Davvero una puntuale analisi di cosa sta diventando la nostra società, in particolare ci stiamo abituando a tutto ed al contrario di tutto, a partire dai valori, dall’integrità morale, ma soprattutto la perdita dell’onestà e l’etica sociale, spalancando, quindi, la strada al “dio denaro”.
Il fatto che la chiesa, attraverso papa Leone XIV, continuamente ci evidenzia che la ricchezza terrena esaltata solo l’avidità o il denaro divinizzato e idolatrato come un padrone implacabile al di sopra di ogni valore morale o spirituale.
Qui di seguito riportiamo la riflessione del giudice Michele di Lieto che affronta i fatti accaduti per mano dell’uomo, sotto vari aspetti e, cioè civili, morali e giuridici.
Le tre storie riportate ed analizzate, ci dicono che non ci troviamo di fronte solo alla follia umana, ma anche a qualcosa che nella società non funzione bene e, giorno dopo giorno, la stessa sta deventando sempre più malata con una classe dirigente incapace di trovare le giuste soluzioni per prevenire certe mostruosità dovute, per certi aspetti, anche alla disperazione individuale e collettiva, ma anche all’insensibilità sociale, come il caso della strage di Pietralata.
Ecco l’articolo del Giudice Di Lieto, Buona lettura!
Il volume era pronto per la stampa quando a distanza di pochi giorni l’uno dall’altro l’opinione pubblica è stata sconvolta da episodi di violenza che non possono rimanere inosservati. Ritengo di potere intervenire con un post scriptum che tanto post non è. Grazie.
Voglio dire anche la mia su Lorena Isceri, la donna quarantacinquenne, sequestrata dall’ex fidanzato, Federico Vella, di qualche anno più giovane, che l’ha rapita, rinchiusa nel bagagliaio della macchina, e gettata giù dal cavalcavia dell’A1, dove poco dopo si è gettato anche lui. Il caso si è verificato a Barberino del Mugello (FI), e ha sconvolto il Paese per il clamore mediatico che ha suscitato. In un video messaggio, il papà di Lorena, Franco Isceri, ha rivolto un appello a tutte le forze politiche perché simili tragedie non si verifichino mai più. “Lavorate nelle scuole, potenziate i centri antiviolenza e gli strumenti normativi perché non succeda mai più”. Il messaggio è stato indirizzato al Presidente della Repubblica e al Presidente del Consiglio. Entrambi hanno manifestato solidarietà ai congiunti della vittima. Giorgia Meloni vi ha aggiunto i provvedimenti già presi per impedire che alcuni centri antiviolenza venissero soppressi, e ha rivendicato il merito di avere tra i primi in Europa introdotto il femminicidio come reato autonomo nell’ordinamento penale. Non voglio qui imbarcarmi in dispute linguistiche (femminicidio sì, femminicidio no) che sembrano avere sapore politico più che giuridico.
Il caso rientra pienamente nella lettera dell’art. 572 bis c.p. e dunque è un femminicidio. Mi unisco per questo al dolore inenarrabile dei genitori per la tragica morte della figlia. Lasciatemi però spendere una parola anche per Federico Vella, ex fidanzato di Lorena, morto suicida. Soprattutto per la madre, che ha appreso dalle ultime parole, “l’ho uccisa”, della tragedia avvenuta per mano del figlio, e dico tragedia perché non può non essere una tragedia per la madre la morte di un figlio. Sembra invece che tutti si siano concentrati sulla morte di Lorena, sul dolore dei genitori, sui funerali, sulle parole delle autorità intervenute. Che non potranno mai restituire ai genitori la figlia morta, ma non potranno mai più restituire alla madre (che è sempre la madre) il figlio vivo anche se femminicida.
Per il resto, dubito che abbiano effetto le parole di Franco Isceri dirette alle forze politiche perché fatti del genere non si verifichino mai più. Il femminicidio è la manifestazione apicale della violenza di genere, fatta propria dalla legge (violenza alla donna perché donna), e la violenza di genere trova radice in quella concezione patriarcale che fa dell’uomo il padrone della donna una serva. Concezione che risale a secoli e secoli addietro, ed è dura a morire. Quanto alla scuola, è giusto quel che dice il papà di Lorena. quando invoca l’intervento della scuola che dovrebbe per prima insegnare il valore della vita e l’orrore che suscita qualsiasi omicidio. Come è giusto quel che dice Franco Isceri, quando richiama la necessità di potenziare i centri antiviolenza, che potrebbero essere di aiuto nella lotta al femminicidio. Ma entrambe le cose, scuola e centri, richiedono l’intervento di personale specialistico (psicologo. psichiatra, assistente sociale), esigono fondi, e tutti sappiamo come è ridotta la scuola, come dovremmo sapere che siamo tra gli ultimi in Europa ad assicurare centri antiviolenza a sufficienza: sì che i fondi stanziati eviteranno che ne vengano soppressi alcuni, ma non saranno sufficienti a istituirne altri. Quanto alle norme, pure invocate dal papà di Lorena, esse esistono, a partire dalla Costituzione, che sancisce il principio di eguaglianza senza distinzione di sesso, per finire al femminicidio, che pure fa divieto di violenza omicida esercitata sulla donna perché donna. Come è evidente, e concludo, “le leggi son, ma chi pon mano ad esse”?
