L’avvocato Cecchino Cacciatore analizza la situazione sociale ed occupazionale, in occasione del Primo Maggio 2026, denunciando le carenze delle Istituzioni e lo sfruttamento del lavoro


Quando ho letto, sul giornale “la città”, l’articolo sul Primo Maggio dell’avvocato Cecchino Cacciatore, man mano che leggevo, ne apprezzavo il contenuto per la sua puntuale argomentazione, che non riguardava solo il lavoro in sé, ma anche le problematiche che ne scaturiscono, per limiti politici e sociali. Insomma, nello scritto viene fuori la cosiddetta “questione sociale”, evidenziando, in modo garbato, anche lo sfruttamento del lavoro, e per certi aspetti la perdita della dignità del lavoro stesso. L’avvocato Cacciatore si chiede: può una società sostituire i diritti con la sopravvivenza? Inoltre, Cacciatore evidenzia quanto sia negativo l’egoismo sociale e umano: “ Io il lavoro ce l’ho ma non posso curarmi del prossimo che non ce l’ha, perché condivido di fatto analoghe angosce”.
Una volta, il linguaggio della classe dirigente politica, sindacale e sociale lo chiamava “sfruttamento del proletario”, per descrivere la condizione di subordinazione del lavoro dipendente con problemi legati alle condizioni di vita e di lavoro, soprattutto della classe operaia. Oggi, purtroppo, gli operai sono sempre di meno, la miseria e la povertà sono sempre di più. Mettendo il dito nella piaga della povertà, Cacciatore scrive: “Una povertà che non sempre si vede, ma che si sente nella rinuncia progressiva: rinuncia alle cure, alle vacanze, ai libri, ai figli, alla casa, al tempo libero, perfino alla speranza di migliorare”.
Continuando a leggere, mi sono venuti in mente due grandi  maestri dell’avvocatura salernitana, che si occupavano anche del sociale: Diego Cacciatore, papà di  Cecchino, e Dario Incutti.
Il primo, Diego Cacciatore, ho avuto la possibilità di frequentarlo in occasione di una campagna elettorale, per le politiche del 1972. Allora, sono stato da lui difeso in tribunale, insieme a mio fratello, accusati per  aver affisso  manifesti a Piaggine, dopo la mezzanotte dell’ultimo venerdì elettorale. Presso la Pretura di Laurino, per un maresciallo dei Carabinieri, nostalgico del ventennio,  le cose andarono molto male. Il buon avvocato Diego Cacciatore, in modo impeccabile, svolse un interrogatorio così perfetto, che alla fine il giudice (lo stesso che dopo un po’ di anni è diventato Presidente del Tribunale di Vallo) disse: “Maresciallo un’altra parole e ordino ai suoi colleghi di arrestarla”.
Gli impegni sociali e politici di Diego Cacciatore sono stati tantissimi ed hanno lasciato il segno, tant’è che il Comune di Salerno l’ha voluto ricordare, con l’intitolazione di una strada. Era un avvocato talentuoso, ricco di cultura: passava con molta facilità dalle questioni giuridiche a quelle politiche e sociali, perché era una persona dotata anche da notevole umanità. Proprio per la sua ricchezza umanistica, riusciva ad approfondire i comportamenti dell’uomo che aveva di fronte, operaio o professionista, perché la sua cultura gli consentiva, attraverso la conoscenza della storia, della filosofia e della letteratura classica, di farsi un’idea precisa della situazione. Per la persona debole o umile la giustizia, cosiddetta giusta, era quasi una certezza. Quando doveva scontrarsi con i magistrati, per un palese abuso o errore, non esitava a farlo.
