli se chiede aiuto. Così la sofferenza si chiude nell’isolamento, e l’isolamento la alimenta. In queste condizioni il pensiero può restringersi fino a non vedere alternative, e possono comparire convinzioni distorte, dalla colpa schiacciante alla sensazione di non avere vie d’uscita.
Il terzo elemento sono i segnali. Non sono mai certi e non vanno letti come condanne, ma esistono: ritiro dai rapporti, trascuratezza di sé, frasi che esprimono disperazione o impotenza, paure intense e irrazionali per il bambino o per sé, richieste d’aiuto fatte a mezza voce e lasciate cadere. Riconoscerli non significa diagnosticare, ma accorgersi che qualcosa non va e agire di conseguenza.
Qui sta il senso della distinzione da cui siamo partiti. Capire non assolve: il gesto resta inaccettabile e la responsabilità va affrontata nelle sedi opportune. Ma capire serve a chi sta intorno, cioè al partner, ai parenti, ai medici, alle amiche, a chiunque possa fare una domanda diretta e restare ad ascoltare la risposta senza minimizzare. Io ritengo che la prevenzione dipenda da questo, molto più che dall’indignazione dopo i fatti.
Comprendere per prevenire, non per perdonare.

Che cosa può accadere nella mente di una persona in un momento così?

In realtà nessuno sa che cosa pensi davvero una madre in un momento simile, e io non pretendo di saperlo. Posso solo descrivere ciò che la psicologia conosce in generale delle persone che vivono una perdita improvvisa e temuta come la perdita di un figlio.
La prima reazione è una tempesta: panico, rabbia, vergogna, senso di ingiustizia e impotenza arrivano insieme. Il corpo va in allarme, il cuore accelera, il respiro si spezza. In quello stato il cervello è fatto per reagire in fretta, non per ragionare con calma, e le decisioni diventano molto più impulsive.
Poi il pensiero può stringersi, come in un tunnel. Restano poche idee, sempre le stesse: “è finita”, “non posso vivere così”, “non c’è più niente”. Il futuro, che di solito è pieno di possibilità, sembra cancellato. Immaginare una vita in cui la figlia cresce altrove può diventare quasi impossibile.
Il legame tra una madre e un figlio piccolo è così stretto che il bambino può essere sentito come parte di sé. Se una persona arriva a pensare di non avere più posto nel mondo, può smettere di distinguere il proprio destino da quello del bambino, come se ciò che vale per lei dovesse valere anche per lui. In alcuni casi può comparire anche la convinzione di “proteggere” il figlio da un dolore che si immagina insopportabile.
Possono esserci altre componenti: una depressione grave, una rabbia intensa verso l’altro genitore, sintomi psicotici. Un gesto simile raramente nasce in pochi minuti. Di solito c’è alle spalle un percorso di sofferenza, spesso nascosto e vissuto in solitudine, e un evento a cui si reagisce come a una scintilla. Capirlo non significa giustificare: serve a riconoscere prima i segnali e a non lasciare sole le persone in quei momenti.

Quando il gesto sembra una forma di protezione

Quando c’è di mezzo un figlio, nella mente di chi soffre può comparire un pensiero in più: “non posso lasciarlo solo” oppure “devo salvarlo da un mondo che mi sembra ostile”. Chi compie un gesto simile può davvero credere di proteggere il bambino, ma quella convinzione nasce dentro un dolore che toglie lucidità. È il segno della sofferenza di chi agisce, non una fotografia di ciò che il figlio avrebbe vissuto o voluto. Quel bambino aveva una vita sua e un futuro che nessun altro poteva decidere per lui.
Spesso a precedere questi fatti c’è un evento che mette in discussione il legame con il figlio o il proprio ruolo di genitore: una separazione, una controversia sull’affidamento, una decisione che si vive come una perdita. Perdere, o temere di perdere, il rapporto con un figlio è tra le esperienze più destabilizzanti. Porta con sé vergogna, senso di fallimento e rabbia, e in chi è già depresso o isolato può far sembrare chiusa ogni strada.
Va detto con chiarezza che un evento di questo tipo non è mai la causa unica: pesa insieme alla storia personale, alla salute mentale e alla rete di sostegno di cui una persona dispone. Va detto anche che, nei conflitti di separazione, si litiga spesso su beni e regole, mentre il nodo vero, secondo me, è emotivo e relazionale: paura dell’abbandono, della perdita, del giudizio degli altri.
Il bisogno di appartenere è fondamentale e, quando viene meno, per esempio dopo una separazione conflittuale, il rischio di disperazione cresce. Alla solitudine si aggiunge spesso la vergogna di aver fallito come coppia o come genitore, che trattiene dal chiedere aiuto. Lo stigma sui problemi di salute mentale fa il resto: molte persone non cercano cura finché la situazione non è già grave.
Le separazioni più conflittuali sono tra i momenti di maggiore vulnerabilità, per madri e per padri. Non esistono ruoli “a rischio” per natura: le dinamiche di ogni famiglia vanno valutate caso per caso, senza presunzioni sul comportamento di una madre o di un padre.

