Clamoroso. La Norvegia batte, due a uno, il Brasile, e vola verso i quarti di finale dei mondiali di calcio, mentre ne viene esclusa la “selecao”, condotta da Carlo Ancelotti, assunto a fior di milioni come C.T. della nazionale brasiliana, che ha fallito il suo compito. 
E’ stata infatti la prima volta che la Norvegia accede ai quarti, ed è la prima volta che il Brasile resta escluso dalla fase finale dei campionati del mondo. La partita non ha avuto storia. Dalle prime battute si è visto che una squadra dominava il campo, occupando stabilmente la metà destinata agli avversari e insidiando concretamente la porta brasiliana. Una svolta poteva venire dal rigore concesso al 14’ del primo tempo ai brasiliani, ma Guimaraes si è fatto parare il tiro, e la partita ha ripreso il suo corso, tra l’incredulità dei tifosi, dei giocatori, e dello stesso commissario tecnico, che pare abbia sbagliato tutto, a partire dalla formazione, per finire alla tattica imposta, e alle sostituzioni decise nel secondo tempo, quando il match era stato sbloccato da due invenzioni di Haaland, l’attaccante norvegese, che ha segnato il primo gol con un colpo di testa, il secondo con un tiro al millimetro all’interno del palo alla sinistra del portiere norvegese. Due bei gol, non c’è dubbio, frutto di una superiorità dimostrata in tutta la partita, alla quale nulla ha aggiunto, né poteva aggiungere il rigore concesso alla Francia nell’ultimo minuto di recupero, quando i norvegesi già brindavano al successo. Per parte mia mi sono goduto una bella partita, diversa però da quella prevista, dove le parti sembravano essersi scambiati i ruoli, la Norvegia quello del Brasile, e viceversa. Una bella partita che mi ha comunque dato modo di riflettere sul vecchio calcio, quello che ho vissuto io, e sulle innovazioni dell’ultima ora, che sembrano avere snaturato lo spettacolo offerto dai vecchi protagonisti che, forse, non guadagnavano le cifre stellari che oggi vengono versate a giocatori. allenatori e commissari tecnici, ma erano in grado di coinvolgere lo spettatore in una partecipazione emotiva della quale non è rimasta traccia. Io ricordo le partite raccontate da Nicolò Carosio, il cronista del “quasi gol”, delle partite della nazionale e dei campionati del
mondo, e ho sempre tifato Italia come Nicolò Carosio. Oggi, invece, mi consento di godere una partita diversa da quella che mi aspettavo, e poco mi interessa se sia il Brasile o la Norvegia ad avere la meglio, perché la stessa cosa mi sarebbe capitata se al posto del Brasile vi fosse stata l’Italia, che dai mondiali è stata esclusa anche prima. Passiamo alle innovazioni. Non mi sembra importante quella che concerne la sospensione di tre minuti per ciascuno dei tempi di una partita. Se avesse lo scopo di concedere una pausa di riposo, basterebbe attendere l’ultimo quarto d’ora, non sospendere il match. Se invece avesse lo scopo di introdurre variazioni nello schema di gioco, o consentire la sostituzione di giocatori, si tratterebbe di possibilità offerte anche prima al commissario tecnico e al suo team seduti in panchina. Non tollero infine il Var, Video assistant referee, questo aggeggio della modernità che riduce qualsiasi autonomia, anche l’errore arbitrale, e sembra fatto apposta per segnalare i fuorigioco di un millimetro penalizzando l’attaccante protagonista di azioni che meriterebbero migliore fortuna. Il VAR dovrebbe eliminare i casi dubbi, ma il dubbio deve essere concreto, non di un millimetro. Io tornerei volentieri all’arbitro dotato di poteri discrezionali nella valutazione dei falli, anche a costo di errori, purché sia in buona fede. Anche perché qualcosa doveva pur farsi per limitare poteri e competenze di una classe, quella arbitrale, che può essere facilmente accusata di favoritismi e soverchierie che nulla hanno a che fare con lo sport, col calcio in particolare. Del resto, che vi sia stata quasi sempre, e vi sia tuttora, una commistione tra sport e politica, tra governo della nazione e governo del calcio, è un fatto pacifico. Nessuno, spero, vorrà credere che i successi della nazionale italiana ai campionati del mondo del ‘34 e del ‘38 dovessero attribuirsi a merito esclusivo dei protagonisti, piuttosto che a influenze politiche esercitate dal regime fascista in quello che è stato il periodo del suo massimo fulgore, e tutto era fascista, a partire dalla Federcalcio e dal Commissario tecnico, Vittorio Pozzo, diventato addirittura simbolo del partito. Né alcuno, spero, vorrà credere che il successo della nazionale nei campionati del mondo dell’82, quelli del Presidente Pertini, sia stato prodotto per opera e virtù dello Spirito Santo, soprattutto dopo l’inizio incerto delle prove, di cui si ricorda ancora un
famoso pareggio col Camerun, per indicare l’infimo livello toccato dalla squadra di Bearzot, e attribuire allo stesso Spirito Santo una vera e propria rivoluzione, culminata nella vittoria sulla Germania e nella conquista del trofeo. Certo, nessuno potrà sostenere che il successo della nazionale sia stato favorito da errori arbitrali, che pure furono clamorosi e tutti (o quasi tutti) in danno dei nostri avversari. Mancherebbe qualsiasi elemento di prova, legato a corruzione o mala fede dei direttori di gara. Ma quel successo, consacrato dalla presenza di Pertini, in compagnia di re Juan Carlos, alla finalissima del campionato servì comunque a rinsaldare il vincolo tra popolo e istituzioni democratiche nostre in un momento di grave crisi politica, economica e sociale. Il che può essere anche attribuito ad errori arbitrali, fossero o non fossero i direttori di gara immuni da sospetti, per corruzione o parzialità mostrate nelle gare arbitrate.
Michele Di Lieto*
*Scrittore e giudice in pensione
Giornale IL SUD Mezzogiorno d' Italia