Con l’avvocato Dario Incutti c’è stato più tempo trascorso insieme, al punto che siamo diventati amici, come spesso si dice, fraterni. Negli ultimi tempi mi considerava più di un fratello, anche se minore, come spesso usava dire.
Per la verità tra i due, trovavo una grande somiglianza e similitudine: determinazione, fermezza, carattere, costanza e serietà. Ovviamente, la loro cultura rappresentava un  patrimonio di conoscenze e di formazione intellettuale che li portava sempre a schierarsi per i più deboli e i diversi. Per Diego Cacciatore e Dario Incutti, la diversità etnico-culturale era un dato di fatto e, quindi, una ricchezza (Cacciatore lo avevo praticato negli a anni ’70, in una società completamente diversa, dove Aldo Moro andava in spiaggia con giacca e cravatta. Mentre Incutti dopo gli anni 2000, con una società italiana in piena era berlusconiana, doveRuby Rubacuori” fu salvata dal Parlamento italiano, come  nipote del Presidente egiziano Hosni Mubarak ).
Con Dario Incutti, abbiamo fatto tante cose insieme: organizzato convegni, partecipato a congressi nazionali delle camere Penali, e incontri nelle scuole. Fu Incutti, insieme all’avvocato Gigino Maiello, componente del consiglio dell’Ordine di Salerno,  a caldeggiare la ripresa della pubblicazione della rivista “la Giustizia”, con una sinergia con il giornale “il Sud”, con ottimi risultati, fino a quando qualche meschinità umana fece saltare tutto. Inoltre, in un convegno internazionale, a Paestum, da noi caldeggiato, fu definita la “Carta dei Giuristi Europei”. E, poi, viaggi e partecipazioni a convegni in Italia ed all’estero: Tunisia, Polonia, Russia (naturalmente, quando il clima era diverso). In questi incontri si pensò alla realizzazione di uno strumento di comunicazione e, quindi, un sito, denominato: “Unione Paneuropea dei giuristi” che è ancora è in piedi, proprio in memoria dell’avvocato Dario Incutti: https://unionepaneuropeadeigiuristi.net/. Questi sommari ricordi dimostrano che occorre riprendere il cammino del confronto, affrontando i problemi delle persone, sia in senso fisico che figurato. Una volta, per esempio, una delle fonti principali del confronto, per lo sviluppo sociale-culturale-occupazionale era la politica,  con la P maiuscola, anche con i suoi limiti, attraverso le sue sezioni. Oggi i parlamentari non vengono più eletti, ma nominati, con strani meccanismi elettorali.
Caro avvocato Cecchino Cacciatore, grazie!
Il tuo magnifico articolo ha scatenato in me un pandemonio di ricordi e portato alla mente due persone straordinarie, Diego e Dario, i cui nomi iniziano entrambi per “D”. Essi si sono battuti, senza se e senza ma, per la giustizia e i diritti di chi subisce le distorsioni di un potere giudiziario, non sempre imparziale ed esercitato con professionalità e correttezza. A riprova di tutto questo c’è l’intervento di Dario Incutti, all’inaugurazione dell’Anno Giudiziario del 2009, che denuncia le prevaricazioni di certa magistratura, ciò è riportato nell’articolo del giornalista Antonio Manzo, vedi allegato: https://www.giornaleilsud.com/wp-content/uploads/2026/05/Allegato_2009_-il-filo-doro-che-unisce-Diegoe-Dario.pdf Nell’intervento Incutti, richiamando le battagli fatte, in passato, con alcuni colleghi e tra questi: Diego Cacciatore.