Il ruolo del giudice e quello dello psicologo

Il giudice Di Lieto, nel suo intervento, sostiene che “le perizie devono essere un aiuto per chi decide e non possono prendere il posto della sentenza”.
Nelle cause che riguardano i minori, infatti, il giudice può nominare un esperto, di solito uno psicologo o uno psichiatra, che incontra genitori e figli e valuta come funzionano le relazioni. Scrive poi una relazione in cui informa il giudice su come sta il bambino, quali capacità ha ciascun genitore, quali rischi e quali risorse ci sono. La perizia è un supporto proprio perché il giudice, non avendo una formazione psicologica, ne trae aiuto per capire meglio.
La decisione spetta al giudice, e così la responsabilità di scriverla. Il criterio è l’interesse del bambino, e la psicologia non può né deve prendere il posto di chi decide: il suo contributo è aiutare a leggere la situazione.
Di Lieto parte da un principio fermo: le decisioni del giudice dei minori devono essere prese nell’esclusivo interesse del bambino. Subito dopo aggiunge che chi decide non può trascurare l’impatto emotivo che una scelta drastica può avere su persone già fragili. Collega questo pensiero alla vicenda americana, in cui la madre avrebbe vissuto la decisione sull’affidamento come un colpo troppo duro. Non attribuisce colpe a nessuno, ma invita a ricordare che dietro ogni sentenza ci sono persone e che il loro stato d’animo conta.
Su questo punto concordo con lui, e aggiungo una considerazione psicologica. In uno stato di forte stress si ragiona peggio, si capisce meno ciò che viene detto e si reagisce in modo più impulsivo. Una decisione comunicata senza attenzione può essere vissuta come un giudizio sulla propria persona. Chi è già depresso, isolato o travolto da un conflitto può viverla come una ferita profonda. Questo non vuol dire che provochi un gesto estremo, ma può essere la goccia in una situazione già difficile.
Tenere conto dell’emotività non vuol dire decidere per evitare reazioni, né cambiare una decisione perché qualcuno sta male: l’interesse del minore resta il criterio. Significa curare il modo, cioè spiegare con chiarezza e rispetto, evitare formule che feriscono inutilmente e, quando serve, prevedere un sostegno.

Cooperare è la vera prevenzione

Nessuna figura, da sola, può evitare una tragedia familiare. Il giudice decide, lo psicologo valuta e sostiene, i servizi sociali e sanitari seguono la famiglia nel tempo, il pediatra e la scuola vedono i bambini ogni giorno, gli avvocati accompagnano i genitori nel conflitto. Ognuno ha un ruolo diverso, e la prevenzione, a mio parere, nasce dal loro lavoro insieme.

Che cosa si può fare, in concreto

Prevenire non è semplice, ma alcune cose funzionano:

  • consultori familiari e servizi di salute mentale accessibili, con tempi di attesa ragionevoli;
  • mediazione familiare e sostegno ai genitori nelle separazioni più conflittuali;
  • formazione per insegnanti, pediatri e operatori sociali, perché sappiano riconoscere i segnali di disagio e a chi indirizzarli;
  • una cultura che consideri chiedere aiuto un atto di responsabilità e non una debolezza.

I segnali a cui prestare attenzione

Nessun segnale, da solo, permette di prevedere un gesto estremo, ma alcuni cambiamenti meritano attenzione se compaiono insieme e durano nel tempo:

  • isolamento crescente, con il ritiro da amici, famiglia e lavoro;
  • parole di disperazione o di colpa, come l’idea che i propri cari starebbero meglio senza di sé;
  • sonno, appetito e cura di sé molto alterati;
  • una rabbia intensa e persistente verso l’ex partner o le istituzioni, soprattutto nelle crisi di coppia o di affidamento;
  • frasi che somigliano a un congedo o la sistemazione di cose in sospeso.

Se riguardano una persona a cui teniamo, la cosa più utile è spesso la più semplice: avvicinarsi senza giudicare, chiedere con calma come sta e ascoltare. Parlare apertamente di pensieri di morte non li provoca e, anzi, può dare sollievo.

Non tutti i casi sono uguali

Gli omicidi-suicidi in famiglia non hanno tutti lo stesso volto: sono commessi da madri e da padri, in contesti molto diversi, di malattia mentale, di violenza domestica, di crisi economica o di separazione. Una spiegazione unica è comoda, ma non aiuta a capire e quindi nemmeno a prevenire.

*Psicologa

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