L’altra tragedia della quale voglio qui parlare si è verificata a Pietralata, a Roma, dove Luca e Valentina si sono uccisi dopo avere tolto la vita alla figlia Bianca, cinque anni, disabile fin dalla nascita, in cura per una terapia sperimentale in una clinica messicana che già gli era costata una montagna di soldi e nella quale sarebbero pure tornati se ne avessero avuto i mezzi e la disperazione non avesse preso il sopravvento. Anche questo infanticidio suicidio ha destato orrore e raccapriccio in tutto il Paese. Si sono scontrate due scuole di pensiero.
La prima, a difesa del diritto alla vita della bambina disabile che, proprio per questo, non poteva scegliere, ed altri, sia pure i genitori, hanno scelto per lei. Il diritto di Bianca alla vita è, secondo questa teoria, un diritto assoluto che non può essere impunemente violato. Di qui il corollario che Luca e Valentina, sacrificando la figlia, è come se l’avessero uccisa. Sì, l’hanno uccisa. Non abbiamo paura di dirlo. La seconda scuola di pensiero, invece, difende la scelta di chi ha deciso di sopprimere una vita che non era più degna di essere vissuta, per sé e per altri: per sé, non potendo più tollerare le sofferenze imposte dalle condizioni della figlia, bisognosa di assistenza continua e sacrifici incessanti, per la figlia, ridotta a una vita puramente vegetativa senza speranza di guarigione.
Di qui il corollario che la scelta di Luca e Valentina di togliere e togliersi la vita, lungi dal potersi considerare un atto egoistico, può considerarsi un atto di amore, l’estremo atto di amore per la loro bambina.
A giudizio di chi scrive, entrambe le interpretazioni hanno un fondo di verità e non si escludono a vicenda. Non vi è dubbio, infatti, che il diritto alla vita sia un bene assoluto che non può essere sacrificato neppure dal genitore suicida. E non può non dirlo chi, come me, si è sempre speso perché questo diritto, questo valore, entri a far parte della coscienza comune, venga a tutti impartito a partire dalla famiglia e dalla scuola, qualunque sia la vita, anche quella di chi muore sul posto di lavoro per inosservanza di elementari norme di prudenza (tanto la pena può essere patteggiata, e c’è sempre l’assicuratore che paga i congiunti della vittima). Ma neppure si può tacere che l’uccisione del figlio seguito dal suicidio dei genitori è cosa diversa dall’omicidio tout court di chi ammazza per vendetta, per odio o per estorsione. Non possono mettersi da parte la solitudine, la fatica, le cure, i soldi spesi, i tentativi di trovare una terapia, la disperazione di chi ha ucciso perché «da soli più non ce la facciamo». Questo è il punto. Assistere un bambino disabile può essere triste.
Nel caso concreto, Luca e Valentino avevano fatto di tutto. Fino a ricorrere a una terapia senza validazione scientifica in una clinica messicana, nella vana speranza che potesse ridurre le sofferenze della figlia, le loro stesse sofferenze. Non ce l’hanno fatta. Si vede che non le hanno tentato tutte prima di arrendersi. Luca e Valentina erano assistiti dai servizi sociali. Ma non basta l’aiuto economico. Occorre la compartecipazione emotiva di chi ha subito una disgrazia simile. Occorrono insomma strutture diverse da quelle finora sperimentate. E occorrono fondi, quale che sia l’ente tenuto a potenziarle. Perché non si costringa più nessuno a lasciare a noi tutti in eredità parole come quelle dette o scritte da Luca e Valentina: Non ce la facciamo più, prima di arrendersi definitivamente. E’ un sogno, una pia illusione? Spero di no. Come spero non si creda che io intenda giustificare ad ogni costo il gesto di Luca e Valentina. Io intendevo solo spiegarmi il gesto estremo di chi ha ucciso, e di contemperare quanto di giusto emerge dalle opposte interpretazioni della vicenda. De hoc satis.
E passiamo all’ultimo dramma vissuto a Finale Ligure (Savona) dove un uomo, Daniele Baruzzo, sessantenne, ha ucciso la moglie di poco più giovane e il figlio quindicenne, per motivi che i criminologi fanno rientrare nel concetto di omicidio suicidio “allargato”, quello che scaturisce da un profondo isolamento psicologico, dovuto a problemi familiari comuni a moltissime persone, come la gestione dei genitori anziani e malati, o un lutto non superato di persone di famiglia: che però sfocia quasi mai in omicidio suicidio “allargato”. Di più non sappiamo né vogliamo sapere, anche per rispetto alla volontà del protagonista, che ha pregato per iscritto di non spettacolarizzare la vicenda e di non farne argomento per i mass media. Quello che non si può tacere è però che il ripetersi sempre più frequente di simili sciagure sembra il frutto di fenomeni imitativi, che non possono non addebitarsi ai mezzi di comunicazione di massa.
Mi sono più volte chiesto quale motivo spinga i mass media ad insistere per giorni e giorni su un dramma familiare che sarebbe bene lasciare al magistrato di approfondire, quando sia necessario, coi limiti e coi mezzi propri dell’inquirente. Bene quindi ha fatto Daniele Baruzzo ad esprimere la sua avversione a tutto ciò che comporta la spettacolarizzazione della vicenda, anche se questo possa determinare incertezze sul movente, che non si veda perché debba interessare il grosso pubblico. Già si è parlato troppo di Lorena e Bianca, lasciamo in pace almeno Mattia (così si chiamava il figlio quindicenne dell’ultima coppia).
Michele Di Lieto*
*Scrittore e magistrato in pensione
Giornale IL SUD Mezzogiorno d' Italia