Nicola Nigro

Ecco l’articolo dell’avvocato Cecchino Cacciatore:

Il Primo Maggio rischia di essere celebrato come una ricorrenza consumata. E invece dovrebbe fare i conti con ciò che del lavoro è diventato meno visibile.
L’illusione secondo cui esso sarebbe ormai una somma di percorsi individuali, di adattamenti personali, di capacità di cavarsela è l’idea sotterranea che ciascuno debba diventare imprenditore di se stesso, responsabile esclusivo del proprio successo. Ma i rapporti di lavoro non sono solo biografie individuali. Sono tutele negate o riconosciute. Quando il diritto del lavoro arretra, non nasce più libertà: nasce più solitudine.
La faccia sociale di questa trasformazione dà un paradosso talvolta silenzioso: lo stesso lavoro non garantisce più automaticamente inclusione. Infatti, paradossalmente, si può lavorare e restare poveri, essere formalmente occupati e materialmente ricattabili, avere un reddito e non avere futuro.
Allora, parlare oggi di lavoro significa parlare delle altre e nuove fratture materiali della società. Non nel senso nostalgico di una parola consegnata al Novecento, ma nel senso più concreto e attuale, altrimenti si rischia di restare ancorati a etichette descrittive astratte che non vengono ricondotte ai meccanismi che producono nuova disuguaglianza.
Gli ultraricchi non sono soltanto il vertice statistico dei redditi. Sono il punto in cui si concentrano patrimoni, rendite, influenza politica, capitale relazionale, accesso privilegiato alle opportunità. Il precariato, a sua volta, non è soltanto una condizione contrattuale: è una forma di esistenza sociale segnata dall’incertezza permanente. E il ceto medio, così spesso evocato come corpo indistinto della società, appare oggi attraversato da incrinature profonde: una parte ancora protetta solo da patrimonio e reti familiari; un’altra sempre più esposta a impoverimento, instabilità, perdita di potere contrattuale.
Per questo il Primo Maggio non può limitarsi a celebrare il lavoro in astratto. Deve interrogare la sua trasformazione concreta. La finanziarizzazione, la centralità della rendita, il peso delle eredità, il debito, le piattaforme digitali, la compressione salariale e la deregolazione hanno modificato i luoghi e le forme dello sfruttamento. Il valore viene estratto anche attraverso algoritmi, appalti, subappalti, precarietà permanente, privatizzazioni, accesso diseguale alla casa, al credito, alla formazione, alla salute.
Il rischio più grande è che tutto questo venga raccontato come destino individuale. Chi resta indietro non sarebbe vittima di un assetto sociale ingiusto, ma di una propria inadeguatezza. Chi cade deve quindi imparare nuove “tecniche di sopravvivenza”. Ma una società che sostituisce i diritti con la sopravvivenza ha già smarrito il significato costituzionale del lavoro.
Il Primo Maggio dovrebbe ricordare che il senso di dignità, di cittadinanza, di partecipazione, di possibilità di futuro; tutte condizioni insite al concetto di lavoro.
Si pensi al punto inquietante, e forse impopolare, che riguarda il ceto medio, perché è lì che la crisi del lavoro mostra il suo volto più paradossale. Per lungo tempo esso ha rappresentato la promessa implicita della società democratica: studiare, lavorare, costruire una professionalità, accedere a una casa, mantenere una famiglia, progettare il domani. Oggi quella promessa si è opacizzata. Perché magari il lavoro c’è (quando c’è) e tuttavia non basta più. Non basta a garantire sicurezza, non basta a sostenere il costo della vita, non basta a proteggere dall’imprevisto, non basta a trasformare il presente in progetto.
È questa la nuova forma di povertà esistenziale di cui non si parla a sufficienza: non la povertà assoluta di chi è espulso da tutto, ma l’insicurezza di chi è ancora dentro il sistema e scopre, giorno dopo giorno, di vivere la condizione assurda di chi ha un impiego, paga le tasse, rispetta le regole, possiede magari titoli di studio, competenze, esperienza, e tuttavia percepisce di scivolare. Basta un mutuo più pesante, un affitto aumentato, una malattia, un figlio da mantenere all’università, una bolletta fuori scala, un contratto che non si rinnova, e l’equilibrio si spezza.
Il lavoro a questa latitudine non è più la soglia che separa la sicurezza dall’esclusione. Diventa grottescamente una fatica che consente di restare a galla senza permettere davvero di avanzare.
Il paradosso è tutto qui: la persona non può nemmeno riconoscersi facilmente come povera, perché conserva ancora alcuni segni esteriori della stabilità — un lavoro appunto, una casa, un’automobile, consumi minimi, una posizione sociale apparentemente decorosa — ma sente che quei segni non corrispondono più a una reale sicurezza. È una povertà senza immagine pubblica, senza linguaggio politico, senza rappresentazione collettiva. Una povertà che non sempre si vede, ma che si sente nella rinuncia progressiva: rinuncia alle cure, alle vacanze, ai libri, ai figli, alla casa, al tempo libero, perfino alla speranza di migliorare. Che incide di conseguenza sul senso di comunità contribuendo a spaccarlo: primum vivere, io il lavoro ce l’ho ma non posso curarmi del prossimo che non ce l’ha perché condivido di fatto analoghe angosce. In tal modo però si influisce ulteriormente sul tasso di egoismo sociale, sempre più consono all’indifferenza alla solidarietà civile.
Il Primo Maggio dovrebbe ripartire anche da qui: dal riconoscimento che la dignità del lavoro non consiste soltanto nell’avere un’occupazione, ma nella possibilità che quell’occupazione consenta comunque una vita non ricattata, non sospesa, non interamente consumata dalla paura del domani.
La Costituzione, tante volte evocata, così professa.

Avv. Cecchino Cacciatore

– Cacciatore_Primo Maggio_ stampa A3
Allegato_2009_ il filo d’oro che unisce Diegoe Dario

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