Il nuovo libro del giudice Di Lieto è la sua autobiografia, fatta di ricordi, rimpianti ed aneddoti che riguardano anche la sua fanciullezza

Il giudice Michele Di Lieto, prima magistrato per tanti anni, poi scrittore da molto tempo, con decina di pubblicazioni, si appresta a portare in stampa il suo libro autobiografico, con le sue memorie fatte di ricordi, rimpianto, riti e messe della sua fanciullezza.

In questo volume si sofferma anche sulla  fede. Chiedendosi: “Che fare?  Credere nell’al di là?  Convertirsi ora che si avvicina la fine della vita terrena? E, poi, è facile diventare credente dell’ultima ora?  Come non è facile convertirsi alla tradizione, che richiama il catechismo dell’ora di religione della scuola.

Il giudice Michele Di Lieto scrive, nella premessa del libro: <<…E come le due persone si fondono nella vita reale, così si fondono (avrei voluto si fondessero) nelle parti in cui si divide questa autobiografia…>>.

Proprio per dare un’idea del contenuto del libro, qui di seguito pubblichiamo, propria la premessa del lavoro letterario.

La Premessa, inizia così:

<<Autobiografia. La volevo diversa, lontana dallo stereotipo, tutta mia. Non so se ci sia riuscito. Certo, si presenta con forme singolari. Divisa in due parti: la prima, un’intervista, fatta di domande semplici e risposte meno, la seconda fatta di storia e diritto, diritto e morale, diritto e letteratura. Perché la mia vita si divide metà, mezzo giudice e mezzo scrittore.

E come le due persone si fondono nella vita reale, così si fondono (avrei voluto si fondessero) nelle parti in cui si divide questa autobiografia. Anche qui non so se ci sia riuscito. Certo, se non le due parti, si fondono assieme i temi trattati nella prima e nella seconda. Alcuni, sfiorati nella prima, sono trattati più ampiamente nella seconda, altri, appena accennati nella seconda, sono trattati più ampiamente nella prima. Sì che lo stesso tema emerge (dovrebbe emergere) dalla lettura complessiva di questo lavoro, che combina assieme due culture, quella giuridica e quella letteraria. Faccio un esempio.

Il diritto alla vita, il rispetto per la morte. Sono due facce della stessa medaglia. Del primo tratto quando parlo di legittima difesa, del secondo quando parlo di violenza nelle carceri, del morto in carcere carbonizzato. Ma il tema riemerge quando parlo di tortura e dei morti suicidi.

Nella seconda parte, ma anche nella prima. Altro esempio: la violenza mediatica e il processo parallelo (quello che viene celebrato dai “quattro soloni so tutto nel salotto televisivo”), ma il tema riappare quando parlo dei casi più eclatanti (Garlasco,  Roggero, , Salim El Koudri).  Ultimo esempio (ma potrei farne ancora), la violenza mediatica (quella esercitata dai mezzi di comunicazione) e la violenza delle istituzioni (la morte di Fakir, le immagini che fanno orrore).

Non posso però terminare senza far cenno a un aspetto che mi riguarda e si ritrova nelle attività della mia vita e nelle due parti del libro. La religione. La fede. Qualcuno mi ha già definito: laico religioso.

Laico perché ho vivo il senso di laicità dello Stato  (Date a Cesare quel che è di Cesare, a Dio quel che è di Dio). Religioso perché spesso ricordo con rimpianto riti e messe della mia fanciullezza. Io stesso ora qua ora là ho detto di me: dubbioso, scettico, agnostico. In questo volume mi soffermo sulla  fede. “Che fare?  Credere nell’al di là? Convertirsi ora che sono prossimo alla fine? Ma io non sono un credente dell’ultima ora. Né posso convertirmi alla tradizione, che resta quella del catechismo e dell’ora di religione. Che fare? Gettarmi dalla finestra? Certo che no, non mi getto dalla finestra: dubbioso, scettico, agnostico ero prima, vi aggiungo ora un credente a metà, ed ho finito”.

Così finisce la prima parte del libro, e finisce pure questa premessa, necessariamente breve, se no che premessa è.  Auguro a chi lo leggerà  buona lettura. Michele Di Lieto >>.

 

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