Il Giudice Di Lieto, fa una riflessione: “Violenza, violenze, violenza mediatica” e, poi, parla del caso del bambino di Napoli, morto all’ospedale Monaldi e di Alessia Pifferi, imputata per avere cagionato la morte della figlia.

Il Giudice Di Lieto ha pronto per la stampa un volume intitolato a “Violenza, violenze, violenza mediatica”, dedicato in larga parte alla violenza esercitata dalla comunicazione di massa.
Nel libro non vi è cenno nel volume della morte  del bimbo  a Napoli, nell’Ospedale Monaldi, per un trapianto di cuore fallito, solo perché gli eventi di cronaca nera si susseguono l’un l’altro, senza posa, in modo che non sia possibile aggiornare una notizia prima che ne arrivi un’altra.  Per questo, assieme ai complimenti per il nuovo libro, siamo lieti di pubblicare la nota che segue.

Gent.mo Sig. Direttore, non è la prima volta  che io chieda di  ospitare  sul Suo giornale la mia voce, nettamente contraria  (vedi da ultimo il Sud del 16 dicembre 2025) al processo mediatico, quella specie di processo  che viene celebrato lontano dalle aule di giustizia, e finisce per diventare esso stesso parte integrante dei  talk show televisivi.  L’occasione mi viene oggi riproposta per due motivi. Primo. Per la prima volta, che io ricordi, viene dato risalto in una sentenza vera e propria al processo mediatico, “lapidazione dell’imputata”, così la chiama la  sentenza della Corte di Assise di appello di Milano, che ha concesso ad Alessia Pifferi, imputata di omicidio volontario  per avere cagionato la morte della figlia di un anno e mezzo, abbandonata per sei giorni senza acqua e senza cibo:  risalto  negativo per il mezzo di informazione, favorevole all’imputata se è stata elevata  a motivo (concorrente) per la concessione delle attenuanti generiche hanno consentito di ridurre la pena dall’ergastolo a ventiquattro anni di reclusione.  La decisione, come era prevedibile, è stata accolta con esitazioni dall’opinione pubblica, plasmata dai mezzi  di comunicazione, ivi compreso lo show televisivo, senza considerare gli altri motivi posti a base della decisione, scavati nel vissuto dell’ imputata o connessi alla natura della pena , l’ergastolo, da sempre contrario ad ogni funzione rieducativa. Va da sé che la decisione è stata accolta con favore da quanti, come me, avevano criticato la sentenza di primo grado, e la stessa imputazione di omicidio volontario, sia pure da dolo eventuale per omissione, e il giudice avrà fatto salti mortali  per giustificare la pena  per un fatto che grondava di colpa grossa quanto una casa.  Secondo motivo.  E’ scoppiato proprio in questi giorni il caso del bambino di Napoli, morto all’ospedale Monaldi, per un trapianto di cuore non riuscito. Sul caso i mezzi di informazione si sono buttati  a capo fitto.  Compresi i talk show televisivi.  Certamente si tratta di un fatto gravissimo.  Per il quale sono state invocate la serie di errori, la catena di cause, addirittura l’omicidio volontario, non colposo. Non sappiamo esattamente da quali elementi il difensore della famiglia del piccino abbia tratto la convinzione che porta all’omicidio volontario. Se come pare, si tratta della stessa cartella clinica ospedaliera, la nozione giuridica che se ne trae è quella del dolo eventuale. Sul dolo eventuale, la figura più tormentata del diritto penale, mi sono già pronunciato in senso negativo, Il dolo eventuale che dovrebbe essere qualcosa a metà tra il dolo e la colpa esige pur sempre la volontà non già dell’evento (la morte del piccino), ma della probabilità dell’evento: e vai a provare che l’evento morte sia stato voluto, o accettato in termini di probabilità, non di certezza, quando non si tratta più di dolo eventuale, ma di dolo puro e semplice.. Ripeto. Io non so quale sia l’opinione del difensore di famiglia (che sarà verosimilmente il difensore di parte civile): Trovo comunque singolare che il difensore sia chiamato in pianta stabile allo show televisivo, senza violare principali elementari di civiltà che dovrebbero assicurare la difesa  anche dello o degli imputati. Le altre prove disponibili emergono  dalle prime indagini esperite dagli inquirenti che hanno indotto l’accusa ad avviare una inchiesta giudiziaria che si affianca  alla inchiesta amministrativa interna dallo stesso ospedale. Sembra accertato  che il cuore trapiantato  (a Bolzano dove era stato prelevato a un bambino di quattro anni)  non consentisse l’intervento che è stato tuttavia eseguito lasciando il piccino  in agonia. In tutto questo non c‘è niente di politico.  Di politico resta la condizione di sfascio della sanità, non solo meridionale (non a caso è stata avviata una inchiesta anche nella regione autonoma Trento Bolzano), ma dell’intero paese.. Ad evitare lo sfascio, non bastano  le solite parole di cordoglio, essendo indispensabile la fiducia nelle istituzioni (e io non vedo quale fiducia possa essere accordata ancora al Monaldi per qualsiasi trapianto, non solo per piccini. Di questo dovrebbe preoccuparsi Giorgia Meloni, stanziando i fondi necessari (quanto meno) ad assicurare un vademecum  uniforme per tutto il paese, anziché del board of peace o delle armi alla Ucraina.. Mentre restano impresse nella mente di ciascuno di noi le immagini di quella povera donna, la madre, che si porterà appresso questo dolore per tutta la vita. Se una cosa le si può rimproverare, è quella di avere autorizzato la diffusione di immagini (il bimbo attaccato al collo) che, ripetute per giorni, per ore, nella stessa trasmissione, hanno finito per diventare parte del programma televisivo. Ma questo non dipende da mamma Patricia, ma di tutti  gli interessati al programma e sembrano esserle stati vicino.
                                                                                                                              Michele Di Lieto*

*Scrittore, Magistrato in pensione

 

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